ARCORE: IL FANTASMA DELLA MONTAGNOLA

di Tonino Sala

Una foto artistica di Carlo Bestetti ad introdurre questo articolo. Poi le reminiscenze dei racconti dell’Arcore contadina, al lume di lanterna nelle stalle, durante la cattiva stagione, con storie che venivano da un passato non più collocabile temporalmente, raccontate da chi sapeva creare atmosfere intriganti che entravano nelle ossa dei presenti, producendo al narrare delle storie più tenebrose, brividi di paura, che percorrevano grandi e meno grandi. Un bagaglio a cui ha attinto, Tonino Sala, per poi aggiungere sue invenzioni, restituendoci questo contributo tra storia e fantasia, tra sogno e realtà, tra passato e presente
Fotografia di Carlo Bestetti

La storia è antica e fa parte delle tradizioni contadine paesane. Nelle noiose giornate invernali al caldo tepore animale delle stalle si ripassavano le ramificazioni delle parentele e le memorie del tempo andato, fatti, preghiere, canzoni, favole, riempivano il tempo operoso; i lunghi racconti passavano da una generazione all’altra, e tra questi anche la tradizione derivata dalla credenza che le anime invendicate dei morti ammazzati o altri rimanessero raminghe vagolanti nei luoghi dove fu loro tolta o cessata la vita; il timore di incontri e visioni che ossessionavano i semplici, trasmesso poi nel tempo, costringeva il popolino non solo ad evitare, per quanto possibile, quei luoghi ma anche a non uscire di casa quando, calato il buio della notte, i percorsi era rischiarati solo dalle flebili luci di piccole lucerne ad olio rette a guidare il cammino.
LA MONTAGNOLA – Prima che il luogo dove a metà Settecento l’Abate d’Adda avrebbe eretto la sua villa, e prima ancora che i d’Adda, dopo l’accumulo di ricchezze derivate dal commercio e da “prestiti di denaro”, nel tentativo di nobilitare la schiatta cominciassero ad acquistare estese proprietà anche nel territorio arcorese -perché tale era la condizione per poter accedere alla nobiltà (XV – XVI secolo) ; prima di questi fatti, il luogo era già passato alla memoria per certi sanguinosi scontri avvenuti al tempo della rivoluzione proletaria combattuta contro i conti rurali. Un po’ di storia:

Nel suo “Vicende della Brianza” Ignazio Cantù scrive:

“…al principio del secolo undecimo la campagna milanese fu regolata in pievi, ciascuna delle quali tenea un Consiglio Comunale sulla foggia delle città, dipendendo nello spirituale dall’arcivescovo, e nel temporale più o meno dalla Repubblica di Milano. Ma un desiderio di assoluta indipendenza infiammò i nostri paesi, e tutto si operò per conseguirla; alla passiva sofferenza subentravano i disdegni, ai soprusi ed alle vessazioni il desiderio di tribunali e guarantigie… Ma i nobili e i ricchi, fissi nell’idea della loro superiorità, deridevano gli sforzi del popolo e sempre più lo aspreggiavano,
Abbiamo veduto come i contadi fossero retti dai valvassori, dai capitani e da altre dignità siffatte. Ora avvenne che Ariberto, arcivescovo di Milano, aggiuntasi molta potestà, cominciò ad opprimere questi valvassori, togliendo a uno di essi anche l’autorità feudale. A loro volta i valvassori, strettisi in lega offensiva per abbattere la potenza dell’arcivescovo, vedendosi incapaci alla riuscita, suscitarono a sostenerli quelli del Seprio e della Martesana, i quali, desiderosi pure di libertà, consci del proprio vigore, facili a trovare o sognare speranze in ogni mutamento, si unirono nella concordia della vendetta, contro l’arcivescovo Ariberto, i conti rurali e i primari delle terre. E per resister agli estremi tentativi della nobiltà, sentiron il bisogno di rinforzarsi nei loro paesi.
A capo di ogni villa, sul cocuzzolo di ogni collina, ad ogni passo di qualche rilievo eressero fortificazioni, di molte delle quali scorgiamo ancora le vestigia …” […]

… un cocuzzolo poteva essere anche il margine della Montagnola; come fosse strutturato il luogo, e se sul colmo fosse stata eretta anche una modesta fortificazione non è dato sapere; certo è che sulla rilevazione catastale del 1721 non risulta alcunché, anche se potrebbe essere probabile che l’Abate Ferdinando nel scegliere il luogo per la propria dimora sia stato attratto oltre che dal punto panoramico anche da qualche rudere di più vecchie impostazioni …

L’ipotetico castello sulla “Montagnola”

si potrebbe anche ritenere che a quel periodo, risalisse nel nostro paese, l’erezione del “castello”. A quel tempo, la Montagnola era ancora parte di una foresta di grandi alberi di querce dove, nella stagione propizia, pascolavano i maiali, golosi di ghiande, sotto attenta sorveglianza perché non usurpassero gli spazi propri del valvassore. A quel tempo risaliva anche il fatto relativo a un’incursione di mercenari,finita male, tendente a danneggiare o impedirne la costruzione, che i “contastorie”, custodi della tradizione orale,fra le altre favole narravano girando per le cascine del paese.
Anche a quel tempo, che pur sembrava esprimere lo spirito di indipendenza, gente senza censo e senza proprietà offriva, spesso costretta dal bisogno, la manovalanza necessaria al normale vivere. I più capaci o i più fortunati trovavano impiego come “gente del signore” in qualità di braccianti, giardinieri, stallieri, servi di casa, scorte armate; e per il resto tutto un assortimento di mestieri saltuari più umili impegnava le meno fortunate disponibilità umane, trovando occupazione e il necessario alla sopravvivenza alle dipendenze di più o meno onesti padroni che fattori tirapiedi opprimevano aspramente. Fra questi, come ha ben ricordato il Cantù, alcune bande di mercenari poste al servizio di chi poteva permettersi di pagarle, fungevano da sorveglianti, spesso più fiscali che non gli stessi padroni, o scorte di accompagnamento e di rappresentanza del potere.

«… Avvezzati così alla vita militare e resi di animo indipendente molti de’ nostri che si sentivano forti nel maneggio dell’armi, condensati in bande, vendevano il loro braccio come soldati di ventura…»

…Erano forse una decina che attraverso il bosco, sul limitare della sera, si erano portati sul ciglio dello sperone e da lì, spiando sul piano ai lavori che ancora fervevano, attendevano che la manovalanza cessata l’opera abbandonasse la fabbrica e che la penombra dal tramonto scivolasse nel buio. Nella piccola radura che si affacciava sul bordo chi disteso sull’erba, chi seduto appoggiato ai tronchi delle querce e chi, irrequieto, andando avanti e indietro dallo sperone, curando i movimenti dei muratori, attendeva arrivasse il momento propizio; il bisbigliato chiacchiericcio creava un basso sottofondo sonoro mentre l’ombra scura della foresta incupiva sempre più finché diventò difficile distinguere là in basso la sagoma della costruzione.

Una lanterna cieca fece capolino dal lembo di un mantello poi l’intera squadra si appressò al bordo del pianoro per iniziare la discesa, quando, una  nenia uscì dal folto del bosco, come una vibrazione monocorde che si traduceva in un ansare ritmato, bloccandone ogni movimento nel timore di essere sotto attacco. La banda degli incursori, volta nella direzione del suono, si dispose a semicerchio, mentre il rantolio si avvicinava salendo di volume in un tono sgradevole oscillante fra il basso e l’acuto, da sembrare una stridula sghignazzata: una figura, ancora lontana ma in avvicinamento, evanescente, come di nebbia lattiginosa dalle vaghe sfumature fosforescenti, sbordanti in vapori verdastri che assumeva aspetti antropomorfici evolventi in forme indefinite, si mostrò fra il nero dei tronchi. Un soffio gelido la spingeva avanti, ora assumeva l’aspetto di una grossa palla, dai margini indefiniti, nella quale prendeva linea e si apriva una enorme bocca che sembrava articolasse delle parole che rimanevano comunque inintelligibili. Sospesa altalenava avanti e indietro abbassandosi a sfiorare il terreno o alzandosi a intricarsi coi rami bassi degli alberi; in fine, quasi addosso al gruppo terrorizzato, impalpabile si allargò avvolgendolo e scivolandogli addosso prima di scorrere, dileguandosi, per lo scosceso mentre un grido, che sembrava un nome ripetuto urlando, si attenuava svanendo nel buio… un abbaiare di cani che presto diventò una cagnara lacerò il silenzio; finita la sorpresa, smaltito il terrore si ritorna al progetto iniziale ma, ora, nell’oscurità del piano compaiono deboli luci di lanterne che si stanno muovendo all’intorno, rovinando lo schema di incursione …

nel bosco
” ….enorme bocca che sembrava articolasse delle parole….”

Fantasma, spirito, di chi?

La storia del morto ammazzato la raccontavano i contastorie, in tono con il periodo, quando, tra la fine di ottobre e i primi di novembre, prossimi al tempo dei “Morti”, nei “Filot”, dopo la recita delle devozioni, mentre si sgranocchiavano quattro “burœl” (castagne arrosto) e si succhiavano due “percòt” (pere cotte), mischiando la leggenda del “Breverant” (l’Ebreo Errante) con quella dell’impiccato, trovato legato avvolto in un lenzuolo, appeso tra i rami nel bosco della “Muntagnœla”:

…Nessuno lo conosceva, né si sapeva da dove venisse; era stato visto da lontano sulla strada del Sentierone arrivare a piedi all’ingresso del paese tirandosi dietro per la cavezza un mulo sellato e bardato che portava appese alcune sacche.Vestito di panno grigio mezzo consunto con sulle spalle un rocchetto nerastro dal cappuccio calato a celare parzialmente il viso e a far ombra agli occhi, ai piedi stivali mezzo consumati,accompagnando il passo sostenuto da un nodoso bastone, girava per cortili e cascine, chiedendo informazioni su una famiglia, i Tegna, che, a ricordo comune, era già estinta da oltre una centinaio d’anni.

Il più anziano del paese rammentava di averne sentito parlare da ragazzino quando veniva nominata come esempio di egoismo, sopraffazioni, prepotenze e sfruttamento dei sottoposti, tanto che il loro nome era finito nel modo di dire “fa ul Tegna” per bollare l’aspetto negativo di certe azioni e reazioni.
Sulla loro origine, senza alcuna certezza, si ipotizzava una provenienza orientale al seguito di mercanti veneziani ma in possesso di solidi capitali che avevano consentito loro di impiantarsi nel territorio in attività di produzione e commercio di panni oltre che di prestiti.
Una specie di moria, in una delle frequenti epidemie, forse frutto di preghiere ascoltate, aveva provveduto allo sterminio della razza e l’ultimo relitto, in una sorta di vendetta contro il destino che gli si accaniva, dopo aver liquidato totalmente i suoi beni si era chiuso in casa e acceso un grande falò aveva ridotto tutto in cenere; tra le ultime fiamme era stato visto il diavolo venire a prendersi l’anima;da qualche parte ne era rimasto lo sterco: l’oro che aveva condotto la famiglia alla rovina, oro che la tradizione popolare riteneva nascosto in un luogo preciso.
Dopo qualche tempo cominciò a girare una voce che spiegava diversamente il fatto: il morto tra le fiamme non si era suicidato ma, forse per vendetta, o a seguito di una rapina, era stato torturato perché rivelasse il suo tesoro e ammazzato, inoltre colui che era stato interpretato come il diavolo era l’assalitore che si era portato via il corpo appendendolo poi alle querce della Montagnola.

Pian piano era calata la sera. Lo sconosciuto, senza aver dato notizia alcuna di sé, ascoltato il racconto, concluso il giro, montato sulla cavalcatura, passo passo si avviò sulla strada delle Spazzate risalendo la collina verso il bosco. Questa strada, poco più di un sentierucolo nell’intrico della foresta, si snodava fra gli alberi, dal piano della Montagnola, con molte intersecazioni lasciando a destra l’incisione della Val Fazzola, diritta verso Lesmo.
Poco dopo, arrivato sul margine del ripiano, si accorse di essere in compagnia di qualcuno che nell’ombra ormai incalzante gli si era accostato e, mentre con una mano si era afferrato al morso del mulo, l’accompagnava camminandogli di lato; poi, come se stesse proseguendo un discorso momentaneamente interrotto: «…quel tesoro, che non si è trovato fra le ceneri, da qualche parte sarà pure finito … magari ci stiamo camminando sopra …»

“…si accorse di essere in compagnia di qualcuno che nell’ombra ormai incalzante gli si era accostato e…”

Ancora nessuna reazione arrivava dal cavaliere che sembrava, senza dargli peso alcuno, tollerare l’ingerenza dell’accompagnatore; ma, quando dall’ombra del bosco uscì un manipolo bloccando cavalcatura e pedone, essendo chiaro che tutta la pantomima gli era diretta contro, ebbe come un gesto di fastidio, scoprì la testa dal cappuccio svelando alla poca luce ciò che teneva celato: un viso magro, scavato, un cranio pelato istoriato da cicatrici, residui di orecchie smarginate e, in una espressione sogghignante, uno sguardo pieno di riflessi che sembravano lampi di luce e con una voce roboante da basso profondo «… giro da mille anni … certo non sarete voi a fermare il mio errare …» come per magia il bastone gli apparve in mano e, mentre il mulo balzava dall’uno all’altro lato, iniziò a menare randellate a destra e a manca disperdendo il gruppo.

Rimasto solo col suo accompagnatore, che ancora terrorizzato cercava di celarsi fra i tronchi sotto il margine del ripiano, scese dalla cavalcatura e sedendo su un ceppo gli si pose di fronte chiedendogli ragione del suo comportamento …

La spiegazione che ne seguì potrebbe, quasi, essere il motivo per un nuovo racconto; questo è il sunto dell’accompagnatore:

…dopo la morte dell’ultimo dei Tegna per oltre un cinquantina d’anni, a ondate successive, ad ogni arrivo dei “Contastorie” con la recita-racconto delle loro vicende, seguiva una sorta di febbre e nuovi interpreti della storia, certi della esatta interpretazione delle indicazioni contenute nel racconto, armati di picco e pala, sondavano, sulla Montagnola, la resistenza delle loro forze in inutili scavi.
Da dove provenissero tutti quei particolari descrittivi che ai conoscenti del luogo sembravano tanto precisi non è noto, però erano finiti recitati sotto forma di filastrocca dai ragazzi nella “conta”:
“…fà trenta pass, là seu la Muntagnœla, quand ca tramunta ‘l suu, in punt’ al castan, cui brocch in crus, al dì de la sceriœla, ti ta sé dènt e ti ta restat feura …”.
A poco a poco la smania di ricerca, decrescendo nel tempo e nei vani tentativi, era cessata del tutto e solo il ricordo nelle famiglie che avevano vissuta l’esperienza o che erano state al tempo soggiogate, taglieggiate o dipendenti, nei racconti tramandati ne parlavano ancora.

L’arrivo del singolare personaggio che cercava soggetti ormai diventati fantasmi aveva resuscitato memorie ormai antiche riportando a galla il desiderio di quell’oro disperso. Sembrava che la ricerca fosse caduta nell’indifferenza ma nella realtà si era formata l’idea che, forse, il visitatore avesse notizie e indicazioni più precise giustificando l’interesse e la tentazione di ripetere indagini e saggi esplorativi avvalendosi eventualmente di informazioni nuove da estorcere.
Ma come avrebbe potuto un estraneo alle vicende dire qualche cosa di nuovo?
(Diceva il contastorie): …sembrava di capire che lo sconosciuto, nel suo fatale andare (rammento Carducci: “… Sette paia di scarpe ho consumate /Di tutto ferro per te ritrovare:/ Sette verghe di ferro ho logorate /Per appoggiarmi nel fatale andare…”), fosse già passato per il paese parecchio tempo prima, certamente più di un secolo, che avesse conosciuto i Tegna prima della loro emigrazione e che, forse, fosse addirittura un loro ascendente del tempo in cui l’errare eterno gli fu imposto come condanna.

“..iniziò a menare randellate a destra e a manca disperdendo il gruppo.”

Veniamo ora a tempi relativamente più recenti:
Il luogo detto “ai Mort Lungh” – prossimo alla Montagnola, contraddistinto dalla cappellina semiabsidata, che ricorda le morie pestifere succedutesi nel tempo i cui “Fopponi” erano posti nei terreni compresi fra la Via Monte Bianco e il solco, alveo di scarico del torrentello “dei Morti”, che per qualche tratto corre parallelo al muro di recinzione – fu ritenuto poco raccomandabile da frequentare non solo in ore prossime al tramonto od oltre, ma anche durante il giorno; cortei di anime salmodianti si diceva percorressero il piano e le collinette che gli fanno corona, portando lumini, attirando i ritardatari,circondandoli e costringendoli ad aggregarsi alle loro processioni. C’era qualcuno che non esitava ad affermare di aver assistito a simili manifestazioni o perfino di essere stato catturato e costretto a parteciparvi … ma, il motivo recondito era quello di generare timore e tenere lontani gente e curiosi in quanto, nel segreto saputo da tutti, coppie più o meno ufficiali già formate o che iniziavano a formarsi, si incontravano, fra le alte felci negli anfratti boscosi, in esplorazione di ben altre emozioni.

mort lung
La cappella dedicata ai “Mort lungh

E in fine arriviamo all’abate e alle sue visioni.
Ferdinando d’Adda, gran personaggio, di animo caritatevole e di profonda cultura, allevato e abituato a stare solo coi suoi pensieri; figlio cadetto di Francesco, destinato dalla nascita alla vita sacerdotale. Nel giro delle successioni ereditarie Ferdinando d’Adda – dopo aver ricevuto in uso vitalizio il sito detto la Montagnola, cioè la parte dominante della possessione di Arcore, che il fratello Francesco IV (1726-1779) gli aveva concesso nell’ottobre del 1757 autorizzandolo ad apportare qualunque cambiamento o miglioramento alla proprietà ma vincolandolo alla restituzione del bene alla linea ereditaria, costituita dallo stesso Francesco IV e dai suoi discendenti o del terzo fratello Lorenzo, in quanto sulla villa gravava un fidecommesso (quello istituito nel 1550 da Giovanni Agostino d’Adda), rimasto unico discendente aveva ereditato l’intero enorme patrimonio salvo alcuni scampoli di proprietà passati al cugino Febo.

Raffinato indagatore di problemi teologici e morali in Considerazioni sopra lo scritto che ha per titolo: Dei pregiudizi del Celibato ovvero riforma del clero Romano, e Discorso sopra l’eccellenza e l’utilità della morale cristiana; e fine polemista di cui dette saggio in un’opera composta in risposta a certe “lettere” del Verri tese a contestare i motivi e la validità della sua: Riflessioni critico-filosofiche…: Apologia, molto appropriata a parere della pubblicazione Novelle letterarie che presentava di volta in volta le nuove opere che apparivano nel campo editoriale.

Anche lo spirito della lingua milanese è ben presente nella risposta, citando un modo di dire che, oggi, cambiati i tempi e l’organizzazione sociale, è un po’ difficile da intendere:

pegn al campe 2

Il Cherubini, una settantina di anni dopo, nel suo Vocabolario Milanese-Italiano, richiama il ”ciamà pegn al campee” come l’affermare un principio e dopo chiederne ragione perché si è applicato: modo molto chiaro per evidenziare come la ragione sia sempre dalla parte del padrone.

Circa la sua bontà d’animo, ad esaltarla è la creazione dell’”Opera Pia d’Adda” volta a beneficiare le popolazioni dove si collocavano i suoi possedimenti:

La causa Pia d’Adda venne creata il 21 aprile 1808, erede universale dei beni dell’abate Ferdinando che, testando in quel giorno, legò ogni suo bene ai poveri «realmente abitanti nelle Comuni di Arcore; Settimo con Segù e Vighizzolo; Burago con Vimercato e Cavenago; Segrate; Olginate; Cappiate e Villa Greghentino» ripartendo i frutti del lascito in dodici parti, delle quali quattro sarebbero toccate a Settimo ed Uniti, due a Arcore e una ciascuno agli altri sei Comuni. (Nota: il testamento di Ferdinando d’Adda venne rogato dal notaio Luigi Bonola q. Giovanni Battista di Monza. Almeno due copie a stampa [Fondiaria della Causa Pia d’Adda] si trovano nell’Archivio della Causa Pia: una del 1891 – Milano, cartoleria Valli e Roveda -, una del 1916 – Milano, Stabilimento Tipografico Manfredo Parravicini e Figli -) All’interno di ogni Comune, poi, il denaro sarebbe stato speso per un terzo per pagare il medico, il chirurgo e i medicinali; per un altro terzo per il «soccorso degli orfanelli e vedove, degli ammalati e dei miserabili»; e il restante terzo «nell’insegnare positivamente nelle suddette Comuni, e non già altrove, a leggere e scrivere, e le prime quattro operazioni dell’aritmetica, e in doti».

Inoltre, a titolo di esempio di come si comportava, si pubblica un documento dal quale risulta chiaramente il suo modo di trattare da Padrone di terre (per il vero non sappiamo cosa ci sia dietro questo condono, se il riconoscimento di un eccesso di aggravio con conseguente parificazione, oppure una semplice elargizione che consente agli affittuari di superare un momento difficile; certo che la somma è importante):

nota spesa abate

“…In saldo della somma di lire tremila quattro cento settantotto undici soldi e 4 denari diconsi 3478.11.4 onde mi sono risultati debitori gli due fratelli ??? e Casimiro ??? affittuari della mia possessione di Segrate, alla compilazione de’ conti loro da’ q. ??? 1798. Sono contento di ricevere lire mille sei cento ottanta, diconsi 1680; condonando così loro la somma di lire mille settecento novantotto soldi 11 denari 4, diconsi 1798.11.4 e per fede Ferdinando d’Adda…”

Qualcuno ironizzando bonariamente sul personaggio, dandogli voce, ne ha finto una specie di autobiografia e ne ha scritto una “piece” teatrale “L’abate visionario” senza dimenticare di evidenziare le sue manie:

“…Mi chiamo Ferdinando, ma gli amici mi chiamano Nando. Per gli altri sono l’Abate D’Adda. Singolare figura, dicono quelli che non si fanno i fatti loro nemmeno a pagarli!

Non ero proprio un simpatico…Ritroso, scontroso, timido, solitario. Restio alla vita mondana. Impaurito dalla femminea beltà! Fuggiasco dalla vita mondana milanese e rinchiuso spesso per intere settimane in questo palazzo perso tra le verdi colline! …”

Che la Montagnola fosse luogo di fantasmi ben lo sapeva l’abate che vi abitava. È scritto in “La storia di Arcore”: “… Che il D’Adda, per lo meno sul finire della sua esistenza, fosse affetto da una specie di mania di persecuzione, sembrerebbe comprovato da alcune lettere da lui inviate al ministro degli interni del Regno d’Italia; in esse egli pregava l’autorità di provvedere alla sua incolumità, che egli sentiva minacciata già da molti anni dall’agitarsi frenetico, nella sua abitazione di Arcore, di strani e misteriosi volatili, da repentine e inspiegabili correnti d’aria e forse anche da individui inviati a spiarlo che restavano nell’ombra ma di cui si percepiva la presenza…”; realtà, fantasmi, o fantasie…?

Un ultimo accenno alle storie e agli aneddoti che correvano fra il popolino sul conto dell’abate per giustificare la sua reazione a fatti inspiegabili:

bignetti

Un fatterello che ha sapore di scherzo,in origine noto a molti, ma dilavato dal tempo, poi riaffiorato dalla memoria di Fulvio che l’aveva sentito narrare in “Corte Bignetto” dai parenti di sua madre; un fatto che mettendo in evidenza l’intelligenza e l’ironia di un personaggio arcorese vivente al tempo fra la cascina Stallone, demolita e trasferita, e “Il Sentierone”, nuova residenza, ne esaltava le virtù:

Il personaggio, si fa per dire, è Giantumin, della genia dei Sala “Canós”, l’unico in cascina a saper leggere e che già, dai primi del secolo scorso, una volta alla settimana, comprava il giornale recandosi a piedi a Monza per l’acquisto; dunque, raccontava Giantumin:

che l’Abate nei suoi rapporti, sempre molto comprensivi ed umani, con fattori, dipendenti e affittuari, aveva appuntamento una sera con uno di costoro che, recatosi alla Muntagnœla, annunciato e messo in anticamera in attesa di essere ricevuto, protraendosi l’attesa, avendo avuto segnali dai borborigmi intestinali di necessità escretorie e non sapendo come risolvere a breve il problema, ritornato fuori, nel buio totale del giardino, fatti pochi passi e risolto il suo problema era rientrato in tempo per la chiamata. Fin qui niente di eccezionale, tutto nella norma; il caso si manifestò al mattino, caso citato e richiamato dall’Abate come prova delle manifestazioni inspiegabili che denunciava alle autorità: una tartaruga camminava davanti alla porta d’ingresso recando sul dorso un cumulo di escrementi umani. (Il tradurre in lingua il racconto ne ha ridotto l’immediatezza e il valore storico-letterario, ma tant’è, e di questo mi scuso)

Siamo alla fine, l’immagine delle impalcature che sovrastano la “Montagnola” si presterebbero anche alla parata dei fantasmi che nel tempo dalle fantasie degli umani si tradussero in voci e immagini e ora attendono di rioccupare pacificamente il luogo.

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