Leggendo gli atti del processo, abbiamo occasione d’imbatterci spesso in formule come:  “Nelle case della fabbrica di s. Giovanni della città di Monza, è chiamato a deporre” poi, “Il signor vicario ed io sottoscritto notaio, ci alzavamo dal letto nella casa dell’arciprete di Monza”, ed ancora, “Nelle case dell’arciprete di Monza è chiamato a deporre”. Questa serie di citazioni ci riconducono ad un edificio o meglio ad un complesso abitativo e di rappresentanza, che aveva nella Monza del tempo una sua importanza e centralità di ubicazione. Oggi il palazzo arcipretale ha la sua sede in piazza del duomo, di fronte allo stesso edificio religioso. Tale collocazione risale al 1829, prima di quella data il palazzo dell’arciprete e le pertinenze citate nel processo erano poste in altro luogo.

duomo Monza zona absidale
La zona absidale del duomo in una dipinto di fine ‘800 opera di Angelo Ballabio. A destra dietro gli alberi era collocata la casa dell’arciprete

Nella zona absidale del duomo sorgeva da tempi remoti, presumibilmente fin dal 1200 il “palatium archipresbiteratus”. Il complesso è documentato da una attenta ricerca di Augusto Merati che ci descrive le vicende degli edifici che lo componevano. Ancora una volta dobbiamo evidenziare, che anche di questa emergenza, non c’è più traccia.
Lo stesso Merati ci consegna una rappresentazione grafica, di parte del complesso che andiamo a riproporre, che a sua volta aveva dedotto da memorie e qualche foto eseguita in uno dei momenti in cui l’edificio fu abbattuto. Le prime notizie del luogo, risalgono ad anni anteriori di poco al 1200, quando per la prima volta è citato nelle pergamene dell’archivio capitolare. Nel 1500 si affresca la cosi detta saletta degli stemmi, così denominata per la presenza, sulle pareti, di ornamenti continui che illustravano scudi araldici sorretti da figure mitologiche o in ogni caso “figure favolose”, ed era posta, come si coglie dalla ricostruzione, in via Canonica. La fascia decorativa, posta, appena sotto il soffitto di tale aula fu recuperata prima dell’abbattimento definitivo avvenuto nel 1980 e collocata nei locali dell’Arengario.

Il palazzo dell'arciprete
La ricostruzione del palazzo attraverso foto e testimonianze, realizzata da Augusto Merati

Nell’anno 1726, ad opera dell’arciprete Vicini, si compiono lavori di restauro che a detta del Merati ne alterano profondamente la struttura dell’edificio. Sembra che in quell’occasione venga divisa la grande aula di rappresentanza in due piani, allo stesso modo porte e finestre sono completamente ridisegnante . Qualche dubbio sulla data di costruzione del piano superiore ci viene leggendo gli atti del processo, che ad un certo punto citano, come luogo degli abituali interrogatori non le solite case della fabbrica della chiesa, ma sono più circostanziati, indicando la “stanza superiore” di dette case. Questo particolare ci fa pensare che nel 1607 l’aula al piano alto esistesse di già. Tale ambiente, era destinato da secoli, ad accogliere gli eventi di importanza primaria per la vita ecclesiale, quali concessioni, cerimonie d’investitura, contratti di natura economica e dunque, pensiamo, anche atti legati alla gestione della giustizia, come gli interrogatori che erano in corso quei giorni. Dunque l’edificio insisteva fra via Canonica e via Lambro.

Il centro di Monza Gianni Selvatico
La rappresentazione di una Monza del Passato di Gianni Selvatico, con il Palazzo Arcipretale

Anche la ricostruzione di Gianni Selvatico ci permette di avere una idea spaziale sulla collocazione del monumento. Dopo l’intervento del 1726, dobbiamo arrivare ad un’altra data fondamentale, il già citato 1829, l’arciprete Bussola trasferisce la residenza nella nuova sede sulla piazza e cede la parte orientale della fabbrica, al demanio, che per adibire lo stabile a deposito e spaccio di sali e tabacchi intervenne snaturando l’edificio dei suoi elementi storici. Inalterata, rimase la sola sala degli stemmi. La memorie dell’antico palazzo dell’arciprete si perse tanto che l’edificio da quel momento, entrò nel parlare comune con il nome di “gabella del sale” qualifica legata alla sua ultima destinazione. Siamo al 1930, quando parte dell’edificio, più vicino, alla zona absidale del duomo, per un intervento rilevatosi nel tempo dissennato, è abbattuto  nella convinzione di donare visibilità migliore, all’abside stesso. Si arriva al 1980, quando le ultime vestigia del complesso, tra cui la nota aula degli stemmi, da tempo, in vero precario stato di stabilità, tanto da dover essere puntellate, cadono definitivamente, sotto i colpi dei picconi e degli escavatori. La fascia decorative, come si è detto viene salvata e allo stesso modo si recuperano, sempre della stessa aula, le strutture del soffitto, travi e mensole comprese.

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