Ricostruiamo le origini della muraglia, delle porte e dei ponti che i protagonisti e nella fattispecie le monache Ottavia e Benedetta, citano nelle loro testimonianze. Possiamo fissare la costruzione di tali mura nella prima metà del 1300, alla conclusione delle vicende che segnano le alterne fortune fra i Visconti ghibellini e i guelfi monzesi.

Monza le mura
Da una riproduzione di Monza, probabile fine 1600
(elaborazione)

Lo storico Morigia nel suo “Chronicon” c’informa che dal 1333 al 1336 “ la detta Terra di Monza fu murata in giro e al di fuori della detta fossa grande della detta Terra fu fatto un fosso e un refosso e una strada sopraelevata tutto attorno alla Terra”
Nel 1325 i Visconti costruiscono la Rocca e quando Azzone Visconti nel 1333, conquista definitivamente Monza, lo stesso fa edificare ad opera dei guelfi sconfitti, la cintura muraria, che comprende anche il fossato verso est realizzato dalla deviazione del Lambro, in prossimità del Ponte Nuovo. La costruzione si protrasse sino al 1381.

Galeazzo Sforza nel 1357 amplia l’insediamento presso la Rocca, erigendo il Palazzo Ducale e completandolo da altre torri di difesa, fra cui la famigerata torre nota come “i forni”, una torre carceraria tra le più “dure”, tanto che lo storico Campini dice “conteneva alcuni ripiani e dì sotto cupe prigioni, una fra le altre chiamata per l’orrore il forno, dove si calavano i rei per una buca” Le mura cominciarono a perdere la loro efficacia difensiva verso il 1500, quando le armi da fuoco raggiunsero un grado d’efficienza più dirompente.

Il castello di Monza, a sinistra Porta Nuova

Rimase importante la loro peculiarità di controllo dei commerci, tale prerogativa è sottolineata dall’intervento nel 1529, da parte dei De Leyva, feudatari di Monza, che chiudevano tre porte, nella cerchia, per un più capillare controllo del flusso di beni e persone ai fini fiscali. Ancora nel periodo del feudo dei De Leyva, ci giunge notizia che ai tempi del nonno di Marianna de Leyva, la monaca di Monza, in un periodo in cui il nonno era al servizio in guerra, della corona di Spagna, la nonna Marianna de la Cueva, che abitava il castello di Monza, fece demolire parte della fortezza, vendendone i materiali per fare fronte alle scarse risorse finanziarie che segnavano il momento, una volta lasciato in Monza, solo un amministratore, Giuseppe Limbiati, di pochi scrupoli, questo continuò in proprio l’opera di demolizione, incamerando i proventi illeciti, sino all’intervento dei magistrati dei beni camerali che erano i possessori legittimi della fortezza, che cercarono di porre fine a tale commercio. Questo malcostume si perpetrò nei tempi, tanto che nel 1767 il canonico Campini riferisce che, calate le tenebre, i monzesi consideravano le mura come una cava di mattoni; dice infatti: “ne rubban a gran fadiga”. Arriviamo fino al 1809 quando il castello visconteo, a quell’epoca decisamente compromesso, viene definitivamente abbattuto e i fossati riempiti. Il Marimonti nel 1841, parlando del Regio Parco, lo descrive, “cinto da un muro uniforme, e capriccio delle umane vicende, esso è formato dai mattoni e dalle pietre di cui constavano l’antico castello e i Forni di Monza, demoliti sul principio del 1807”. E’ a partire dal 1860 che ha inizio la demolizione della cerchia delle mura, fino al completo smantellamento ultimato nel 1913/14. Abbiamo notizie delle Porte che si aprivano lungo le mura, negli anni prossimi all’edificazione della cinta, ammontavano a sette, le elenchiamo: la porta Nuova ossia di Milano, edificata, da Galeazzo II, dopo la morte di Azzone Visconti avvenuta nel 1339, la porta di Cesare, posta sull’attuale via Manzoni, quella di S. Biagio,  quella di Carrobiolo, quella di Agrate, che nel 1702, minacciando di crollare, era stata restaurata a cura del conte Giacomo Durini allora feudatario di Monza, per finire quelle di Lecco e di Lodi. Col tempo si ridussero a quattro, nell’ordine: la porta Nuova, d’Agrate, Carrobiolo e di S. Biagio. Riproponiamo la descrizione che ci fornisce il solito Frisi: “Sono esse fabbricate a guisa di picciol forte, coi merli, saracinesche e ponti levatoi a foggia delle città murate, ed hanno il loro sobborgo, specificato col titolo delle porte medesime”. Per finire, un excursus sui ponti che attraversavano il Lambro e che nella maggior parte sono ancora presenti oggi. Iniziamo dal ponte delle Grazie Vecchie, costruito nel secolo XIV in occasione dell’edificazione del convento, si continua con il ponte Nuovo eretto nel 1333 in occasione della costruzione delle mura descritte, ancora il ponte di San Gerardo di fronte all’omonimo ospedale, si approdava, quindi al ponte d’Arena, dove oggi sorge il ponte dei Leoni, ancora più a sud il ponte di Piodo, oggi scomparso, che era a ridosso del castello, anche se al suo posto, un passaggio pedonale, oggi scavalca il Lambro, infine insisteva un ponte levatoio collocato nella parte posteriore del castello citato.

Abbiamo voluto rivedere cosa oggi sopravvive della cerchia muraria di Monza e delle altre vestigia citate, un giro lungo l’anello ha restituito poche cose, vediamo e soprattutto immaginiamo attraverso gli ultimi resti la Monza passata.

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