L’intestazione della filza d’archivio relativa al processo alla Monaca di Monza, nella sua traduzione in italiano recita:
PROCESSO PER LA VIOLAZIONE DELLA CLAUSURA, LA DEFLORAZONE E L’OMICIDIO DI UNA MONACA NEL MONASTERO DI S. MARGHERITA IN MONZA COMMESSI DA GIO. PAOLO OSIO 1608.
Partendo da qui vediamo di inquadrare come la macchina della giustizia operava in quei tempi e più da vicino, come si mosse nel processo citato.
In effetti la lettura degli atti mette in evidenza differenti figure che si succedono, alternano, ritornano a vario titolo, nel gestire gli interrogatori e nel dibattimento processuale. Dobbiamo per primo menzionare la figura del vicario criminale che “gestisce” per “diritto territoriale” il contesto. Il crimine è stato commesso in un convento sono implicate delle monache, quindi la Curia, attraverso un suo rappresentante, si muove in questa direzione.
Nel corso del processo oltre al più volte citato vicario criminale Gerolamo Saracino, ad un certo punto vedremo entrare in campo un nuovo personaggio che andrà a sostituirlo e concludere il procedimento, si tratta del vicario criminale Lancilotto. L’entrata in scena di questa persona ha sempre sollevato differenti discussioni sui motivi che hanno spinto la Curia ad effettuare una sostituzione come si dice “in corsa”. Da una ragionevole osservazione si può supporre che lo svolgimento del processo aveva introdotto la possibilità, legata alle varie testimonianze, che ci fossero stati episodi in cui la magia avesse fatto la sua comparsa, da qui la necessità  di disporre di una autorità legittimata ad affrontare e sanzionare un livello tale di reato. Ecco dunque che nelle sentenze a carico di alcune imputate monsignor Lancilotto è presentato con il titolo “vicarius criminalis pro tribunali sedentes” . Ossia, nella veste di vicario dell’arcivescovo di Milano, pronuncia un certo giudizio, di contro quando esprime la sua sentenza, nei confronti del prete Arrigone, indiziato di aver fatto uso di magia, e dunque in odore d’eresia, posizione, che richiede l’esame di un inquisitore, emanazione questa spettante al Papa, come prescrive il codice ecclesiale, Lancilotto si presenta con una differente titolarità. Unisce oltre alle funzioni del citato vicario criminale, anche il titolo di “iudex ordinarius” ossia giudice ordinario, titolare del potere, delegato dalla Santa Inquisizione.
Attorno ai vicari criminali dobbiamo segnalare la presenza della figura del notaio che verbalizza le deposizioni e lascia traccia degli eventi legati al processo, parliamo dei notai della cancelleria arcivescovile che erano una decina ai tempi dei Borromeo. Nel processo sono al lavoro cinque notai, quello che ripetutamente citiamo nella nostra ricerca è Giuseppe Francino.
Vediamo ancora per alcuni interrogatori sortire la presenza di un sostituto del vicario criminale tale Esperanzio Mattarello che collabora con il titolare quando la necessità di presiedere impegni simultanei lo richiede.
A questo punto passiamo a descrivere come la giustizia civile abbia avuto parte nella vicenda.
Partiamo dal Governatore della Lombardia Fuentes che ordina l’arresto dell’Osio dopo che questo ha ucciso il collaboratore dei De Leyva, Molteno e lo fa rinchiudere in carcere a Pavia.
E’ ancora la giustizia civile ad intervenire quando dopo la fuga da Pavia, l’Osio da disposizione ai suoi sgherri di sopprimere lo speziale Roncino e di addossare la colpa al prete Arrigoni, questo viene arrestato ad opera dei fanti del foro secolare di Monza, che lo rinchiudono nella prigione del capitolo, sempre a Monza, consegnandolo poi alle prigioni dell’Arcivescovado di Milano, quindi affidandolo subito alla giustizia ecclesiale.
Ancora qualche settimana, prima degli ultimi tragici eventi, la magistratura civile che si identifica con il capitano di Giustizia Trusso Trussi e il fiscale Giovanni Torniello, interroga due testimoni, sempre a proposito dell’omicidio del Roncino. I due in seguito ci forniscono una informazione su dove aveva sede tale magistratura, citando la località di San Biagio, dove sembrerebbe avere la sua abitazione il Trusso.
Durante il procedimento abbiamo notizie, dalle deposizioni e dalle registrazioni notarili, di come, il braccio secolare cooperi attivamente, nel costruire il quadro probatorio, disponendo i rilievi ambientali, che via via si rendono necessari. Tra queste l’ispezione nel pozzo di Velate e la misurazione dello stesso, lo scavo nell’abitazione dell’Osio, per ritrovare i resti della conversa Caterina da Meda, ed altri ancora.
Dobbiamo ora evidenziare come l’intervento della giustizia civile, in occasione dell’omicidio del Raniero, abbia poi determinato, questo doppio binario su cui tutto il processo cammina. Abbiamo visto che la più parte dei protagonisti accusati nel procedimento siano religiosi, anche se l’imputato principale, L’Osio, è un civile. Annotiamo, che il giudizio finale sulla condanna dello stesso, avvenga per opera della giustizia civile. Questa conclusione si determina proprio per fare fede a quel diritto generato dalla temporalità d’intervento citato. La giustizia ecclesiale poteva benissimo, secondo quanto stabilito dai codici dell’epoca, essere giudice anche del civile Osio, artefice dei delitti più esecrabili, ma appunto per onorare l’eccezione determinata da quel primo intervento della giustizia civile su un identico delitto, che violava sia la legge canonica, che quella statuale, deve lasciare che sia la giustizia civile ad emettere la sua sentenza sull’Osio.
La sentenza in oggetto è comunicata al tribunale ecclesiale il 25 febbraio 1608, da parte dei delegati Salamanca e Torniello.
Riassumiamo, alla fine della dissertazione, brevemente, i contenuti delle sentenze che definirono il destino dei protagonisti:
Gio. Paolo Osio, contumace, fu riconosciuto colpevole dei delitti ascritti e condannato alla pena della forca. Che peraltro non fu eseguita. Osio morì solo qualche anno dopo e la sua morte, rimase sempre avvolta dal mistero.
Don Paolo Arrigone, condannato a remare sulle galere di stato per tre anni e al successivo esilio perpetuo da Monza.
Candida Colomba, Silvia Casati, Benedetta Homati, le monache vicine alla tresca, furono separatamente condotte in carceri, appositamente allestite in un’ala del convento di Santa Margherita, in singole celle, le cui porte vennero murate, per una pena eterna
Maria de Leyva, condanna alla carcerazione perpetua nel monastero di Santa Valeria in Milano, in una piccola cella la cui porta fu murata. La de Leyva unitamente alle altre monache imprigionate in Santa Margherita, viene liberata nel 1622 dopo oltre tredici anni di condanna.
Ottavia Ricci, come abbiamo visto, era morta prima di poter essere processata.
Altre pene e sanzioni minori furono comminate ad altre religiose, di Santa Margherita.

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