VITA DEL MONSIGNORE CARLO BESCAPE’

Dall’opera del Padre Don Innocenzo Chiesa, sulla vita del vescovo Bescapè, l’estratto che racconta la vicenda legate alle reliquie condotte a Novara dal Cavagna:

Haveva in quel mezzo tempo Pietro Azevedo, conte di Fonti, governatore di Milano ricuperata la città di Novara da Ranucio Farnese duca di Parma, della quale Carlo V con titolo di marchese havea investito il bisavolo suo Pier Luigi, fin dall’anno 1538 con questo, che trattenutovi dentro presidio de spagnuoli, a duchi di Milano fosse in ogni tempo ragion riserbata di riscuoterli per 225 mila scudi: i quali furono dal Fonti di presente sborsati. Il che fatto, diedesi poco dopo a fortificarla di nuovi bastioni, e baluardi, con cingervi dentro la nuova cittadella. Carlo altresì, ma di più gagliardi, e più fieri nemici, e dell’ira medesima di Dio per le soprascritte cagioni temendo; di altre fortezze, e altri maggiori , e più vigorosi presidi, fece prova  di assicurarla.

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E gia? Dalla città, che è dell’altre chiese capti?, alle quali come a me sembra ella suol compartirle far forse, ne attendevano molti segnalati aiuti. Gio. Battista Cavagna, huomo per altro di mezzana conditione, natio di Momo borgo della diocesi Novarese, essendo secondo l’uso del paese, a procacciarsi alcun utile gli anni addietro andato a Roma: e quivi postosi al servigio de’ Mattei, principali signori di Roma: fra quali allo vì era Ieronimo cardinale, hebbe in corte loro uficio di mastro di casa. E quivi tutto si diede all’acquistare sacre reliquie le quali con le dovute facoltà da persone religiose, e prefetti di cimiterj impetrate; si teneva in … del palagio in acconcia maniera, e con lumi e ornamenti, il più che poteva venerandole, a fine di farne poi ricco presente alla patria sua. In questo modo havendone già posto insieme onesta quantità, quelle e il più onerevolmente ch’è potè ornate, l’anno santo con lettere di raccomandatione del cardinale, e Asdrubale fratelli Mattei condusse seco a Novara: le quali da Carlo furono con molta pietà e veneratione ricevute. Furono sei teste con gran parte del busto aggiunta: otto braccia di natural grandezza: e altri diece piccioli tabernacoli, con alcuna parte notabile di corpi. Et oltre a ciò v’era una cassetta di cipresso, nella quale erano molte altre reliquie e varie, co’ suoi propi nomi. Haveva in un capo fatto a simiglianza della santissima vergine Maria, alquanto del latte, e capelli suoi. Vi era ancora una croce dorata con sedici piccioli fori: in ciascun de’ quali alcun bel pezzo di reliquia. Tutte quelle erano rinchiuse in tre casse, le chiavi delle quali sugellate dentro lettere, hapena il cardinale inviate al vescovo. Furono trasferite dalla chiesa di san Michele fuori nel borgo, ove alcun giorno prima erano state riposte, con solenne processione di tutto il clero, e del popolo a 30 di Luglio, che fu in domenica, nella cattedrale: e poi datane parte a san Gaudentio, e altre chiese, e specialmente a quella di Momo, patria com’è detto, del Cavagna. E vi andò Carlo stesso ad accompagnarle; havendovi fatto concorrere ad una simigliante processione, tutte le terre di que’ contorni a cinque miglia, invitate a ricevervi di sua mano i santissimi fragmenti. Parte ancora ne diede ad altre terre con simile solennità: e parte ne destinò alla cattedrale: specialmente quelle ch’erano della beata Vergine: il tutto ricevuto in atti per pubblichi strumenti.
Ma ritornato a Roma il Cavagna, più altre reliquie assai, e più segnalate delle prime di gran lunga si diede a raccogliere: toltosi in quella impresa, per compagno Flaminio Casella, prete Novarese; il quale lasciato l’ufficio appostolico, tocco di spirito, impetrati gli ordini sacri, e datosi al servigio di Dio, disegnava con que’ celesti pegni ritornare alla patria: e quivi a cenni di Carlo darsi tutto ad opere di pietà, e del divin servigio. Concorrevano ammendue alle spese, che loro consetiva di fare, in presentare alcuna persona lor favorevole: in farle cercare: in condur notai: in guernimenti, e lumi, e altri abbellimenti per tenerle il più che potessero decentemente: e infine condurle per lunga strada al paese loro. Si servirono essi principalmente dell’opera di Gio: Angelo Santini dipintore Romano; il quale, ottenuta facoltà dal pontefice di disegnare i cimiterj, e luoghi sotterranei di Roma, fu in estremo curioso di penetrare, e vedere ciascuna grotta, e ripostiglio di quegli: e con quello si condusse a parti rimotissime, ove niuno di gran parte addietro non haveva havuto animo di arrivare: concio sia cosa che bisognava alcuna volta per certe rotture, e luoghi angusti, e stretti strisciarvisi; e fatigarsi in modo, che poi gli era necessario starsene più giorni in letto. Haveva oltre ciò il pittore prattica di certi cavi, o fosse di pozzolana, per le quali agevolmente si calava dentro le grotte: aprendo egli poi altrui le porte. Per questa via venne il Cavagna a trar gran quantità di reliquie: e trovovi i nomi de’ santi, e i segni de’ martirj, il che non avviene a chi non penetra tant’oltre: contenti di appigliarsi a quelle poche, e incerte, che trovano vicine all’entrata. Dalle grotte dunque specialmente di san Lorenzo, e di san Sebastiano cavarono molti corpi, e gran numero di segnalate reliquie di santi martiri. Dico corpi, per benche buona parte dell’ossa vi fossero dall’antichità, e dall’acque che vi penetravano, consumate: onde estrati da quelle sacre tombe, era di mestiero farle seccare. I sepolcri ne’ luogji più ampli erano scavati ne’ lati delle catacombe, nella medesima rena o pozzolana, divenuta dura poco men della pietra: alti dal suolo intorno a due braccia: e di lunghezza, poco meno di un corpo umano: e di proportionata larghezza, e altezza: chiusi con pezzi di pietra o mattoni, uniti con calce: nella quale mentre era ancora fresca, con alcuno stile havevano grossamente scritti i lor nomi: e incise una o più palme, e una o più fiere, come di orsi, o leoni, da quali erano sbranati. Delle ossa dunque di questi corpi il Cavagna e il Casella riempiute sei casse s’inviarono, e a 18 di Maggio, l’anno 1603 giunsero alla chiesa di san Martino, detta del Basto, alla costa del Tesino. Ove a nome di Carlo venne Oratio Besozzo, suo vicario Generale, ad incontrarle, e riconoscerle e fecevi assistere del continuo chierici e sacerdoti, e recitar salmi, e gente che le guardassero havendo dato ordine, che intorno a un’hora di notte tutte le chiese delle circonvicine terre sonassero a festa le campane; il che udito dalle altre già avvisate e tutte ripigliando il suono, riempirono tutto il paese di una insolita allegrezza e pieta. Di poi a 20 del medesimo le fece solennemente condur verso la città: concorsovi il clero, e i popoli vicini in tanta frequenza, che detta chiesa di san Martino per sette miglia di strada quasi durò continuamente la processione. Eranvi belle, e grandi compagnie di huomini armati, i quali per modo di guardia accompagnavano que’ pretiosi pegni. Il carro, sopra il quale si conducevano , pomposamente e in modo trionfale ornato, da quattro bianchi destrieri condotto. Uscì loro incontro il resto del clero della città alla predetta chiesa di san Michele nel borgo, ove disposte in sagrestia, e chiuse, vi rimasero e guardie, e chierici, che a vicenda celebravano gli uffici de’ martiri. Furono intanto tutte le strade, per le quali havevano a passare, purgate, coperte, e abbellite, e eretti festosi altari e fabbricati varj archi, con belle ingegnose invenzioni, e inserittioni, e dipinture, e imprese. I seguente giorno, ch’era la terza festa di Pentecoste, ordinata di nuovo la processione di tutto il clero secolare e regolare, con gran festa e musiche, e suoni di trombe, sopra ornatissime tavole, portate su le spalle da chierici e sacerdoti, furono que’ sacri depositi portati alla chiesa cattedrale. Predicò il P. Agostin Gonfalonieri della compagnia di Giesù, dell’onore dovuto alle reliquie de’ Santi: e tutto il restante del giorno stettero esposte alla venerazione del popolo. Carlo, che in tutta quella attione stette sempre presente, fece l’infrascritta preghiera, e rendimento di grazie.
Agimus tibi gratias, quas possumus maximas, Domine Deus quod semper clemens, e misericors, hoc praecipue tempore praeclarissima haec munera nobis dare voluitis faceas, e venerandas sanctorum reliquias. Quae vti divina clementia e tuae pignora, e adersus impendentes his regionibus bellorum calamitates, tuta propugnacula habeamus: quibusque ad pietate in magis magisque colendam excitemur. Gratias ego ipse inter alios, cuius licet indigni episcopi tempore, ecclesiae Nouarensi tantum beneficium contulisti: ciuque vti imbecillo de dicti tuendae pietatis, ac administrandae ecclesia cealestes, adiutores aduocatos, e duces. Da igitur etiam Domine, ut talibus adiumentis, ac presidijs recte ad salutem nostram omnes vtarum. Vos vero sancti Dei, quos tanquam praesentes alloquor, ecclesiae dei principes, triunphales cristianorum duces, athletae Christi; quos incognitae nobis charitatis, ac intercessionis vestrae officio à Deo missos credimus, exigua obsequia haec nostra, honoresque ne displicite: tabernacula vobis parata nolite aspernari: rebus aduersis nunc; et imposterum nos eximite: fines huius diocesis ab impietate praesertim, e aquae vestrae repugnat venerationi, custodite. Adeste semper propitij intercessores horum populorum necessitatibus; quos ego indignus sacerdos caelesti auxilio vestro, qua maxima possum humilitate, effidaciaque commendo.
Egli poi i giorni appresso più dilighentemente tutte a una, a una le riconobbe col contrassegno, e rincontro degli strumenti recati da Roma: e il tutto fece registrare in atti. Giunto di ciò la fama à Roma, alcuni sospettarono, esser reliquie false: altri vere, ma vendute a gran prezzo: altri levate senza sufficiente autorità: e doversi far ricondurre. Coloro che affermavano non esser vere, adducevano per sua ragione, che nelle grotte, onde quelle erano state cavate, seppellivansi altri cristiani non santi, be martiri, e oltre a ciò i corpi de’ santi già più altre volte esser quivi stati studiosamente cercati, e levati. Ma rispondevasi per parte del Cavagna, non esser verisimile, che quegli stranieri potessero senza guida potuto pervenir tant’oltre; ne passar per quegli angustissimi luoghi, ove con tanta industria, rischio, e fatiche erano essi arrivati. E se bene in que’ cimiteri vi si seppellivano altri che martiri, ebbero nondimeno sepolture diverse; ne a quegli alcun segnale mettevasi di santità: ma solo a sepolcri de martiri. Et haveva oltre a ciò il Cavagna consigli di teologi, per gli quali bastantemente provavasi , con l’ordinaria licenza essersi potuto levar quelle reliquie, benche di straordinaria quantità. Con tutto cio non passò molto, che il cardinal Baronio, di ordine del pontefice, ch’era Clemente VIII scrisse al vescovo, che facesse prigione il Cavagna. E riponesse le reliquie sotto l’altare maggiore infino a nuova diliberatione. Il che eseguito, affrettò Carlo, a mandar a render ubbidienza verso la santa sedia per il triennio, il sopradetto Oratio Besozzo vicario suo il quale desse insieme conto delle reliquie, e impetrasse a giusto suo potere, col favor de cardinali amorevoli, facoltà di ritenerle, e distribuirle, con la liberatione del Cavagna. Questa si hebbe: ma di quella non si fece altro: e stettero quivi da sette anni; fino che Carlo andato a Roma per cagione della canonizzazione di san Carlo, come appresso si dirà, ottenne da Paolo V che potesse attribuirle alle chiese della diocesi, ma senza pompa e apparato. E furono poi per pubblichi atti del cancelliero episcopale assegnate a quelle terre, che più belle, e più degne chiese, e vasi più pregiati per riporle havevano: E parve providenza di Dio che a tempo di quello zelante vescovo, insieme con l’onore de santi suoi, si promovesse per mezzo di quelle sante reliquie, la divotione e salute di questi popoli. Perché dopo averli dalla oblivione e da quei sotterranei luoghi ridotte alla luce, e memoria dei fedeli; per disiderio che le comunità avevuano di tali tesori, facevano a gara l’una dell’altra, secondo che meglio potevano, in fabbricar loro belle e onorevoli, e sontuose arche, o dipositi. Et il pio pastore intento al divin servigio e al beneficio loro; per titolo di gratitudine verso la divina Maestà, e per meglio impetrare la protetione di que’ santi, facendosi per iscritura, e per pubblico voto promettere di santificare compiutamente tutte le feste e specialmente la più principale loro: e quel che troppo haveva a cuore, di lasciare i balli e i giuochi, di ogni altra dissolutione, e attendere alle opere della pietà. A laici, … e i a persone private non ne volle dar pure un poco di polvere: dicendo, che l’abbondanza non doveva apportar pregiudicio alla reverenza di cose tali: e bastogli ancora con persone di qualità, far toccare delle corone per donare loro, per cosa di gran pregio.

 

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