DONAZIONI e UN FURTO SACRILEGO, IN SANT’EUSTORGIO AD ARCORE

Abbiamo accennato, nell’articolo pubblicato a Febbraio, del buon animo dei Visconti, riferito al supporto del “far bella la chiesa”. Ora il nuovo documento che pubblichiamo, ci dà la possibilità di azzardare  un’ipotesi su un oggetto in legno (una porticina di tabernacolo), che lo stesso Maurizio Visconti aveva donato alla chiesa di Arcore, l’anno successivo all’acquisizione delle reliquie, nel 1613. Il manufatto in legno, è da sempre presente in parrocchia e i vari parroci nel tempo, senza identificarne il valore storico, si tramandarono nelle loro successioni, tra le dotazioni specifiche. Ecco il racconto di Tonino Sala.
La pagina redatta dal Curato Berta, in cui si registrano due donazioni dei Visconti, nell’anno 1613

1613 Adì 1 Aprile

“Il S.r Maoritio Visconte presentò gratis alla chiesa di S.to Eustorgio di Arcoro il Tabernacolo grande quale è sopra l’Altare maggiore fornito adorato et ornato come si vede, et questo per honore del santiss.o Sacramento, et esempio d’Altri:

Berta Cura. saeceptixire?” seguito dalla sigla (paraffa) del compilatore

L’oggetto di cui si parla, si ritiene possa essere lo sportello del tabernacolo citato nello scritto. Sul come mai uno sportello, negli adattamenti, demolizioni e ricostruzioni della parrocchiale sia finito conservato tra le dotazioni è una domanda alla quale, al tempo delle ricerche d’archivio per la compilazione del libro “Arcore, un Popolo …”, senza conoscerne l’esistenza, frugando nelle note si trovò una annotazione che a posteriori potrebbe spiegarne oggi il motivo: un furto sacrilego era stato commesso nell’antica chiesa scardinando la porticina del tabernacolo, sottraendo i sacri vasi e spargendo al suolo le sacre particole (di questo fatto dopo aver trovato, la nota relativa, a così distanza di tempo oggi sorgono difficoltà nel reperire la cartella che custodisce il documento, si proverà a ripassare il regesto nella speranza di rintracciarla). Evidentemente, lo sportello scardinato fu conservato sia per la particolare decorazione sia perché considerato quasi una reliquia-memoria del fatto; così che da un curato all’altro arrivò ai giorni nostri.
La porticina della quale ignoravo l’esistenza mi fu portata direttamente da don Carlo, ormai ex parroco, verso la metà degli anni novanta con la richiesta di esaminare la possibilità di un restauro conservativo. Il sospetto che si trattasse dell’oggetto che risaliva all’epoca del furto fu esposto e commentato … Per parte mia, verificate le difficoltà e costatata l’incapacità a procedere, dopo aver sentito un conoscente esperto restauratore decisi di finanziare l’intervento e affidargli il lavoro. Il signor Arnaldo Marconcini che teneva bottega a Vimercate eseguì il restauro a regola d’arte e lo sportello, in tutto il suo splendore di oro e decorazioni, ritornò a don Carlo che lo appese nel suo appartamento.
Passò il tempo, don Carlo se ne andò fra i beati, e nella diaspora dei suoi arredi, nonostante avessi fatto girare la voce circa la sua esistenza, la reliquia andò dispersa.

Particolare della porticina del tabernacolo, in cui è evidenziato il cardine

Passò altro tempo anche per don Luigi arrivò il momento di lasciare e poco più avanti di raggiungere don Carlo. Parenti, amici e conoscenti parteciparono alla divisione del capitale culturale e religioso che costituiva il suo orgoglio, e ciò che rimase fu messo a disposizione di eventuali interessati. Quando poi, da parte del gruppo di collaboratori che operano in parrocchia, si procedette al riadattamento dell’appartamento, negletto, nella polvere sopra un armadio, venne di nuovo alla luce quello che io considero una reliquia storico-religiosa. Fortunosamente non finì fra i rottami da buttare; l’attenzione di Eugenio che lo trovò e di Giampietro al quale avevo a suo tempo accennato l’esistenza, salvò l’oggetto, che nonostante i maltrattamenti si presenta ancora ben godibile.

Vista, per intero dell’oggetto

Una tavola di noce, dimensioni 49×21, abbondantemente traforata dalle tarlature, sanate durante il restauro, presenta ancora evidenti i segni delle rotture causate dalla forzatura usando delle leve nel tentativo riuscito di scardinare lo sportello. Su entrambi i margini, sia sul lato dell’imperniatura che su quello della serratura, una parte del filo risulta scheggiata; è certo che anche l’intelaiatura subì gli stessi danni e fu necessario sostituire il tabernacolo decidendo di serbarne la porticina.

Incorniciata nel finto sipario, il testo che ricorda il mistero del corpo e sangue di Gesù, speso per la salvezza degli uomini

Riportiamo il testo dell’immagine

HOC EST ENIM
CORPUS MEUM

HIC EST ENIM CALIX
SANGUINIS MEI NOVI
ETETERNI TESTAMENTI
MISTERIUM FIDEI
QUI PRO VOBIS ET PRO
MULTIS EFEUNDETUR IN
REMISSIONEM PECATORUM

Le decorazioni sono intagliate in una sorta di mini bassorilievo; non è ben chiaro se fatte direttamente incidendo la tavola o applicate sulla superficie già predisposta

Il lato interno dello sportello, come pure, probabilmente, l’intera superficie del tabernacolo, erano rivestiti di una stoffa, forse un broccato, rosso. Alcuni fili di questo sono rimasti agganciati ai chiodini che tenevano la stoffa. La foto del particolare non è molto chiara, occorreva una macro, ma può dare a sufficienza un’idea di come poteva essere il colore dell’addobbo interno dell’oggetto.

ALTRI DONI

Sulla stessa pagina in cui è annotato il dono del tabernacolo, poco più sotto, il Curato Berta, riporta di un ulteriore omaggio fatto dai Visconti. E’ sempre il 1613 e nel mese di Giugno, la Signora Maddalena Visconti fa dono di alcuni oggetti di “biancheria sacra” destinati alla celebrazione della messa.

Questa l’interpretazione del testo riprodotto ad inizio post

Adì 27 Giugno 1513

La signora Madalena Visconte presentò alla chiesa tre borse di calice, cioè rossa, nera, u(v)erde, er morella insieme con li suoi u(v)elli del medesimo colore, et poi si haueno (avevano) date altre due bianche di (tila d’hero?) col dentro li suoi corporali et animette.

Si tratta di oggetti legati appunto alla celebrazione della messa.

Iniziamo con la “borsa”: E’ un oggetto di forma quadrata che serve per custodire il corporale.
La borsa è composta di due quadrati di cartone uniti ed aperti da un lato, proprio per contenere il corporale, inoltre è rivestita di tessuto dello stesso colore dei paramenti liturgici, ossia del colore liturgico del giorno. Essa può essere arricchita da ricami e decorazioni; spesso il tessuto, i ricami e le decorazioni si accostano a quelli dei paramenti liturgici di uno stesso completo.
La borsa fu introdotta dopo che vennero ridotte le dimensioni del corporale: infatti fino alle celebrazioni medioevali, quest’ultimo veniva custodito in apposite scatole di legno, perché era molto più grande di quello odierno. L’uso della borsa viene fatto risalire all’XI secolo, in applicazione di quanto stabilito nel Concilio di Reims.

Passiamo ai “velli” si riferisce al “velo del calice”, a forma quadrata con lato di circa 50-60 centimetri, in stoffa damascata, del colore previsto dalla liturgia del giorno, con orli più o meno decorati in oro, posto a copertura appunto del calice.

Il corporale è il quadrato di tela fortemente inamidata che si stende al centro dell’altare per deporvi sopra il calice o la patena durante la Messa, o l’ostensorio durante l’esposizione eucaristica.

Per finire l’animetta conosciuta anche come “palla” è un quadretto di stoffa inamidato che si usa per coprire il calice durante la celebrazione della Messa.

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