PARROCCHIA DI SANT’EUSTORGIO STORIA DI RELIQUIE

 di Tonino Sala

Quando si crede di aver definitivamente chiuso l’argomento, visto il titolo “Storie di Reliquie”, a seguito di ulteriori novità si è costretti a riaprirlo in quanto la storia si amplia e continua ad ampliarsi e anche se non si intende fare l’esegesi storica di tutte le reliquie della parrocchia, il fatto, che un altro personaggio del passato storico arcorese, poco più di un centinaio di anni dopo (1713), sia il donatore di un altro notevole gruppo di reliquie, merita di essere rivelato.

Si era parlato di una sezione dell’archivio parrocchiale dedicata alle reliquie e a storia già tracciata,  a questa si era ricorso nel tentativo di trovare l’eventuale verbale di consegna o qualche ulteriore notizia sulla croce, però, tra i documenti di affido, riconoscimento e ispezione, di questa non si era trovato traccia se non in un inventario ottocentesco che oltre al riconoscimento della croce come custodia di reliquie, sembrava affermare che quella contenuta nella teca al centro fosse:

“Extat preterea Crux lignea in quae varie reliquiae SS. continentur, preter (oltre) vere crucis Jesu Christi reliquia”

Tra gli antichi documenti, un fascicoletto, in particolare, venne in evidenza per il nome del donatore di un congruo numero di reliquie: si trattava del conte Francesco d’Adda, nato nel 1647 e morto nel 1716, (nella genealogia della famiglia è identificato come Francesco III, figlio di Costanzo III e, quindi, nipote diretto dell’omonimo Francesco II, figlio naturale di Costanzo II di cui si è già detto).

Un minimo di presentazione del personaggio tratto da “La famiglia d’Adda di Sale”:

«…Costanzo III e i suoi figli: Francesco III e Ferdinando (pag. 104)
[…]
Suo figlio Francesco III, ancora bambino alla scomparsa del padre, non poté entrare in possesso dei beni lasciatigli dal genitore che all’inizio degli anni settanta del Seicento, al compimento del ventunesimo anno di età anche del fratello minore. L’amministrazione delle proprietà di famiglia in tale periodo venne affidata alla madre ed è probabile che i figli di Costanzo III siano rimasti con Anna Maria Cusani e il suo secondo marito, Lorenzo Isimbardi.
In un anno imprecisato, ma non certo prima del 1676 (quando gli nascerà l’erede Costanzo IV) Francesco III sposa la Marchesa Ludovica Gallarati; entra poi nei Dodici di Provvisione nel 1700 e nel collegio dei Sessanta decurioni nel 1705 per morire nel 1716.
[…]
Il figlio cadetto di Costanzo III, Ferdinando, venne alla luce a Milano nel 1650. Dopo aver studiato presso le prestigiose sedi universitari di Bologna, dove si addottorò in legge, e di Pavia venne nominato dal Collegio dei giureconsulti di Milano auditore alla Rota romana dopo essere stato ordinato sacerdote ma la scelta non venne ratificata dal Collegio. Ferdinando, pur non avendo quindi mai occupato tale carica, evidentemente entrò in contatto con l’ambiente ecclesiastico tanto da essere nominato da Innocenzo XI referendario delle Segnature e da ricevere in commenda l’abazia cistercense di Santo Stefano al Corno (dal 1916 Santo Stefano Lodigiano). Venne quindi inviato in Spagna, nel 1681, per consegnare la berretta cardinalizia a Savio Millini, in quel momento nunzio a Madrid. Nel 1687 fu elevato all’Arcivescovato di Amasea e ricevette la consacrazione a Londra, dove si trovava in qualità di legato papale presso Giacomo II Stuart già dal 1685 per contribuire alla restaurazione del cattolicesimo in Inghilterra; la nunziatura ebbe esito infausto sia per il re sia per il vescovo che nel 1688 dovette fuggire approfittando della protezione del duca di Savoia. 

Tornato a Roma ricoprì brevemente la carica di assistente al soglio pontificio per poi essere creato cardinale nel corso del concistoro del febbraio 1690 con il titolo di San Clemente. Protettore dell’ordine camaldolese nel 1695, legato pontifico a Ferrara nel 1696, quindi a Bologna nel 1698 per un triennio (poi reiterato nel 1701), infine divenne prefetto della Congregazione dei riti. Morì a Roma nel suo palazzo di Piazza Santissimi Apostoli il 16 aprile 1719, cardinale vescovo di Albano, dopo aver nominato suo erede il nipote Costanzo IV, già amministratore dei beni ecclesiastici dello zio…»

Quindi il personaggio più importante di questa generazione dei d’Adda conti di Sale non è Francesco, che rimane comunque importante per la storia che stiamo raccontando, ma il fratello minore, Cardinale Ferdinando, il quale, in contatto diretto con il cardinale Gaspare Carpegna – un tempo candidato al soglio pontificio, poi vicario del Papa – propiziò la donazione di alcune reliquie, che come risulta dal documento, questi fece a Francesco d’Adda.

E ora? Scava, scava, scava, quasi come i tombaroli, saltato fuori che il fratello di Francesco d’Adda, Ferdinando, era un cardinale, contemporaneo del Cardinale Gaspare. De Carpineo che a quel tempo, nella curia papale, copriva una alta carica, ci si spiega il perché, secondo il documento che si sta per presentare, di questo dono di reliquie.

Due parole anche sul Cardinale Gaspare Carpegna (Gasparo de Carpineo):

Nacque a Roma l’8 maggio 1625, nella famiglia dei conti di Carpegna, nel Montefeltro. La madre era una Spada.
Papa Clemente X Altieri (un nipote del quale aveva sposato sua sorella) lo elevò al rango di cardinale nel concistoro del 22 dicembre 1670 ed il 12 agosto 1671 lo nominò cardinale vicario quando dovette sostituire il proprio figlio adottivo Paluzzo Paluzzi Altieri degli Albertoni.

Il cardinale Carpegna tenne saldamente il vicariato fino alla morte, per oltre 40 anni, sotto ben 5 papi: Clemente X, Innocenzo XI, Alessandro VIII, Innocenzo XII e Clemente XI.
Gran curiale, membro di numerosissime congregazioni e molto presente nella cultura romana (fu anche acclamato in Arcadia nel 1695), abilissimo nelle manovre di corte, assai severo nel reprimere gli abusi, tentò anche l’accesso al soglio pontificio nel conclave del 1689 – quello che elesse Alessandro VIII Ottoboni – ma ne fu escluso dall’ostilità della Francia e del Granducato di Toscana.
Reso inabile nel 1707 da un colpo apoplettico, morì il 6 aprile 1714 all’età di 88 anni, e fu sepolto nella tomba di famiglia a Santa Maria in Vallicella.

IL DOCUMENTO DELL’ARCHIVIO PARROCCHIALE

La composizione del fascicolo consta di una presentazione; di un appunto che fa da riepilogo alla documentazione ufficiale; dello strumento di donazione, ricognizione e affido per la donazione; di un atto di fede che garantisce che l’oggetto che si consegna è quello di cui si parla; e della dichiarazione giurata che le reliquie poste negli appositi reliquiari sono quelle testimoniate. Il tutto debitamente corredato da sigillo.
Certamente le prime pagine, sono stralci della copia della cosiddetta “patente”, eseguite in cancelleria; in quanto non solo su queste mancano le firme ufficiali dell’atto di donazione, ma riportano (naturalmente ricopiate) dichiarazioni scritte e datate in luogo e in un tempo precedente.

Il documento ufficiale, compreso tra la presentazione di apertura e la chiusa, è scritto nel latino del tempo, secondo lo stile proprio notarile, con abbreviazioni stenografiche, per esempio il “que” sul finire di alcune parole, che contribuiscono a rendere difficoltosa e a volte frammentaria la trascrizione, in molti casi la lettera “v” è scritta “u”, rimane però interpretabile, malgrado l’ignoranza della lingua, essendo noto l’argomento trattato. L’interpretazione delle abbreviazioni in alcuni casi è evidente in altri casi si renderebbe una necessaria onerosa consultazione del “Dizionario delle abbreviazioni” del Cappelli, ricerca facilissima se devo scriverla ma difficilissima se devo interpretarla.

1713 : 20 Febrare
Instrumento di recognitione di due cassette di SS. Reliquie donate dall’Ill.mo Conte Don Francesco D’Ada alla Chiesa Parocch.le del luogo di Arcore P. di Vimercato, Rogato dal Prete Carlo Giouannola notaio della Curia e Cano.co Arciuescouale di Milano. quali SS.te Reliquie Leuate da dette cassette sono poi state collocate in trè reliquiarij grandi di legno indorati, come dalla fede annessa al d.o Instromento in data delli 14 Febraro 1714 

(sul finire dello scritto sembrerebbe che la penna abbia quasi esaurito l’inchiostro, a meno che sia stata una aggiunta al documento fatta in un secondo tempo)

Quello che segue è una minuta, specie di verbale di scarico del contenuto delle cassette che accompagna la cartellina del documento; il frammento di carta era già stato usato per una nota probabilmente riguardante un matrimonio

Recto:

Una coscia intiera di S.t Clemente Martire estrata dal Cemeterio di Ciriaco di Roma
Una Parte di Cranio di S.ta Giustina Martire divisa in due pezzi
Una parte notabile di un Braccio di S.t Adautto Martire
Tre ossi notabili de’ S.ti Colombano Martiale e Vittoriano Martiri. Tutta estrata dal Cemeteri di Ciriaco
Una gamba intiera di S.t Feliciano Martire estrata dal Cemeterio di S.to Castrolo di Roma
Levate e donate al Sig.r Conte d. Francesco d’adda dal Cardinale Vicario di Roma Gasparo Carpineo, e poi Dal sudeto Cavagliere fatte riconoscere ed approvare in Curia Arcivescovile, e donate alla Parochiale di S.to Eustorgio di Arcore l’ultima alli 11. Marzo 1713. = Le altre alli 20 Febrajo 1713.-

 

Il documento ufficiale di consegna è composto da una decina di pagine nelle quali dopo le solite premesse e i motivi dello scritto, si vanno ripetendo più volte i termini di ricognizione e di consegna, col giuramento del donatore, per concludersi con l’ufficialità dell’estensore dell’atto e dei testimoni relativi.  Al link l’intero documento

L’atto è redatto nella cancelleria arcivescovile milanese. Dopo l’invocazione, la datazione, completa dell’indizione, riferita anche all’anno XIII di reggenza di papa Clemente XI e i nomi delle persone interessate, segue la motivazione: presentazione delle reliquie dei santi, ognuna identificata col proprio nome, per l’identificazione e approvazione, chiuse in due cassette.
La procedura illustrata continua con la verifica del documento di donazione, fatta dal Cardinale, vicario generale del Papa, Gaspare de Carpineto, al conte Francesco d’Adda e da questi, le reliquie, donate alla parrocchia di Arcore, plebe di Vimercate, diocesi milanese. Dopo la verifica del documento si aprono devotamente le cassette riconoscendo le reliquie sigillate e coperte da una carta ondulata, nella descrizione documentaria.

Poi, verificata e attestata con attenta ispezione la loro identità, fu lodata e approvata la pubblica esposizione delle reliquie alla venerazione dei fedeli e di nuovo riposte le reliquie fu apposto un nuovo sigillo arcivescovile di sant’Ambrogio dal Vicario Generale Carlo Antonio Magnago assistito da Paolo Bonomi e da altra gente con la disposizione che fossero collocate in degni reliquiari. In calce al documento (instrumenti-originale della cosiddetta patente) a garanzia delle dichiarazioni la firma del donatore Gaspare Carpegna.

Il quale conferma che a maggior gloria di Dio le dette reliquie del martire Clemente, estratte dal cimitero di Cyriaco sono state donate e consegnate a Francesco d’Adda per mandato del Papa, poste in cassette di legno ben chiuse, legate da un nastro rosso con sigillo; col permesso di portarle fuori Roma e di poterle esporre in qualunque chiesa, oratorio o cappella.
Firmano la patente il 25 gennaio 1703 il vicario Carellis, il custode Buld… , e il cardinale Gaspare Carpegna.

Segue la dichiarazione di fede, redatta e controfirmata il 25 gennaio 1703, che le cassette consegnate su mandato del Papa al conte Francesco sono proprio quelle contenenti le reliquie dei martiri Cristina, Marziale, Colombano, Vittoriano e Adaunto estratte dal cimitero di Cyriaco.

Attesto io Sottoscritto con mio giuramento, Siccome Le Sacre Reliquie, contenute nelle due Cassette trasmessemi da Roma, benche nel viaggio siasi per gli incommodi rotta ad amen  due la fettuccia o Sia bindello, Sono Sempre State presso di me conseruate, e ben custodite tanto che da niuno non sono state aperte Le Cassette, e per conseguenza non ponno ne anco State adulterate Le S.te Reliquie Le quali indubitamente Sono quelle medesime, che si sono riceuute in dono, come dalle loro lettere patenti di Legge. In fede di che hò firmato la presente di mia propria mano. Milano 20. Febbr.o 1713
Sotscr. Framcesco d’Adda
E le Sud.esac. Reliquie le dono alla Chiesa Parrocchiale di S. Eustorgio del luogo d’Arcore, Pieue di Vimercato
Soscr. Francesco d’Adda
Et de predictis Actum in Aula solita audienti epti Rmi Dni Vicarij Generalis, sita in Palatio Archiepali, presentibus Reu.do Pbro Francisco de Nigris filio q.m Andree Par. Sti Stephani in Brolio Mediolani, et Sigismundo Perego , familiari pti Rmi Dni Vicarij Generalij Testibus idoneis
Ego Pbr Carolis Joanno lafg Christophoripubs de Collegio Curiae, et Cancelleris Brechtij??  Mediolanj; Nob.ecoad. Sup.m Justum ex eiusdem cancell Abbij extaxi e didi de illo gerogabij extiti et pro fide hibsit
1714 adi 16 Febrare in Milano

A sua volta Francesco d’Adda giura che le Reliquie contenute nelle due cassette ricevute e che consegna per l’ispezione e il riconoscimento, nonostante la rottura parziale dell’involucro e del “bindello” che le sigillava, sono quelle ricevute da Roma, da lui stesso sempre custodite e garantite da ogni manomissione. Sottoscrive la dichiarazione, poi afferma di farne dono alla Chiesa di Sant’Eustorgio di Arcore e sottoscrive la donazione.
Riprende poi la stesura a completamento dell’ufficialità dell’atto elencando i partecipanti:
“Actum in Aula …”e a conclusione la data e il luogo di questo atto: “1714 16 febbraio in Milano” .

Per la verità ci siamo mossi in una sequela di date che generano un po’ di confusione nella successione dei tempi degli avvenimenti: 1703, 1713, 1714 che forse sarebbe opportuno riepilogare:
1703, donazione del Cardinale al Conte d’Adda – riportata nello strumento di ricognizione;
1713, noterella riepilogativa che cita gli atti del 1714 (errore di datazione?);
1714, rogito di verifica della patente di consegna, riconoscimento delle reliquie e della donazione ad Arcore; dichiarazione giurata del d’Adda della genuinità delle reliquie presentate; dichiarazione giurata che le stesse sono state poste nei reliquiari.

Quali furono i motivi reali che dal 1703 fecero scorrere la consegna, la ricognizione, la verbalizzazione della donazione fino al 1713?, e fino al 1714 la consegna ad Arcore, non sono noti, anche se è storico che nel periodo vi fu la guerra di successione spagnola che per il Milanese significò il passaggio del ducato sotto il dominio Austriaco.

A completare il fascicolo il terzo documento, atto di fede, nel quale si riepiloga il tutto e si conferma con sigillo ufficiale che le reliquie ricevute e collocate sono integre e non sono state manomesse, inoltre è evidente, vista la data del documento che, a meno di un errore di datazione, passa un anno dalla donazione alla consegna effettiva alla parrocchia.

1714 – 16 Febraro in Milano

Faccio fede e attesto anche con mio giuramento di hauer fedelmente estrate dà due cassette di legno coperte di carta ondata di uarij colori le S.te reliquie dé S.ti Martiri, ciouè quali una coscia intiera di S.to Clemente Martire una parte di Cranio di S.ta Christina Martire et per essersi ritrouata in pezzi si è diuisa in due parti, una parte notabile d’un braccio di S.to Adaucto Martire et tre altri arti notabili dei S.ti Colombano Marciale e Vittoriano Martiri e di auerli fedelmente collocati in tre reliquiarij grandi di legno indorati à forma di palma intrecciata con due corone alla cima, et di dentro foderati di tela cremisi, et arg.le falso? con dei biglietti miniati ché esprimono il suo nome et ancha? la delegatione fatta … in cotesto instrom.to di … la ho siggillata con il siggillo gentilicio di mia casa come dal qui presente si uede et per essere la uerità mi son sotto scritto di mia propria mano e per fede
Io P. Paolo Bonomi Affe.rmo Come S.tto
Io P. Carlo Antonio Magnago ho veduto à sigillare le sud.te Sante Reliquie sulla teli? … dal … … Bonomi

CHE FINE HANNO FATTO LE RELIQUIE?

Quella che segue ora è l’avventura dei reliquiari rapportata all’oggi. Nel regesto inventariale fotografico degli arredi della Chiesa arcorese, esistono le immagini di due “reliquiari grandi di legno indorati”, che sembrerebbero corrispondere alla descrizione fatta dal Bonomi nella sua dichiarazione: “…reliquiarij grandi di legno indorati à forma di palma intrecciata con due corone alla cima…”. I due reliquiari delle foto sono di forma diversa, in funzione della dimensione del frammento inserito nella teca che custodiscono; inoltre a piè di pagina è scritto che ve ne sono quattro per ogni esemplare. A questo punto cominciano a non tornare più i conti in quanto nel verbale di collocazione si afferma che le reliquie sono state collocate in tre reliquiari, mentre, nella enumerazione che precede, i reperti sono sei: ”… una coscia intiera di S.to Clemente Martire una parte di Cranio di S.ta Christina Martire et per essersi ritrouata in pezzi si è diuisa in due parti, una parte notabile d’un braccio di S.to Adaucto Martire et tre altri arti notabili dei S.ti Colombano Marciale e Vittoriano …” e, secondo la nota ufficiale del catalogo fotografico, otto risultano i reliquiari. Può essere che si siano interpretate male le note dell’atto di collocazione, o che sia errata la scritta sulla foto?

Le riproduzioni catalogate nell’inventario delle reliquie custodite in Parrocchia

Una noticina scritta a matita, sotto ognuna delle foto, informa che due esemplari per tipo sono stati rubati

L’annotazione del furto avvenuto

A questo punto veniamo a parlare del furto sacrilego avvenuto in chiesa il 14 aprile 2004 mentre un gruppo di reliquie, erano esposte per la venerazione dei fedeli all’altare di san Giuseppe. Il misfatto fu regolarmente denunciato sia ai carabinieri che all’assicurazione con tutte le descrizioni specifiche degli oggetti sottratti, ma finora nessuna novità. Che ci sia ancora oggi un commercio di reliquie è noto e con tutta probabilità anche i pezzi sottratti andarono ad arricchirne il mercato.
Sollecitato dall’amico Paolo Cazzaniga e grazie alla disponibilità del sacrestano Gian Mario Brambilla si sono potute rintracciare nel deposito due reliquie residue che, secondo la scritta sul cartiglio inserito nella teca, si leggono, intitolate, rispettivamente a san Clemente e a san Feliciano…! Mistero nel mistero, san Feliciano non compare nell’elenco delle reliquie donate e inserite nei reliquiari; però, dai foglietti iniziali che fanno da titolo e riassunto al fascicolo dei documenti, si legge chiaramente anche questo nome:

Le indicazioni relative a San Feliciano

Comunque i conti continuano a non tornare: i reliquiari erano tre, come scritto dal Bonomi, o quattro, o, come scritto nel regesto fotografico, addirittura otto? Attraverso una nuova verifica, indirizzata al riconteggio dei reliquiari in legno e ad avere notizie più precise sul furto, si è appurato che in effetti sono ancora presenti i quattro reliquiari, illustrati nell’inventario fotografico in bianco e nero sulla destra, estranei alla donazione del d’Adda, mentre restano solo i due, illustrati poco sotto a colori dei quattro, che contengono spoglie di santi della donazione di cui abbiamo trattato. I due mancanti sono quelli oggetto del furto del 2004, come riportato nella nota a matita (vedi sopra) e dalle denunce ai carabinieri ed all’assicurazione. Nell’occasione del furto, venne sottratto pure un reliquiario in metallo.

Cerchiamo a questo punto di definire il tutto.
Nell’inventario ottocentesco delle reliquie, di cui si è parlato all’inizio, dalla nota “in reliquiarij ligneij continetur, auro depictis”, nell’elenco,  oltre a Feliciano e Clemente che hanno ognuno un reliquiario, che sono poi quelli che abbiamo trovato nel deposito, figurano le

L’inventario stilato nel corso dell’ottocento

reliquie di Adauto, Marziale e Cristina (uno dei due pezzi del cranio che si era spezzato nel trasporto) radunate e poste assieme in un reliquiario, e quelle di Vittoriano, Colombano e Cristina (l’altro pezzo di cranio) in un altro, questi ultimi due, oggetto del furto.

I due reliquiari con i resti di San Clemente e San Feliciano

Possiamo dunque ipotizzare, vista la ripetuta attribuzione delle reliquie oggetto del dono del d’Adda all’ottocento, che in quegli anni dagli originali tre grandi reliquari in legno, che tra l’altro sembrava contenessero parti importanti dei corpi dei santi, (Una coscia intiera di S.t Clemente, e poi Una gamba intiera di S.t Feliciano ), si sia voluto più sobriamente, ridurre le dimensioni dei “reperti santi”, ricollocandoli nei quattro contenitori, citati appunto nell’inventario ottocentesco, di cui due giunti sino a noi.

ARCORE TRA LA FINE DEL SEICENTO E LA PRIMA META’ DEL SETTECENTO

Terminiamo ora, illustrando come fosse Arcore in questo scorcio di secolo, compreso tra la fine del seicento e la prima metà del settecento, dedicando uno spazio alla figura del parroco Tagliasacco, che attraverso le sue annotazioni ci restituisce, un’immagine di quel tempo.

NOTE STORICHE – Nel periodo 1684 – 1731 si verificarono i seguenti avvenimenti:
– 1714 La pace di Rastadt tra Francia e Impero (7 marzo) definisce la nuova sistemazione politica dell’Italia sotto l’egemonia Austriaca,
– 1689 muore papa Innocenzo XI gli succede Alessandro VIII,
– 1691 muore Alessandro VIII viene eletto papa Innocenzo XII,
– 1700 alla morte di Innocenzo XII succede Clemente XI,

Una visione di come fosse l’Arcore del tempo l’abbiamo dalla mappa catastale rilevata nel 1721, quindi circa otto anni dopo l’episodio di cui si parla; il territorio, senza Bernate che era comune a sé, disegnato sul campo nei fogli di primo rilievo poi incollati a ricostruire l’intero, è opera dal geometra Frast.

Il quadro si completa con lo  Stato d’Anime parrocchiale del 1737, comprendente anche Bernate e l’extra territorialità della Ca’ di Lesmo e della Palazzina,  rilevato ventiquattro anni dopo rispetto agli avvenimenti di cui trattiamo, ci restituisce una situazione approssimativa della consistenza numerica della popolazione. Il periodo è quello prossimo al passaggio dal dominio spagnolo al dominio austriaco (1714 – pace di Rastadt) con parecchi scambi di proprietà, un notevole incremento di messa a coltura di nuovi terreni e l’arrivo in paese di nuovi coloni per la loro lavorazione.Il documento enumera la presenza di poco più di 950 persone.Una stima ragionevole della consistenza effettiva del Comune, al netto di Bernate e degli altri aggregati, nel 1713 si aggira attorno alle 700-750 persone.

1721 – La conformazione del Paese – evidenti i due nuclei, lo schizzo mostra una proiezione prospettica del luogo

 

Nel 1713 era curato Giovanni Battista Tagliasacco (1684 – 1731), sesto della serie. Nei 46 anni che fu curato di Arcore furono impartiti 2050 battesimi, media/anno 44.56, celebrati 480 matrimoni, media/anno 10.43, sepolti nella chiesa Parrocchiale 1630 defunti (poi da questa periodicamente levati e trasferiti nell’ossario), media/anno 35,43. L’incremento attivo della popolazione fu di 420 individui, media/anno 9.13, naturalmente salvo emigrazioni od immigrazioni. La realtà dei fatti, letta sullo “Stato d’Anime” del 1737, quindi 6 anni dopo la morte di Tagliasacco, ci dice che ci doveva essere al tempo una emigrazione annua di una decina di individui in quanto il numero degli arcoresi non cresceva così in fretta, e la popolazione ammontava, nel 1737, a 957 individui.

Stralcio da “Un popolo, la sua Chiesa e il suo territorio”

IL SESTO CURATO – Giovanni Battista Tagliasacco (1684 – 1731)
La prima annotazione di Giovanni Battista Tagliasacco è del 21 Dicembre 1684 e riguarda la registrazione di un decesso:
“… Adì uentiuno decembre milleseicentottantaquattro – Margaritta Pirotta figlia di Pauolo e Francesca sua consorte di giorni quindici è passata da questa a meglior vita, e fu sepolta lo giorno seguente nella parochiale di Arcore con l’assistenza di me Cur.to P. Giò: Batta Tagliasacco…”
Esaurita la disponibilità del vecchio registro iniziato da Berta: i battesimi terminarono il 12 maggio 1686, i morti il 1 dicembre 1695 e i matrimoni il 16 gennaio 1697, le cresime il
….., Tagliasacco intestò il nuovo libro.

Liber in quo Baptismas inatorin nomina
et cognomina continen.. eori.. .ilicet
qui a die decima ottaua junij 1686
usque ad die quarta augusti 1723 in Par.li Arcori hoc
sacramentis suis ceperunt.

Item in hoc libro habentur nomina et
cognomina eonim, qui de huiuita
decesserunt, eonimui delicet, qui anno
1695 post diem nonammensis Xbris, et
sequentibus ad coelum euolarunt, et hoc
habebis foglio 100 et sequentibus. usque ad
diem quarta augusti anno 1720. Cetera reperies libro
incepto eode. anno suprad.o 1723 die quarta augusti
Item eorum, qui matrimonium contraerunt
a die decima sexta januarij inuenies supra
foglio 150, et sequentibus:

La prima annotazione sul nuovo libro è datata 10 decembre 1685 e registra la morte di:
“...Catarina Sala in età di anni sessanta passò a miglior vita alla Casina del Bruno Hauendo prima riceuto i Sant.miSacr.ti di Penitenza, Com.e et extremaonzione et il giorno seguente fu sepolta nella Parr.le di Arcore con l’assistenza di me Curato P.Gio: Batta Tagliasacco, e de’ Sig.ri suoi Capellani di Arcore…”
ma la lunghezza del suo ministero, 46 anni, lo costrinse, esaurito lo spazio disponibile: battesimi fino al 6 agosto 1724, matrimoni all’8 febbraio 1727 e defunti 3 agosto 1723, ad impostare un altro registro,i l quarto, che titolò molto semplicemente: “Liber Baptismorum an.1724… Mortuorum an. 1723 usq….” sul quale concluse le registrazioni dei suoi atti e il suo successore iniziò le proprie note.
Le note da lui riportate consentono di mettere in evidenza alcuni episodi, a volte tragici, di vita paesana del tempo:

“…5 luglio 1686 – Un annegato – Giacomo Callone del qdm Pietro della Cassina detta de’ Franceschetti passò da questa a miglior vita e non fu questi provvisto d’alcun sacramento essendosi annegato nel fiume Lambro e trovato morto vicino al roccolo della Gallarana come chiamano detto luogho…” era un ragazzo di 14 anni;

“…16 novembre 1696 – Un morto sconosciuto – Passò da questa a meglior vita un giovine trovato nella vigna dei Sig Visconti ammalato sotto di un casotto di paglia e condotto da un… alla casa del massaro del sig. Gianni Bussero, nella quale morì, ne si sa da che luogho precisamente sia, ben fu visto per la festa d’Arcul andar questuando, fu da me Cur.to sud. confesato et il giorno seguente sepolto nella Parr.le d’Arcul con l’assistenza di me Cur.to sud.to…”;

“…21 febbraio 1697 – Muore un capellano– Il rev.do P. Marco Bollerio (Botterio ?) Capellano di questa Chiesa Parochiale d’Arcore in età di anni 55 incirca passò da questa a miglior vita…”;

“…21 gennaio 1699 – Un figlio trouato sopra la porta di S.to Appolinare sotto Arcore di età di un giorno incirca passò a miglior vita in casa di Giacomo Fumagallo Console d’Arcore, e fu sepolto sopra il cimitero di questa Par.le…”;

“…3 settembre 17o4 – Altro morto sconosciuto – Passò a miglior vita un giovine di anni 17 incirca in casa di Carlo Balconi d’Arcore quale essendo allogiato sopra la casina di detto massaro mi avisò la matina che era morto, mi dicevano aver sentito dire che veniva dall’hospitale di Milano e che andava ad Olginate da dove era oriundo…”;

“…30 maggio 1710 – Carlo Villa in età di anni quaranta incirca passò a meglior vita nella Cassina del Bruno colpito da un fulmine e sendo estinto all’improviso untion. hebbe in articolo di morte…”;

“…22 settembre 1712 – Francesco Vergha figlio di Domenico e Cattarina ugali in età d’anni dieci otto in circa passò all’altra vita hauendor iceuto il San.to Sac.to dell’Estrema Onzione solamente per esser stato già in quell’età fatuo, o sia scemo di cervello…”;

“…14 aprile 1715 – Una morte misteriosa – Giò:Batta Sala in età d’anni 55 incirca passò da questa a meglior vita , ut die credit., ferito e trouato morto nel bosco di Rugulea territorio di Casate per quanto mi viene riferito fu riconciliato dal Sig. Cur.to di Galgiana che messo avvisato dalla gente che si trovava presente… era habitante in la Cazola…”;

“…10 novembre 1726 – il Sig. D. Andrea Molinaro Capellanno di questa Chiesa Par.le di Arcore del SS.mo Sacr.to e Rosario in età d’anni 70 incirca passò a miglior vita…”;

“…25 dicembre 1726 – il Rev. Prete Bartolomeo Vismarra Capellano con messa quotidiana nella Chiesa Par.le di Arcore all’altare di Sant’Antonio in età di anni 35 incirca passò a miglior vita…” è probabilmente un omonimo del Bartolomeo Vismara che supplì nel periodo di interregno;

inserito nel registro, incollato al margine, vi è una carta con una richiesta di correzione ed integrazione di un testo del registro:

“…Ercules Maria Bonanomi S.M. Doctor Prot.us Apo.licus Abbas Commendatarius SS. Amrosii ad Nemaco et primi Curi.eq:
pro parte nob. Do. don Petri Hortensi Dell’Orto… …fuerunt prece tenorij seg.ti svti…
Ill.mo e Rev.mo Signore Don Pietro Ortensio Dell’Orto Serv. Umil.mo di Vs. S. Ill.ma e Rev.ma avendo fatto estrarre da libri Parro.li d’Arcoro Pieve di Vimercate la fede di Morte di suo Avo Paterno Don Fran.co Ant.o Dell’Orto, trova che in epoca viene cognominato Horta e non Dell’Orto come era in fatti, epperò ricorre alla S.V. Ill.ma e Rev.ma umilmente e supplicandola affinchè in …vista degli annessi autentici documenti degnarsi ordinarne la correzione del cognome ed infine aggiungervi li predicati d’onore conseguenti alla famiglia…”. Il Dell’Orto era morto il 28 giugno 1706 e la nota è del 1734.

L’ultima sua cerimonia è un matrimonio celebrato mentre era già malandato e porta la data 9 gennaio 1731, sei giorni prima della morte, ma il curato non arrivò in tempo a trascriverla, in sua vece il vice curato Giò: Ant.o Vismara, provvide alla regolarizzazione dell’atto:
“…Pietro Sala figlio di Gerardo della cassina detta Scioccone Cura di Monte ha contratto matrimonio per verba de presenti nella chiesa Parochiale di Arcore con Cattarina Pilotta della cassina detta Bernate Cura d’Arcore alla presenza del Rev.do Sig. Gio:Batta Tagliasacco Cur.o di Arcore il quale per essere subito andato a letto, ed in pochi giorni passato da questa a miglior vita non ha potuto mettere a libro questo matrimonio che fu poi messo a libro da me vicecurato Prete Gio:Ant.o Vismara…”

Il curato Tagliasacco morì il 15 gennaio 1731 ecco la nota riportata sul libro dei morti:

“…Mille Sette Cento trent’uno Alliquindeci di Gennaio…
R.Sig. Gio Batta Tagliasacco Curato d’Arcore dove esercitò la cura d’anime per lo spazio di quaranta sei anni… …essendo stato anche prima Curato a Velasca Pieve di Vimercato per lo spazio di dieci anni, passò da questa vita all’altra si era di anni ottanta quatro essendo stato munito… …con la raccomandazione dell’anima al Signore da me prete Carlo Fran.co Pagano, Curato d’Oreno, come vice Cur.o à jure, d’indi fu esequiato… …coll’intervento del Nob.e e Rev. Sig. Prep. Magni Vic.For.o con altri ventidue sacerdoti, con s.ela da settimo ed accompagnamento della V.da schola del Sant.mo d’Arcore e molto popolo poscia sepolto nel solito sepolcro dei R.R. Parochi nella Chiesa Parr.le di Sant’Eustorgio…”

Seguirono nella gestione della parrocchia, in attesa della designazione del nuovo curato, vari sacerdoti: il curato di Oreno Fran.co Pagano, il vice curato Gio:Ant.o Vismara e il prete Bartolomeo Vismara.

Nell’immagine ora proposta, la colonna in granito che reca sul vertice la croce, recentemente restaurata dopo la caduta, indica la sacralità del luogo, che fino al 1789, oltre a essere sagrato della chiesa fu anche cimitero per almeno un migliaio d’anni. Le salme avvolte in teli, in un primo tempo, inumate direttamente nel terreno, poi, a partire all’incirca dal 1200, collocate in loculi, o semplicemente disposte sotto la chiesa, dove a scadenza, erano estratte e collocate in ossari o accumulate in fosse scavate nel terreno.
Sul basamento della colonna è chiaramente scolpito l’anno della sua collocazione: 1713 (probabilmente ne sostituiva una precedente, forse una semplice croce di ferro inastata); la coincidenza con la donazione delle reliquie sembrerebbe indicare trattarsi di un’altra donazione fatta dallo stesso Francesco d’Adda.

 

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