ARCORE: LA VALLE DEL LUPO

di Tonino Sala

L’identificazione di un luogo fatta nel corso della rilevazione catastale del territorio del paese dal geometra Gian Giacomo Frast (1721), oltre che col nome del possessore, con l’estensione della parcella, col numero di partita assegnatogli e il tipo di coltura, era identificata anche col nome proprio del luogo, così forse, come era conosciuto a quel tempo in paese: Valle del Lupo – val dal lóf, (un ventaglio di modeste incisioni, che facevano e fanno ancora parte del bacino di raccolta di un minuscolo rio, ben presente in occasione di forti piovaschi, che riuniti gli scarichi meteorici, guidava le acque fino alla loro foce naturale nel Lambro, in tempi successivi [1805], secondo un documento ufficiale custodito nell’archivio comunale, il rio fu identificato come Torrente della Valle dei Morti), mi ha dato la motivazione e l’occasione di tratteggiarne un po’ la conformazione, la sua evoluzione, o meglio, il suo adattamento nel tempo, fino all’oggi dove solchi vallivi, scorrimenti e proprietà sono cambiati adattandosi ai progetti del mutare dei proprietari e dei regolamenti sull’utilizzo dei suoli.
Dal catasto teresianao: “vale del lupo signor Jacomo Busolo N. 103 – pertiche 15, tavole 5 –brugera pascoliva”

I nomi:

Valle del Lupo
Si incomincia chiedendoci se ha avuto un senso chiamare “Valle del Lupo”, una relativamente modesta incisione risalente il “pianalto”, che costituisce, nel nostro territorio, il limite iniziale della “gradonatura” sensibile nel terrazzamento della Brianza monzese. A questo proposito abbiamo un documento costituito da una annotazione sul “Libro dei Morti” scritta dal Curato Francesco Carozzo (1652-1684, quinto della serie), dalla quale risulta chiaramente che i lupi nel territorio arcorese arrivavano e che in quel tempo facevano anche vittime. Eccone un breve racconto:

LUPI AD ARCORE

“…Milleseicentocinquantaquatro…
Adì 5 luglio è stato divorato dal lupo un figlio di Hieronimo Chignolo chiamato Francesco e si è trovato solamente il capo con un brazo et l’intestini et era di età d’anni sette in circa…”,

Dal “libro dei morti” -archivio parrocchiale di Arcore-

Il lupo, figura mitica della tradizione contadina – eroe perdente nelle fiabe popolari esaltanti la furbizia della volpe contrapposta alla sua ingenuità, tramandate da modesti affabulatori nel caldo tepore delle stalle – esisteva ancora fino agli anni quaranta come evocazione terrorizzante delle esuberanze infantili e come reperto ancestrale nei detti dialettali diventati ormai fossili linguistici: ...l’è fosch cumè la tana dal lóf…, …andach in buca al lóf…, …ingurd ‘mè ‘l lóf…, …temp da lóf…, ecc.
Così Manzoni, nella similitudine che lo accomuna al “Griso”, lo descrive aggirantesi per Monza alla ricerca di notizie sulla scomparsa Lucia, timoroso per la taglia di 100 scudi pendente sul suo capo: “…e camminava come il lupo, che spinto dalla fame, col ventre raggrinzato, e con le costole che gli si potrebbero contare, scende da’ suoi monti, dove non c’è che neve, s’avanza sospettosamente nel piano, si ferma ogni tanto, con una zampa sospesa, dimenando la coda spelacchiata, leva il muso, odorando il vento infido, e mai gli porti odore d’uomo o di ferro, rizza gli orecchi acuti, e gira due occhi sanguigni, da cui traluce l’ardore della preda, e il terrore della caccia…”

All’epoca, tutta la fascia collinare compresa fra Arcore, Bernate, Velate, Camparada, Lesmo e giù giù fino a Gerno e alle valli di Pegorino e Corezzana, costituiva un’unica foresta, a tratti inframmezzata da campi ridotti a coltivo, fonte di legname per costruzioni e riscaldamento, luogo di pascolo per magri greggi e rifugio per gli animali selvatici, e tra questi anche lupi, che vi emigravano dall’alta Brianza e dalle Prealpi comasche.
Nella nota del curato non è indicato dove avvenne il fatto ne’ dove furono trovati i resti di Francesco; era normale, allora, che i ragazzini non ancora in età per aiutare i genitori nei lavori di campagna venissero impiegati per portare loro lo scarso desinare, cucinato in cascina, nei coltivi dispersi per la campagna e a volte all’interno di boschi; vista l’epoca, in questo caso si doveva trattare del tempo della mietitura, e il campo poteva trovarsi sui confini con i boschi di Bernate o di Lesmo.
Un fatto analogo, quasi contemporaneo, ma risoltosi in modo diverso, era accaduto nei boschi di Imbersago, nel luogo ora denominato “Madonna del Bosco”. Quanti dubbi sull’attendibilità, in quel santuario, davanti alla “sceneggiata” della cappella del miracolo: il lupo sta fuggendo col bambino tra le fauci, l’impotenza dei contadini a portare aiuto, una grande disperazione, la madre invoca la Vergine che appare tra le fronde del castagno e il “miracolo”! Il lupo ritorna e depone il bambino incolume ai piedi della madre.
Il sapore di “favoletta” del racconto iconografico è temperato ora dalla certezza: “…è stato divorato dal lupo un figlio di…” che avvenimenti simili accadessero, e che il miracolo, pur mancando delle certificazioni notarili presenti invece in altri santuari, è testimoniato dalla tradizione popolare del luogo che perfino identifica nella famiglia dei Lavelli di Imbersago i beneficiari di questa grazia soprannaturale.
Chignolo, non è un cognome brianzolo (anche se nel territorio di Tregasio, secondo la mappa di Giovanni Brenna, esisteva, almeno fino alla metà dell’800, una Cascina Chignolo, diventata oggi “Bosco Chignolo”: splendido luogo boscoso, impiantato su un terreno a cuneo – appunto chignoeu – visitabile, dove una leggenda fa da guida al percorso, comunque qui il nome non deriva dalle persone ma dalla forma del terreno sul quale la cascina è impiantata), infatti nel prezioso studio dei “Cognomi brianzoli” del professor Merati, edito da “Il Cittadino”, il cognome non compare; con certezza sappiamo però che è un toponimo – due paesi relativamente a noi vicini (Chignolo d’Isola, tra Adda e Brembo e Chignolo Pò alla confluenza del Lambro nel Po) portano questo nome – sappiamo anche dalla storia che a Chignolo Po i Visconti avevano larghi possedimenti e che gli stessi Visconti possedevano in Arcore una cascina, posta nella località che porta ancora il nome “Visconta” oltre alla Corte Grande e numerose terre messe a coltura. Non si può dire che questo Chignolo venisse da una di quelle terre, però potrebbe ritenersi che a seguito di necessità generate dagli spopolamenti della peste degli anni 1629-1631, alcune famiglie venissero dai Visconti trasferite a ripopolare le loro terre dai luoghi dove il flagello era stato più misericordioso. Una di queste poteva essere quella dei Chignolo. Che la famiglia venisse da fuori è certamente provato dal fatto che nel “Libro dei Battesimi”, per il periodo relativo alla possibile nascita del ragazzino, non è annotato alcun Francesco Chignolo.
Successivamente, nello Stato d’Anime del 1737 risultano residenti ad Arcore tre famiglie con questo cognome: Francesco nello Stallo del Gallia (ex corte Teruzzi o “Cort di lacee”), Luigi nello Stallo dell’Ospedale (demolito, ora ex Corte del Gallo), Francesco nello stallo del S. Gregorio (demolito, l’area è ora occupata da due condomini). Ad oggi il cognome, diventato Chignoli o Chignola, ad Arcore è sparito, però è ancora presente, seppure in scarso numero, in alcuni paesi della provincia.

Secondo il “Dizionario storico etimologico – I Cognomi d’Italia” della Utet, Chignolo o Chignola deriva da un toponimo lombardo Chignolo, località del comune di Oneta-Bg ed elemento della denominazione dei due comuni di Chignolo d’Isola nel Bergamasco e Chignolo Po nel Pavese, infatti ha il suo epicentro in Vaprio d’Adda-Mi, presente anche nel capoluogo, sparso nella provincia di Bergamo e a Genova, Chignola invece è tipico della provincia di Verona, in particolare a Caprino Veronese.

Secondo il “Dizionario di toponomastica lombarda” dell’Olivieri, Chignolo corrisponde alla voce lombarda chignoeu o cuneo, riflettente latino cuneolus, nel significato “punta di terra fra due fiumi”.

Valle dei Morti
La motivazione che ha generato il nome “Valle dei Morti” è legata alle epidemie di peste che fra il 1348 (peste nera), se non prima, e il 1630 (peste del Manzoni) visitarono anche il nostro paese, e il luogo dove fu attrezzato una specie di Lazzaretto e furono inumati i corpi dei morti di peste finì per nominarlo, con voce dialettale, “ai mortlungh”, nel senso di “morti antichi”; per quanto mi riguarda, solo con quel nome era conosciuto e citato nel parlare normale del paese. Però, qualche anno fa, nel corso delle ricerche per preparare una conferenza sulle acque nel territorio arcorese, dall’archivio comunale venne alla luce un documento, dall’archivista chiamato “Perizia Carminati 20 ottobre 1805” intitolato “Strade rovinate dal Torrente valle de’ Morti detto della Chà”. Quindi il nome ufficiale, quello che appariva nelle pratiche del tempo, non era più Valle del Lupo, come l’aveva scritto il rilevatore Frast nel 1721, ma Valle dei Morti.
Nel 1805, al tempo della fondazione del Regno d’Italia con monarca Napoleone, per sistemare la strada che ancora oggi collega Arcore alla Ca’, Peregallo e da qui alla Ca’ Bianca, periodicamente sconvolta dalle esondazioni del torrente, fu stilata una perizia su incarico delle comunità di Arcore e di Lesmo, per sanare i guasti mettendo in sicurezza strade e percorso del torrente, e questo è il documento relativo custodito nell’archivio comunale:

Dall’archivio Comunale di Arcore Frontespizio della perizia del 1805 “Acque e Strade – Cartella 12 – fascicolo 1”

Alle Amm, M.i (Municipali?) di Arcore e Lesmo
L’Ing. Carminati de Brambilla

Nel Convocato del g.no 21 10bre 1797 tenutosi nella Cancel.ria del Censo del Distretto XIV milanese dalle due Comunità di Arcore, e Lesmo per l’inalveazione del Torrente detto della Valle dei Morti fu convenuto di adattare alcuni tronchi di strade comunali, che non erano stati inclusi nella perizia generale del 28 agosto 1797. Le due Amm.ni di Arcore, e Lesmo saviamente ritenendo quanto fu convenuto nell’accennato Convocato si sono compiaciuti di commettermi la descrizione; e dettaglio di quelle opere tendenti al riadattamento dei detti tronchi di strada, li quali dal vecchio sregolato corso del Torrente erano stati trinciati, e fu deciso altresì, che ritenuti li prezzi sui quali erano stati calcolati li altri adattamenti delle comunali strade descritti nella perizia 28 Agosto 1797 dovessero servirsi dallo stesso Appaltatore a scanso di contestazioni.
Nel giorno 25 7bre 1805 ho esperito la commissione con ogni diligenza.
1°Dallo sbocco dell’altre volte Cavo Giulini montando verso Peregallo nella tratta di Bra 180 si adatterà la strada in larg.a di bra 8, col piovente alla destra discendendo verso la Santa; sarà posta la ghiaia in altezza raguagliata di oncie tre, e dovranno farsi li spianamenti de’ dossi, sicché la Arata? riesca sotto un perfetto filo di livella.
2°Per bra 155 consecutivi continuerà la strada nella larg.a di bra 8; pendente verso Peregallo, e col fosso colatore alla sinistra montando, la ghiaia sarà posta in altezza di oncie tre raguagliatamente.

La prima parte della relazione

3°Con altre bra 165 sino al Vallone compreso, stato formato dal Torrente, la strada dovrà qui ritenersi in larg.a di bra 10, e sarà alzata bra 4 prese per raguaglio, la sponda, o ciglio della strada segnatamente alla parte di ponente sarà formata a tutta scarpa, e consolidata da teppate e gramigna perché reger possa ai forti coli delle acque pluviali; il suo Arato sarà regolato in forma convessa, con minuta e tersa ghiaia; una parte di bra 65 sarà formata nel fondo Bernareggi in larg. araguagliata di bra 8, impiegando le ghiaie nell’indicato alzamento di bra 4.

4°Continuando verso Peregallo per bra 75, dovrà abbassarsi la strada per bra 1 e mezzo raguagliata in larg.a di bra 8; sarà indi spianata con minuta ghiaia in altz di 6 1.1/2 raguagliate, col regolare pendio alla parte di ponente.

5°Alla Crociera, o sia intersezione delle due strade di Peregallo, e de’ Mulini, dovrà abbassarsi la strada diretta a Mulini in lung.a di bra 51, lar.a bra 7 in altezza di bra 1 per conformarla al possibile al comune livello, sarà poi perfettamente spianata con minuta ghiaia.

6°Dalla Crociera rivolgendosi verso la Cascina detta Cà per bra 220 dovranno tagliarsi le scarpe delle ripe ad ambo le parti per oncie 9 raguagliatamente; Dovrà porsi la ghiaia in altezza rag.te di 64 in larg.a di bra 6, ritenuto il dorso a schiena di mulo.

7°Progredendo con bra 440 si dovrà atterrare la siepe di Casa Giulini alla parte di mezzogiorno, si taglierà poi la ripa in larg.a  di bra tre, altz raguagliata bra 2 ½, impiegando tutte le materie nell’alzamento di questo tratto di strada ora ridotto ad un ampissima e profonda Cariola inaccessibile ai carri. Sarà poi coperto l’indicato alzamento con oncie quattro di perfetta minuta ghiaia, disponendo lo strato di questa tratta di Arada di larg.a bra 6 in un piano inclinato verso mezzogiorno colla consueta pendenza di mezz’oncia per ogni bra.

La parte finale della relazione

8°Con altre bra 215 si giunge al termine continua la larg.a di bra 6. La ghiaia sarà qui posta in altezza raguagliata di oncie due. Il pendio sarà verso mezzogiorno, e come più sopra si è descritto.

9°Altro tronco di Arada, che dallo stradone nuovo laterale al nuovo alveo del Torrente mette a Peregallo, di lung.a bra 165 in larg.a di bra 6, dovrà uniformemente alzarsi con minuta e tersa ghiaia per oncie sei rag.te, disponendone il suo piano inclinato verso ponente con quella regolare pendenza sopra indicata. Tutte queste operazioni da me calcolate, colle condizioni, che di sopra ho esposte rilevano la somma di £ 2339 milanesi, e la manutenzione annuale per un novennio di £ 120 milanesi.

Sono col solito rispetto Carminati de Brambilla Ing.e
Paolo Penati
Carlo Penati fatt. Giulini Deputato
Ambrogio Teruzzi  fatt. Dall’Orto Dep.
Cristoforo Moro sostit? D’addaDep.
Beniamino Redaelli fatt..batore?
Giò Decio testimonio
Gio Batta Crivelli testimonio

Una prima osservazione, riguardante i tempi, muove una certa curiosità: la nota di perizia fa riferimento a due convocazioni del 1797, nelle quali fu proposto, nella prima “l’adattamento” di alcune strade e nella seconda, di costruire un alveo che contenesse i capricci del torrente e la sistemazione delle strade da questi rovinate; ed è su quest’ultima che si svolse la “perizia” dell’ingegner Carminati.
Era il tempo della fusione della “Repubblica Traspadana”(1796-1797), stato vassallo della Francia, con la “Repubblica Cispadana” andando a formare la “Repubblica Cisalpina” (1797-1802), poi nominata “Repubblica Italiana” (1802-1805) che diventerà, infine, dopo l’incoronazione di Napoleone, “Regno d’Italia”(1805-1814),  il tutto inframmezzato da guerre e da ritorni estemporanei dell’Austria, nel giro di poco meno di un decennio si passa dalla dominazione austriaca alla dominazione francese con varianti di aggregazioni, nomenclature e organizzazioni che alterano tutti i rapporti fra i civili e l’autorità.
Evidentemente, come si dice, dal dire al fare … passano un bel numero di anni, fu necessario che tutto fosse stabilizzato prima di poter procedere alla soluzione delle necessità contingenti relative.

Una seconda annotazione va riferita alla valle che dà il nome al torrente, ma qui, forse, più che parole servono immagini.

Il luogo

La mappa del territorio arcorese rilevata nel 1993 con una aerofotogrammetria presenta l’ambiente come appariva all’epoca; oggi non è molto diverso se non per variazioni di viabilità, alterazioni da acquisizioni e urbanizzazione di spazi al tempo ancora parzialmente percorribili ed oggi recintati e ridotti ad esclusive proprietà private inglobando anche antiche strade e sentieri risalenti,come esistenza,oltre il primo medio evo; su alcuni di queste, generazioni di arcoresi buttarono il loro sudore per far grandi i fantasmi e la “bella Signora” che, si spera, fra breve, riprenderà a danzare.

Rilievo del 1993 del territorio di Arcore

Lo stralcio rappresenta il bacino imbrifero,che risale fino al piano della proprietà Fossati e alla Fornace, e i flussi del torrente fino all’incrocio della Via Monte Bianco. Da qui in poi il percorso fino allo scarico nel Lambro, un tempo a cielo aperto, oggi è intubato con portate inadeguate al volume dei piovaschi che spesso esondano nei terreni circostanti; il Comune ha ora predisposto spazi di espansione scavando un modesto bacino nel triangolo compreso fra Via Monte Bianco, Via della Maiella e Via Gran Sasso, la prova dell’efficacia è da verificare ai prossimi piovaschi che sicuramente non mancheranno;non ne abbiamo urgenza, prima di quelle degli ultimi anni eravamo stati dodici anni senza esondazioni.

La zona compresa tra Via Monte Bianco, Via della Maiella e Via Gran Sasso.

Tra il lato sud del rilievo del “Ravanel”, e il lato ovest della cappellina “ai MortLungh”, la valle, che sbocca sul piano a circa 185 m (slm), si inoltra nelle ramificazioni che in tempi geologici si formarono degradando i margini dello zoccolo del pianalto che costituisce il primo gradino a lato sud-est del territorio di Lesmo, parziale lato ovest di Arcore (quota 215-210 metri a scendere, linee di livello ogni 2,5 m).

Una mappa particolare, che mette in mostra i rilievi che fanno da raccolta e guida dei flussi meteorici, è quella disegnata, poco prima della metà dell’Ottocento, dall’ingegnere geografo Giovanni Brenna; nell’illustrazione se ne dà un particolare, nel quale, la valle, al tempo ancora integra, senza le interruzioni che arriveranno nella seconda metà del secolo, dopo che il marchese Emanuele d’Adda avrà completata la composizione del parco, presenta la sua conformazione tripartita con rogge di raccolta che confluiscono in un bacino dal quale fuoriesce il torrente che dopo aver zigzagato per i campi sfocia nel Lambro presso la località Molinetto.

Mappa metà ottocento di Giovanni Brenna

Considerata l’epoca della rilevazione si dovrebbe dedurre che gli interventi di riparazione programmati nel 1805 siano ormai avvenuti e che pertanto il percorso del torrente dovrebbe essere quello definitivo; non così la strada dal paese che verrà resa rettilinea rimuovendo dal percorso la “esse” prima dell’attraversamento del torrente (1887). L’immagine mette bene in mostra anche l’intrico di stradine e sentieri che collegavano la Palazzina con le cascine Brughiera, Variona e i paesi tra loro confinanti attraverso i boschi; sono evidenti anche i laghetti della Cazzola e di Ca’ d’Adda (quello più a sud), e il viale che collegava con un rettifilo il San Martino al Lambro, dove, sullo sperone dello scosceso al limite della golena è indicata l’esistenza di un “Tempietto Giulini”, edificio eretto a scopo ornamentale. I Giulini avevano comprato, a partire dal 1713, dai Simonetta, dai Cazzola e dal Luogo pio di San Giacomo de’ Pellegrini alcuni dei beni che originariamente costituivano dotazioni e monastero del San Martino di Arcore.

La foto dà un’idea di come sarebbe potuto essere il cosiddetto “Tempietto”

Continuando nel commento alla mappa: nell’angolo basso a destra si vede la sagoma originale della villa dei d’Adda ancora a corpo continuo prima dei lavori di trasformazione che l’avrebbero ridotta, dividendola in due tronconi, a quinte di scenografia; più sopra, la Montagnola, con la ex villa dell’Abate in corso di trasformazione, ordinata da Giovanni d’Adda e sul margine, a lato, stalle e scuderie; anche il raccordo tra la Montagnola e il piano è probabilmente in corso, mentre è già stata costruita la variante che abolendo la vecchia strada per Oreno porta ortogonalmente dalla villa alla provinciale.

Le rilevazioni del catasto teresiano nella zona della futura villa Borromeo

Anche nella mappa della prima rilevazione totale del territorio (1721), quella nella quale appare il nome “Valle del Lupo” è indicato il percorso del “Torrente della Valle de’ Morti, qui però l’indicazione dei rilievi di terreno costituiti da tratteggi a seguire l’andamento delle vallette,anche per la riduzione dell’immagine, sono molto approssimati, non consentendo quindi di apprezzare sufficientemente le articolazioni e le differenze dei livelli.
Pur disegnando le strade, qui non si è data attenzione specifica ai sentieri inter poderali, avendo la rilevazione lo scopo essenziale di determinare i proprietari delle parcelle e le loro estensioni, quindi, oltre alle strade principali, si dovrebbe intendere che ogni limite di proprietà costituisca un sentiero di accesso ai fondi.

Catasto teresiano, mappa detta del “primo rilievo”

Nella prossima sezione di mappa, si può osservare a lato destro, sulla costa dell’ingresso della valle, che è disegnata una croce, e in quel luogo sorgerà quella che sarà poi la cappella “ai MortLungh”, che sarà edificata, nella conformazione come la vediamo oggi,quasi contemporaneamente all’erezione del muro di recinzione del parco;alle variazioni di percorso all’antica Strada delle Spazzate, a seguito dell’ampliamento del parco e all’inglobamento di antiche strade, fatte con intubatura per gli scarichi dei passaggi ottenuti colmando di tratti delle vallette; dello chalet ex “Ravanel” e delle nuove scuderie. Tutti i lavori,ristrutturazione della villa e servizi annessi compresi, eseguiti tra il 1870 e il 1900, in una sorta di prosecuzione di quanto già fatto dal padre Giovanni, furono affidati dal Marchese Emanuele, all’amico architetto Alemagna già collaboratore del Balzaretti che fu il primo a mettere mano alla progettazione e all’esecuzione dei lavori per l’adattamento dell’ingresso (ex villa padronale), la trasformazione della casa dell’Abate e dei giardini.

La strada delle “Spazzate”

Un notevole apporto di mano d’opera per escavazioni e trasporti, in particolare per movimentare massi di ceppo, ciottolame e terra, usati per tracciare i viali interni al parco, la nuova strada esterna e colmare i valli, fu dato dai contadini affittuari, costretti dai contratti a dare disponibilità per carrate mal retribuite. A questo collaborarono anche i contadini affittuari del conte Casati che aveva alcuni scampoli di proprietà sul confine col d’Adda; il Casati possedeva una cava di sabbia (l’ex cavo Giulini) e sul libro delle contabilità con i contadini, in quel periodo, sono annotati trasporti di sassi dalla Cava alla “Strada delle Spazzate”.

Alla fine del nuovo percorso delle Spazzate, dove il tracciato si raccorda con il rettifilo che proveniente dalla strada per Camparada con qualche serpentina sale alla “Fornace”, fu posto un cippo a indicare i limiti delle proprietà. Il lato destro, in salita, recintato fino alla “Fornace” è l’ex “Caseula” Cazzola.

Il cippo a delimitare le proprietà

la sequenza d’immagini che segue, illustra i luoghi contrassegnati sulle mappe:

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Le strade

Rintracciare le strade oggetto dell’indagine per il ripristino post devastazioni basandosi sulle descrizioni dell’ingegner Carminati de Brambilla è relativamente facile in quanto i tratti lungo i quali il torrente scorre sono ben evidenziati su tutte e tre le mappe storiche che possediamo; forse, qualche difficoltà si può trovare nel decifrarne le descrizioni verbali legandole a settori sufficientemente identificati.
Quindi il percorso del torrente che uscito dai rilievi collinari si inoltra per il piano fino al Lambro costeggiando i tratti stradali di possibile erosione è ben noto; l’evidenza è chiara anche per chi percorrendo oggi le strade che in origine lo costeggiavano non può che notare la loro altezza, frutto degli interventi di apporto a sanare i guasti, rispetto al piano delle campagne sul quale la strada si svolge:

Le strade oggetto della devastazione

anche qui uno scorcio di mappa aiuta a individuare le strade lungo le quali corre l’alveo del torrente, però la perizia commissionata, partendo dall’imbocco di una antica via detta “Strada del Vignone” che inizia poco più di una decina di metri prima del traverso del torrente e che consentiva l’accesso al “Cavo Giulini”, prosegue per il bivio del territorio di Peregallo, per poco meno di un centinaio di metri, e per l’intero percorso della strada per la Ca’, riprendendo poi per il tratto della Peregallo – Santa fino alla svolta per il Molinetto. La perizia non riguardò solo la pulizia e la messa in sicurezza dell’alveo del torrente ma anche lo spianamento o il ricolmo del fondo stradale in modo da rendere totalmente piano il percorso. Sembrerebbe quindi che in precedenza le due strade seguissero l’andamento più o meno pronunciato dei dislivelli propri dei fondi naturali dei terreni, con ristagni di acque nelle zone più basse.

Il torrente

La parte che riguarda la formazione e il corso che si svolge nel rilievo è già stata abbondantemente esaminata, rimane la curiosità riguardante il percorso sul piano e i motivi dello zigzagare nei terreni del torrente, con angoli di ripresa evidentemente non naturali, che sicuramente non agevolavano il deflusso, anziché puntare diritto verso il Lambro.
Vista l’impostazione dello scarico sul piano è facile dire che buona parte dei rilievi sfrangiati demoliti nel tempo dalle intemperanze meteorologiche, sia andata a costituire i fondi del piano fino al Lambro, e così fu fino all’arrivo della civiltà agricola che bonificando la zona tracciò e scavò le rogge per regolarne i flussi. Ma anche questo non risponde ai perché del gira e rigira. Che ci fosse un primitivo alveo antico, in seguito modificato, oggi non è più possibile verificare sul posto: i terreni arati per secoli sono stati più o meno livellati e se qualche resto ci fu ora rimane coperto dallo sviluppo dell’urbanizzazione. In tempi relativamente recenti, dal traverso di via Monte Bianco lo scarico fu intubato e sepolto. Quale sia stato il percorso seguito nella copertura non sono in grado di dirlo, certamente nell’archivio comunale è custodita la pratica relativa.

I personaggi

Carminati de Brambilla, l’ingegnere autore della perizia, appartiene alla classe dirigenziale milanese, dalle informazioni raccolte sulla rete: “… Don Cesare (Milano 5-2-1767, + 1-5-1830), Patrizio Milanese, Consigliere comunale e Presidente del Consiglio comunale nel 1805, poi Assessore municipale, Guardia Nobile lombarda nel 1818, Deputato della Congregazione provinciale milanese dal 1826 …”
Possiamo notare che la preponderanza dei rappresentanti della comunità arcorese (Deputati) sono i “fattori” dei signorotti locali, non poteva essere diversamente anche perché i terreni interessati alla messa in sicurezza, oltre al torrente e alle strade, sono i loro.
Paolo Penati
Carlo Penati fatt. Giulini Deputato
Ambrogio Teruzzi fatt. Dall’Orto Dep.
Cristoforo Moro sostit? D’adda Dep.
Beniamino Redaelli fat. …batore?
Giò Decio testimonio
Gio Batta Crivelli testimonio
I due Penati sono del San Martino, il Teruzzi cura gli interessi delle proprietà diventate poi del Ravizza, Il Moro è anche capo dei fabbriceri parrocchiali, non si è riusciti a leggere di chi sia fattore il Redaelli, il Decio e il Crivelli, sono probabilmente dei possidenti.

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