ARCORE, ARTE, BRIANZA, EVENTI

ARCORE NEL CATASTO DI CARLO V

di Tonino Sala

La “conta” più remota della popolazione arcorese, fra quelle da noi intercettate, risaliva finora allo “Stato d’anime” del 1574. Ora l’esplorazione delle fonti d’archivio, nello specifico parliamo dell’Archivio Storico Civico di Milano, ci consente di fare un passo all’indietro di una quindicina d’anni. Il reperto che oggi commentiamo risale al 1558, è una parte del così detto “Catasto di Carlo V”, come poi avrete modo di scoprire nel dettaglio, un censimento per determinare la tassazione da  imporre alla popolazione che possedeva terreni e abitazione, questo il metro usato per fissare il dovuto all’erario. Una tappa nell’interminabile percorso, ancora oggi in atto, per definire una modalità di tassazione, che possa approdare a quel “fisco amico”, concetto invocato e tanto in auge in questi tempi.

Premessa

Carlo V d’Asburgo (1500- 1556) Fin dalla sua nascita a Gand, il 24 febbraio 1500, acquisì il titolo di duca del Lussemburgo. Ancora minorenne alla morte del padre Filippo il Bello, sua zia Margherita d’Austria ottenne la reggenza dei Paesi Bassi. Dichiarato maggiorenne nel 1515, il giovane principe raccolse prima l’eredità del nonno materno Ferdinando il Cattolico (1516) e quindi quella del nonno paterno, Massimiliano d’Absburgo (1519).

Grazie alla sapiente politica matrimoniale del nonno, Carlo V diverrà il sovrano più potente della prima metà del ‘500, governando un impero sul quale lui disse “non tramontava mai il sole”. Ispirandosi al Sacro Romano Impero di Carlo Magno, si proponeva come guida morale e politica per gli stati cristiani d’Europa, contrapponendosi all’espansionismo ottomano nel Mediterraneo e nei Balcani.

Possedimenti di Carlo V

La dilatazione della Riforma protestante incrinò però dall’interno il suo progetto di unità cristiana a cui si aggiunse la rivalità con Francesco I che lo costrinse ad una guerra continua con la Francia.
Il 1° novembre 1535 moriva, senza figlioli, Francesco Sforza, Duca di Milano, lasciando il Ducato a Carlo V che già lo considerava suo, quale feudo imperiale, contro le pretese del re di Francia, Francesco I, che volendolo per sé come erede legittimo di Valentina Visconti (sposata, nel 1387, al Duca di Orlèans) era subito disceso dalla Savoia nel Piemonte, occupando Torino, per invadere di là il Milanese. Carlo V accorse, lo prevenne nell’occupazione del Ducato, e puntò su Torino, assediandola. Ma, come la guerra si faceva aspra e dispendiosa, “la Maestà dell’Imperatore ordinò all’Eccellentissimo Signor Don Antonio Di Leva, Prefetto di Milano e poscia Luogotenente Imperiale, che, con sodisfattione dello Stato nostro procurasse di riscuotere dodici mila scuti al mese dalle Cittadi e Province soggette, a cagione di mantenere in piedi la Guerra e soccorrere la soldatesca stipendiata dalla Camera”.
Questa fu l’origine del famoso mensuale che Milano pagò per secoli ai suoi dominatori, Spagnoli prima, Austriaci poi, e che, fin dal 1546, nell’occasione di nuove guerre, fu portato a 25.000 e consolidato in questa cifra durò per tutti gli anni avvenire.
Il nuovo balzello doveva essere ripartito fra il Ducato ed il Contado, ossia fra Milano e le Province, poi, nell’ambito di ognuna, fra le rispettive Comunità e queste, infine, dovevano suddividerlo fra i singoli amministrati.

La tregua di Nizza, anno 1538 tra Francesco I e Carlo V

Ma qui cominciarono i grossi guai, perché né lo Stato, né le Province, né i Comuni erano in possesso di elementi non dico sicuri ma neanche approssimativi per un razionale riparto di una imposizione universale e grave come questa.
Fino allora, cioè fino all’anno 1536, lo Stato di Milano non aveva avuto che due carichi camerali applicati a tutto il territorio: il Censo del Sale e la Tassa dei Cavalli.
E’ facile arguire che i due carichi, risolvendosi in tassazioni personali quasi uniformi, erano ben più duramente sentiti dalle Comunità e dalle persone povere che non dalle altre. Né diversamente avveniva pel terzo modo di tassazione universale anch’esso usato, quello per teste vive o per focolari, cui si aggiunse in seguito la bella trovata delle teste morte, cioè di quote che erano addossate ai possessori di terreni abbandonati dai coloni perché non ne ricavano tanto da vivere, ma che dovevasi pagare ugualmente quasi che le terre fruttassero anche senza lavorarle.
La ripartizione del mensuale non si poteva fare, adunque, se non in base al Censo del Sale, od alla Tassa dei Cavalli od alle Teste; tre modi uno più ingiusto dell’altro. Cosicché, effettuata alla meglio la prima suddivisione a beneplacito delle Autorità, ne vennero tante doglianze e tante proteste, che Carlo V, con determinazione del 13 marzo 1543 ordinò al Marchese del Vasto di formare l’estimo dei beni stabili e delle mercanzie al fine di ripartire il mensuale sulla base dei valori capitali risultanti.
I lavori non ebbero inizio se non nel 1548, sotto il pungolo del raddoppiato balzello, che per 50 anni ancora doveva essere applicato col vecchio riparto, qua e là ritoccato per le liti e per le resistenze delle Comunità più aggravate.
Si cominciò dalla misura generale dei beni di prima stazione (cioè dei terreni) che durò dal 1549 a tutto il 1552, ancorché “s’impiegassero molti Misuratori, Ingegneri, Agrimensori, Assistenti, Contramisuratori, ed altri Agiutanti, ed ogni giorno si ripigliasse la fatiga dal nascere fino al tramonto del sole, misurando separatamente ciascun luogo, Villa e Terra, con bellissima regola ed ordine ritrovato da Ludovico Bergamino Commissario dell’Estimo e Capo di quest’impresa”.
Questo per conto dello Stato. Ma contemporaneamente la Regia Camera ordinò ai proprietari la denunzia dei beni stabili “distinguendo gli beni, luoghi, con le qualità, quantità, e vero numero di pertiche, siti e confini, dichiarando s’erano lavorate ed erborate, prati con acqua o senza, vigne, selve, boschi, pascoli, zerbi, inondazioni dei fiumi, isole, giarre, molini, hosterie, Datij, passi, pedaggi, porti, saline, laghi, fiumi, acque di pescagione, ed ancora tutti i livelli, Censi, affitti, redditi, torchi, folle, case, botteghe, o parte di esse, quali si appigionassero, esprimendo il nome della Parrocchia, ed abitazione loro, con ogni chiara distinzione”.
La verità è che la così detta misura generale fu invece molto lacunosa perché furono omesse molte terre troppo vicine alla guerra guerreggiata, tutta la montagna, i terreni con diritto all’esenzione laica (per concessione sovrana, per riscatto, pel privilegio dei XII figli) oppure all’esenzione ecclesiastica molto più estesa; diritti talvolta reali ma spesso soltanto asseriti. Infine, molte terre passarono esenti dal carico “per essere di persone grandi, e guerrieri”, per non dire “di persone prepotenti”.
Ma anche per i terreni misurati le cose non andavano meglio. V’erano le denunce per ordine della Real Camera, che pare le sottoponesse a controlli; v’era la misura generale per parte del Ducato e dei Contadi; il tutto annotato semplicemente in un una duplice serie di quadernetti con dati bene spesso insufficienti all’identificazione dei fondi oppure con risultati notevolmente discordi. Di qui nuove ire, nuove proteste, nuove liti; tanto che, dopo avere adoperato invano ogni altro rimedio si recise il nodo con un colpo di arbitrio, iscrivendo le partite errate, per metà secondo i risultati del Fisco, per metà secondo quelli dello Stato.

Vediamo ora i documenti:

Le pagine (in alcuni casi una raccolta di fogli numerati in sequenza, rilegati in origine, che ora per la parte iniziale del primo volume, a seguito dell’uso, risultano squinternate), riferite ad Arcore contenute nei manoscritti, fotografate all’ASCMi sono l’elencazione dei proprietari di case e terre; per la verità, avendo sentito parlare anche di una specie di censimento (sul tipo del testatico sul quale si calcolava la tassa del sale) nel quale le famiglie residenti erano elencate e composte sotto il termine generico di “fuochi”, mi ero figurato anche un fac-simile degli “Stati d’Anime” (documenti a suo tempo imposti da san Carlo Borromeo), forse giacenti sotto diversa nominazione.

Il volume che contiene le registrazioni commentate nell’articolo

Le note che si riferiscono al nostro paese sono contenute, nel settore relativo alla Pieve di Vimercate, con quelle di altri luoghi, in quattro diverse formulazioni raccolte in quattro volumi.
Nel primo volume la registrazione, fatta su quattro pagine, riguarda i proprietari annotati col riepilogo delle terre in loro possesso nominate per tipo di coltura: campagna (cosa si è voluto intendere con questo nome?), orto, aratorio, avidato, prato, prato asciutto, pascolo, ronco, brughiera, brughiera boscata, bosco, inculto, e in qualche caso è indicata, con il termine “sito”, anche l’esistenza di una casa. Come detto, si tratta del riepilogo delle superfici, espresse in “pertiche”, di terre variamente collocate nell’ambito del territorio. Nella rilevazione, sembrerebbero mancare parecchie case, forse diversamente rilevate in altri documenti, sulle quali, invece, il dettaglio del 1574 nello “Stato d’Anime” incentra la sua impostazione.
Vi sono difficoltà, se non impossibilità, nel trovare la collocazione delle terre e ancor di più del luogo di residenza dei proprietari in quanto per alcuni è indicato chiaramente che sono esterni rispetto al paese, mentre per altri, anche se certamente non residenti, manca l’indicazione. Per quanto possibile si cercheranno corrispondenze su altri documenti. Si tenga sempre presente però che il riferimento allo “Stato d’Anime” del 1574, con quello che è potuto succedere nel frattempo, ha un intervallo di 16 anni.

La copia fotografica dei documenti contenuti nel primo libro, datato 1558, è costituita dall’elencazione, forse parziale, dei beni posseduti, da alcuni dei proprietari, riassunti per tipo di coltura e trascritti in quattro pagine.

Si riproduce la prima facciata:

Per ogni partita d’estimo sono indicati: il nome del proprietario, il tipo di coltura espresso in pertiche e il corrispondente carico fiscale.

Iniziamo con la descrizione del 1° foglio:

(Ms Pagano d’adda et frtti in  mto) – Messer Pagano d’Adda e fratelli in (Nota)

860 pertiche + 21 di orti e siti di casa
Pagano? La genealogia è piuttosto complessa e difficile da ricostruire mancando per questo periodo, nel quadro genealogico generale, le date di nascita e di morte; che si tratti del “Consigliere” di Ludovico Sforza (1452-1508) duca di Milano o dell’altro Pagano figlio di Gaspare, quindi suo nipote?
Siamo fra il 1548 e il 1563 (il libro porta la data 1558, ma l’inizio della compilazione del catasto pare sia iniziata nel 1548), se Pagano fosse il Consigliere dovrebbe essere ora ben oltre l’ottantina. Sposato con Caterina figlia di Giacomo della Torre ebbe sette figli: Gaspare, Costanzo, Pietro, Bertolino, Rinaldo, Francesco e Palamede.
D’altra parte, la nota dice (et frtti – fratelli), quindi nel primo caso se il Pagano consigliere è l’erede, ultimo nato di Antonio, patrizio milanese, tesoriere alla Camera ducale viscontea, i fratelli dovrebbero essere tutti trapassati. Nell’altro caso la genealogia enumera ben 15 figli di Gaspare … ma!
Inoltre il mistero, su quale “Pagano”, si infittisce in quanto, sullo stesso documento, più avanti, troviamo fra i possidenti, a nome unico e proprio, Costanzo, figlio di Francesco, quindi anch’esso nipote del Pagano Consigliere e perciò cugino del secondo Pagano. Costanzo, nello Stato d’Anime rilevato nella Parrocchia nel 1574 è annotato come proprietario di numerose case; mentre, non vi si trova alcun Pagano, (nonostante che nel documento di Carlo V sia annotata a suo nome una proprietà di 21 pertiche descritta come “orto e sit” – cioè, orto e sito di casa; mentre sul documento di catasto, non sono annotate case per Costanzo), però dalla rilevazione sono passati almeno una ventina d’anni, quindi Pagano potrebbe essere morto e il patrimonio d’Adda diversamente ricomposto.


(Batta Brianza) – Battista Brianza.

225 pertiche
Brianza non è un cognome comune (Internet dice che ci sono meno di 200 famiglie con questo cognome), in Paese rievoca una signora morta ultracentenaria (la sciura Pina), madre di Rosanna, Angiolino e Gianantonio, padrona del vecchio Albergo Sant’Eustorgio, di cui si è narrato nel libro sulle cartoline di Arcore.
Di Brianza nello “Stato d’Anime” del 1574 non c’è traccia: potrebbe essere stato un possidente residente fuori paese, come in altri casi chiaramente indicati nella rilevazione, oppure, nel proseguo del tempo degli oltre vent’anni trascorsi “passato a miglior vita”.


(Her. De ms Galeazo Casate in mto) Eredi di messer Galeazzo Casate in ?

1484 pertiche
I Casati-Casate (Galeazzo, Priamo, Costanzo, Pietro e Pietro Francesco), nel territorio arcorese sono proprietari di vaste estensioni sia di terre, regolarmente rilevate, che di case le quali qui non sono annotate, mentre nello “Stato d’Anime” del 1574 ne risultano i maggiori detentori per numero. Perticato totale del clan 2489 (d’Adda, 2587; Simonetta 2760), numero di case, nel 1574, 15 (d’Adda 9; Simonetta 13 di cui 4 molini). Nella rilevazione catastale del 1721 non risulta più alcuna proprietà a loro nome mentre sono ancora presenti nello “Stato d’Anime” del 1737 con due famiglie. Non essendo nota la collocazione dei fondi è difficile se non impossibile dal dato generale seguirne le variazioni e i trasferimenti, però, forse, dagli altri tre volumi sarà possibile rintracciarne qualche accenno.


(D. Priamo et flli Casati in mto) Don Priamo e fratelli Casati in ?

501 pertiche


(Batta chieppi in monza) Battista Chieppi in Monza.

27 pertiche
Chieppi, cognome rarissimo, secondo Internet è limitato a 28 famiglie… comunque dura da oltre 450’anni. Nessun Chieppo residente ad Arcore nel 1574.


(German da crippa) Germano da Crippa.

14 pertiche + 5 orto e sito di casa
Nel 1574 è presente un Battista Crippa, erede probabilmente di Germano, proprietario di una casa, che non abita, ma affittata a quattro famiglie: Mozato, che è detto massaro, Bramano, Marosso e Mariano, pigionanti. Il cognome Crippa deriva da un toponimo brianzolo che identifica una specie di cascina-fortezza posta nel triangolo Viganò-Sirtori-Lissolo.



Proseguiamo con la descrizione del 2° foglio:


(Constantio Casate) Costanzo Casate.


164 pertiche


(Petro Casate) Pietro Casate.

280 pertiche


(Petro fran.o Casate) Pietro Francesco Casate.

60 pertiche


(Fran.o Cassago) Francesco Cassago.

14 pertiche
Lo “Stato d’Anime” del 1574 riporta un “Casago”, non dimorante in Arcore proprietario di una casa abitata da due famiglie pigionanti: Nava e Patti. Cassago: si tratta di un cognome raro, secondo Internet portato da 107 famiglie, derivato da un toponimo; il paese di Cassago si trova a poca distanza a ovest di Barzanò.


(Gio. Ambro Caluo) Giovanni Ambrogio Calvo.

613 pertiche
Anche qui non si trova alcun “Calvo” o “Caluo” tra i residenti nella Arcore del 1574. Giovanni Ambrogio possiede tre case, una abitata da un massaro: Ogion (Oggioni) le altre da due pigionanti: Valciasna (potrebbe essere la deformazione di un Valsasna-Valsassina) e Rolla. Il cognome potrebbe essere di origine bergamasca (Val Brembana, nella forma Calvi), o piemontese (nella forma Calvo).


(Ms Hier.mo ghiringhello) Messer Geronimo Ghiringhello.

13 pertiche + 1 orto e sito di casa
Il Ghiringhello è proprietario di un mulino ma, nel 1574 non è compreso fra gli abitanti in parrocchia; Il cognome è derivato da un toponimo di origine svizzera in Val Malvaglia; un tempo, col doppio nome di Caronno Ghiringhello, battezzava anche un paese del Varesotto.


(Her. del s.r Hier.mo rozzono) Eredi del signor Geronimo Rozzono.

680 pertiche
1574, nessun Rozzono né in paese né fra i possessori di case. Il cognome è raro, nella forma Rozzoni ha una prevalenza fra bresciano e bergamasca.



Proseguiamo con la descrizione del 3° foglio:

(D. Constantio d’adda) Don Costanzo d’Adda

1727 pertiche
È già stato accennato qualche cosa parlando di Pagano. Considerando capostipite Rinaldo (+1380), Costanzo (+1575), 1° conte di Sale, fa parte della quarta generazione. Dal matrimonio con Bianca Beccaria non ha avuto figli, ma la generazione continua legittimando il figlio Francesco avuto da Caterina Gallarata (da Gallarate).


(Capp.eo Hier.mo simonetaCapp?? Geronimo Simonetta.
(Capp.eo) quale sarà il significato di questa abbreviazione??

2760 pertiche
Al momento della rilevazione Hieronimo (= Gerolamo, Girolamo o Geronimo) Simonetta è il maggior possessore del territorio arcorese; è uno dei discendenti di Andrea, Governatore di Monza. Andrea, che a seguito della carica, già possedeva in paese 800 pertiche, nel 1459 acquistò a livello perpetuo il San Martino: Monastero e beni annessi. Dal matrimonio con Caterina Casati, figlia di Filippo (non sappiamo se vi siano rapporti di parentela collaterale tra Hieronimo e i Casati-Casate presenti nel documento) nacquero quattro figli: Giacomo-Filippo, Giacinto, Gianantonio e Bonifazio. Gianantonio ereditò coi fratelli dallo zio Cicco, per concessione di papa Clemente VII, il feudo di Torricella nel Parmense; sposato tre volte ebbe cinque figli: Maura, Bonifacio, Gio Angelo, Caterina (che sposa un Casati) e Hieronimo. Gianantonio morì nel 1550. A meno di una avvenuta spartizione ereditaria precedente, non è motivato l’esclusivo possesso arcorese di Hieronimo; in seguito, da altre registrazioni parrocchiali relativamente prossime al documento (una ventina di anni dopo), risultano altri Simonetta: infatti, nel 1574, dallo “Stato d’Anime, si deduce l’esistenza di Jacobo, Philippo, Fabritio, Octaviano, come proprietari di case e molini, secondo la genealogia, con rapporti in vari gradi di parentela rispetto a Hieronimo del quale non c’è più traccia, anche in questo caso dovrebbe trattarsi di una spartizione ereditaria.

Per quanto concerne la residenza in paese o altrove si dovrebbe ritenere che non furono mai fissi anche se in una annotazione contenuta in un libro pubblicato da “Vita e Pensiero” è annotata l’esistenza di Alfonso Simonetta del fu Giacinto  (fratello di Gianantonio e quindi zio di Hieronimo) e di Paola de Pagnanis che si dice residente in paese.


(Georgio da ponte nel molino) Giorgio da Ponte (De Ponti o Deponti) nel molino

20 pertiche
La registrazione ha la nota “nel molino” e lo colloca fra i proprietari di terreni, ma nessun Da Ponte è presente nello “Stato d’Anime del 1574 e i molini sono attribuiti ad altri, quindi la nota “nel molino” non trova spiegazione, non dimentichiamo però che nell’intervallo dei circa sedici anni può essere successo di tutto. Il cognome è da considerare raro: un centinaio di famiglie in tutto nelle due versioni Da Ponte, Deponti.


(Giouani da rippa d.o vanella nella Cassina valla) Giovanni da Riva detto Vanella nella Cascina Valla

15 pertiche
Rippa dovrebbe essere la forma in lingua di Riva ritenuta dialettale, e, probabilmente, la famiglia di Jo Antonio Riua presente nel 1574 è discendente di Gioanni. Nei cognomi italiani sono presenti sia la forma Rippa, Ripa e Riva, quest’ultima con una frequenza di oltre 6000 casi con netta prevalenza al nord. Il soprannome “Vanella” potrebbe derivargli dal nome proprio Giovanni: declinato nel dialetto Giuvan, Giuvanela, Vanela. Nessun commento su “Cassina Valla” totalmente sconosciuta sia come nome che come collocazione.


(Batta da bren in monza) Battista da Bren?? In Monza.

36 pertiche
Cognome troncato da Brenna (esistente sia come luogo che come cognome). Nessuna presenza nel 1574. “In Monza”? Quale significato attribuire se non la residenza di “Batta”.


(Ambro da Crippa in besana) Ambrogio da Crippa in Besana.

34 pertiche
Come più sopra, anche se i Crippa sono presenti nel 1574, la nota “in Besana” dovrebbe chiaramente attribuirgli la residenza.



Terminiamo con la descrizione del 4° foglio:

(Margarita del germanoMargherita del Germano

1.22 pertiche
Sono solo due nomi come risalire all’origine? eppure nello “Stato d’Anime” è rilevata una famiglia che nei nomi assomiglia molto ma che è poco compatibile per le differenze fra i tempi delle due rilevazioni (1558-1574):

Ne Un’altra casa d’li sudeti s.ri casati Paulo et Luduigo habita:
È la ventunesima famiglia.
Germano d’pirotta d’anni 36 cavalante
Margarita sua moglie d’anni 32
Bapta suo figliolo d’anni 16
Caterina sua figliola d’anni 13
Petro suo figliolo d’anni 10

Sono 5 persone. Stando alle età segnate, Germano e Margarita si sono sposati molto giovani: 19 e 15 anni.


(Msr Giouani ferraro) Messer Giovanni Ferraro

1,9 pertiche
Nel 1574 fra i cognomi presenti nella Parrocchia non esiste alcun Ferraro. I due che esercitano la professione di “fareré” dalla quale potrebbe derivare Ferraro, hanno cognomi diversi (Crippa e Fumagal). Di Arcore o no, non si può dire che messer Giovanni non fosse un arcorese del tempo, anche qui, molti cambiamenti possono essere avvenuti nei sedici anni che separano le due rilevazioni, è certo però che non vi sono discendenti.


(Her. del bertio) Eredi del Bertio?

32 pertiche
Si legge chiaramente “bertio”: nome, cognome o soprannome? come interpretarlo? Nella variazione di nomenclatura abbiamo Berto, Berta, Berti, oltre ai derivati per trocatura di Alberto, Roberto, ecc. Quali eredi?? La mancanza di riferimento al luogo ne impedisce la definizione. Nello “Stato d’Anime” è annotata una Ambrosina d’Alberto.


(Pauol molinaro) Paolo Molinaro

10 pertiche
Potrebbe riferirsi al mestiere, però nel 1574 è presente anche come cognome.


(Gio. Petro formento).Giovanni Pietro Formento

7 pertiche
Persona presente nel 1574, (sembrerebbe esserci qualche particolarità: la casa è di proprietà di Jo:Antonio, mentre le terre ‘7 pertiche’ sono di proprietà di Jo:Pietro che abita però la casa di Jo:Antonio) della quale il curato Mozato scrive:

Arcore
Ne la Casa di Jo:Antonio fur.to habita:
È la quarantunesima famiglia.
Jo:Petro fur.to d’anni 90 ?Usulatore?
Joanina sua moglie d’anni 60
Joanno Antonio suo figliolo d’anni 40 fatore
Paula sua moglie d’anni 35
Josepho suo figliolo d’anni 12
Angela sua figliola d’anni 8
Jo:Petro suo figliolo d’7
Fran.ca sua figliola d’anni 4
Dominighina figliola del sudeto Jo:Petro d’anni 35
Dionisia figliola d’la sudeta Dominighina d’anni 12
Fran.co figliolo d’la sudeta Dominighina d’anni 4

Sono 11 persone. Da evidenziare la differenza d’età, trent’anni, tra il Capofamiglia (Jo:Petro) e la moglie (Joanina). Potrebbe essere che un cinquantenne sposi una ventenne? D’altra parte l’età del figlio (Joanno Antonio) sarebbe compatibile. Questi, sposato (con Paula) e con i quattro figli (Josepho, Angela, Jo:Petro e Fran.ca) vive col padre e con una sorella (Dominighina), probabilmente vedova, generata quando il padre aveva già 55 anni, che ha due figli (Dionisia e Fran.co).

Mentre è semplice la nota relativa alla professione di Joanno Antonio: fatore, non si riesce a interpretare quella del Capofamiglia, né il perché dopo averla scritta e depennata, il curato, la riscrive. Usulatore potrebbe essere la trascrizione dialettale di uccellatore, cioè colui che gestisce il roccolo per la cattura degli uccelli. Resta comunque accertato che tra il tempo della rilevazione e quello della pubblicazione Jo:Petro muore e la croce tracciata ne sanziona il fatto.


Una nota relativa al cognome della famiglia che il curato abbrevia in fur.to: da altri documenti si rileva che il cognome vero è Furmento dal quale è poi derivato il Formenti moderno. A questo proposito il “Dizionario storico etimologico dei cognomi d’Italia” della UTET recita: «Da formento variante metatetica di frumento.[…] Formenti è lombardo con massimo valore a Seregno […] interessa oltre 2600 persone».
La famiglia godeva di una certa considerazione in quanto era dipendente di buon livello dei Simonetta dei quali curava gli interessi in quel del San Martino, dove fece anche da testimone per il passaggio di denaro a liquidazione del credito che il curato Mozato, come parrocchia, vantava nei confronti dei Simonetta per l’affitto di un campo di sette pertiche. Dai “confesso” risulta anche che una volta fu perfino il Furmento stesso a versare i quattrini al curato.

Un’ultima nota: le 7 pertiche… La parrocchia vantava la proprietà di 7 pertiche di terre nei pressi della cascina “Giardino” per le quali i Simonetta corrispondevano un affitto … non sarà stato un errore dell’agrimensore attribuire al “Furmento”, fattore dei Simonetta, che probabilmente lavorava direttamente o gestiva una proprietà che invece era della parrocchia, ma posseduta solo a livello dai Simonetta???


(riboldo detto Il barba) Riboldi detto il Barba.

1 pertica
Anche in questo caso il documento del 1574 attribuisce alla famiglia, che il curato identifica solo col soprannome, il possesso di una casa:

Archore
Ne la casa d’ maestro Antonio et Jo:Angelo frat.lli barba habita:
È la decima famiglia.
Maestro Antonio Barba d’ anni 45 architeto
Maestro Angelo suo fr.llo d’anni 34 architeto
Veronicha moglie del sudeto maestro Angelo d’anni 34
Andrea figliolo del sudeto maestro Angelo d’anni 4
Angela figliola del sudeto maestro Angelo d’anni 8
Vanino nepote d’maestro Angelo d’anni 12
Antonio suo familio d’anni 19

Sono 7 persone. Col capofamiglia (Maestro Antonio Barba) vivono il fratello (Maestro Angelo) con la moglie (Veronicha) e i loro due figli (Andrea e Angela), un nepote (Vanino) e un familio (Antonio). I due fratelli sono Maestri architetti.


(Gio. Ambrò Gianolino) Giovanni Ambrogio Gianolino
(Jeronimo Cazola in loco del prefato? Gianolino come public. iscriz.e app.e).

54 pertiche
Gianolini, cognome lombardo rarissimo, solo 19 famiglie in Italia.
La nota di trasferimento di proprietà da Ambrò Gianolino (del quale non è reperibile alcun riferimento), a Jeronimo Cazola, sovrascritta alla rilevazione originale, manca della data che è evidentemente successiva al 1558; dalle annotazioni parrocchiali la presenza registrata ad Arcore dei Cazzola risale al 1586, con “Ceser” quale testimone di nozze. Nello “Stato d’anime” del 1588 la famiglia risulta annotata come abitante una casa di proprietà di Biancha Beccaria vedova di Costanzo d’Adda:

Ne una altra casa del s.ra biancha sudeta 36
Il sig.re Hieronimo Caciola? d’anni 43
La S.ra Jsabeta sua moglia d’anni 33
la S.ra Jpolita sua fig.la d’anni 7
la S.ra Laura d’anni 5
Angelia fig.la del sudeto S.re Hieronimo anni ha? 15
Marta donzella dela S.ra Isabeta d’anni 43
InS? Sig.re Cesere fr.llo del s.re Hieronimo anni 40


(Cone de ArchòrComune di Arcore.

612 pertiche
La proprietà comunale nel tempo andrà assottigliandosi, per esaurirsi totalmente, con la messa all’asta delle ultime 255 pertiche di brughiera, nel 1781.


(Ecc.a S.to Eustorgio de Archòr) Chiesa Sant’Eustorgio di Arcore.

112 pertiche
Costituisce il beneficio parrocchiale, quello che, gestito da un consiglio di “fabbriceri”  consente di mantenere l’edificio Chiesa e un cappellano-rettore, non ancora parroco (sarà nominato nel 1566), che staccatosi dalla “canonica” del Capopieve, vive ora nel paese.


(Moniche de s.to appollinan) Monache di Sant’Apollinare.

430 pertiche
Sono già passati circa 140’anni dalla chiusura del monastero, i beni, già parzialmente ridotti, sono gestiti dalle monache di Sant’Apollinare di Milano.



Sommando il perticato dei quattro fogli, si determina un totale generale che accatasta circa 9978 pertiche, contro le 11141 della rilevazione totale del 1721. Nella presente rilevazione, del catasto di Carlo V, non è compresa la “Cascina del Bruno”, che come Bernate, a quel tempo, facevano Comune a sé.

Escludendo il perticato attribuibile alla “Cascina del Bruno”, la rilevazione del 1721 si riduce a 10425, quindi risulterebbe una differenza di circa 450 pertiche che dovrebbero essere i beni, di ospedali e opere assistenziali, non censiti.

Di seguito il riepilogo dei nomi dei proprietari nell’ordine in cui compaiono nel documento:

Pagano d’Adda e fratelli,
Batta Brianza,
eredi di Galeazzo Casate,
Priamo e fratelli Casati,
Batta Chieppi in Monza,
Germano da Crippa,
Costanzo Casate,
Pietro Casate,
Piero Francesco Casate,
Francesco Cassago,
Gio Ambrogio Calvo,
Gerolamo Ghiringhelli,
eredi di Gerolamo Rozzono,
Costanzo d’Adda,
Gerolamo Simonetta,
Giorgio da Ponte,
Giovanni da Riva detto Vanella,
Batta da Brin in Monza,
Ambrogio da Crippa in Besana,
Margherita del Germano,
Giovanni Ferraro,
eredi del Bertio,
Paolo Molinaro,
Gio Pietro Formento,
Riboldi detto il Barba,
Gio Ambrogio Gianolino,
Comune di Arcore,
Chiesa di S. Eustorgio di Arcore,
Monache di S. Apollinare.

Nel 1721, quindi circa 160 anni dopo, tratto dai fogli del Catasto Teresiano, in ordine alfabetico, l’elenco è:

Bosso Carlo,
Bosso Paolo,
Brivio – Conte,
Busolo Giacomo,
Caré Francesco,
Caron di Monza,
Comunità di Arcore,
Cozzolano – Sergente maggiore,
Crevenna – Marchese,
Cura d’Arcore,
D’Adda Costanzo –
Conte, Dell’Orto,
Durini – Conte,
Formenti Andrea fratelli,
Gaglia – Conte,
Gesuiti – Padri di Brera,
Giulino – Senatore,
Maggi Giulio,
Monache di Sant’Apollinare,
Monache di San Giuseppe di Milano,
Monache di San Lazzaro,
Monache di San Paolo di Monza,
Ospedale Maggiore di Milano,
Recalcati – Marchese,
Scuola del SS. Rosario,
Serponti – Abate,
Simonetta Antonio Maria – Conte,
Simonetta Fabrizio – Conte,
Visconti Lucio e fratelli,
Vismara Bartolomeo,
Vismara Carlo Maria,
Vismara Giuseppe.

Per concludere: a quel tempo la consistenza del Paese era fra le 400-500 unità, (nello “Stato d’Anime” del 1574, quindi una ventina d’anni dopo, escludendo Bernate e il Bruno, risultano essere 489 che abitavano in 56 case) fatte salvo piccole unità immobiliari, possedute da qualche famiglia, la quasi totalità della superficie era concentrata nelle mani di pochi che nel tempo accrebbero ulteriormente le loro disponibilità in terreni, soldi e potere.

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