“Al va Ginée”

L’amico Tonino mi aveva passato, tempo fa, questa sua “reminiscenza” che è rimasta un po’ troppo nel cassetto e quando l’ho tolta mi sono accorto che Gennaio era finito da un pezzo. Poi guardando il cielo e le montagne intorno  ho visto che l’inverno è tutt’altro che chiuso, dunque tra una giornata di neve e una di sole, c’è tempo per non considerare fuori stagione queste note dei tempi passati che raccontano di una tradizione che si è senza dubbio persa. Sono altri oggi i meccanismi che regolano “cercasi anima gemella”. O forse dell’anima gemella importa veramente poco e nelle varie occasioni d’incontro tra “chat” e “social” vari, senza dimenticare le “agenzie specializzate”, gli astanti dirigono i loro interessi verso altri scopi, molto prossimi “all’usa e getta”. Diversi gli intendimenti di chi un tempo, non poteva permettersi troppe bocche da sfamare a lungo, e giunta l’ora, le figlie femmine cercavano d’accasarsi, magari anche senza troppe pretese. Quelle che dunque si identificavano con “mé sun né maridaada né imprumetüda … “venivano a trovarsi certo a mal partito… Tonino, al proposito, sarà più profondo ed esauriente, a voi  il piacere di farvi accompagnare.

Reminiscenze

fig 1

“Panta rei”: anche il primo mese del 2016 sta finendo, Gennaio se ne va. Un tempo, quando il paese era costituito quasi totalmente da contadini, nelle cascine, la fine di gennaio era celebrata con una pantomima recitata dalle ragazze da marito che, a feste ormai finite, senza che qualcuno si fosse presentato a richiederle, si trovavano né fidanzate né maritate.
L’usanza era che i progetti di matrimonio prospettati in occasione del “festone”, arrivassero a conclusione per le feste d’inverno con visita e presentazione del fidanzato o la definizione della data di nozze.
Per Arcore la festa del paese era stabilito essere la quarta domenica di Agosto, quando, cioè, concluse sia la stagione dei bozzoli che il raccolto del grano e liquidati i conti col padrone, vi era il tempo per una breve pausa nei lavori e per porre mente agli altri problemi propri del vivere.
Uno di questi era la necessità di accasare le figlie e l’occasione della “festa” durante la quale i parenti in visita avrebbero consentito alle madri legate da parentele più o meno lontane di scambiarsi informazioni e proporre o combinare le nuove alchimie matrimoniali. I ceppi delle famiglie trapiantati nei paesi più o meno vicini si riunivano nel ricordo delle loro comuni radici e fra i “ma tavéet”  e i “ta sa regordat”, che risalivano tre o quattro generazioni, tenuti a bagno in quel vinello asprigno che ogni contadino si faceva in proprio vendemmiando le uve delle poche vigne che circondavano i capanni (casôt) o che pendevano dai pergolati fuori casa, si guardavano le bambine crescere di anno in anno, maturare ed arrivare a quell’età che, dice Porta in un suo verso, “cumincia a spiuregh la passerina”.

fig 2

Era uno scambio notevole, certo non di etnie, ma, sufficiente ad evitare il tabù del matrimonio fra consanguinei; e dopo tutto il chiacchiericcio, le “sbignate” controllate fra maschietti e femmine e i: “no!” oppure “la ma piias, o al ma piias, però …” si avviavano conoscenze più approfondite fra le famiglie, l’incontro fra i giovani, le ipotesi delle dotazioni, e la definizione: “giustament” per le presentazioni ufficiali e la fissazione delle nozze.

fig 3

Ma … qualcuna restava sempre indietro, o perché di gusti e carattere difficili o perché di sembianze poco appetibili, per queste ultime però vi era sempre la soluzione del maschietto con piccolo difetto o del vedovo con figli che cercava aiuto. Quindi, in cascina, al novero delle tipologie rimaste sul mercato si aggiungevano le appena mature che non avevano ancora temporaneamente trovato collocazione e le maturande che non volevano mancare di partecipare alla riffa.
Arrivava Dicembre e per le feste d’inverno si concludevano visite, prese visione, conciliaboli, contratti e alle diventate promesse spose i giovani, in pompa magna con famiglie al completo, recavano i più o meno modesti ori: regalo per le nozze che si sarebbero celebrate a breve.
Gennaio, un mese nel quale i lavori di campagna erano totalmente fermi, particolarmente scelto per gli sponsali. I contadini rabberciavano gli attrezzi agricoli o ne costruivano di nuovi. Al caldo delle stalle fervevano i lavori di preparazione delle doti e donne e ragazze si applicavano col massimo impegno nel limite delle disponibilità finanziarie concordate: lenzuola, camicie, fazzoletti, ecc. più o meno ricamati, subivano gli ultimi ritocchi prima di essere collocati in una apposita cassa che sarebbe stata trasportata nella nuova casa. Molto spesso non era una nuova casa, gli sposi andavano a vivere con la famiglia dello sposo, ed il nuovo era solo un letto velato da una tenda sospesa ad una corda, collocato in un angolo della camera comune dove dormivano già due generazioni e dove ci si preparava a generare la terza.

Gennaio arrivava alla fine; la merce, rimasta disponibile, che non aveva trovato mercato, si apprestava a una pantomima che risaliva assai indietro nel tempo, qualcuno trovava vi fossero radici in certi usi longobardi …: le ragazze da marito rimaste libere avrebbero dovuto cantare al vento la caduta delle loro speranze, almeno per quell’anno.
Nei campi coperti di neve le sagome scure dei gelsi disposti in lunghe file, intercalate dai cumuli di letame (med da reu) che disperdevano nell’aria un leggero vapore azzurrino frutto della fermentazione che vi avveniva e che il freddo rendeva visibile, cumuli che aspettavano le attrici che vi sarebbero salite sopra a piangere sulle loro svanite speranze:

…al va Ginée …
…al va in Fabrée …
Al vaa Ginée dala buna ventüura,
mé sun né maridaada né imprumetüda …

fig 4

Una versione un po’ diversa la dà il Cherubini, grande raccoglitore degli usi brianzoli, e, dal suo ponderoso vocabolario (1843) trascriviamo:

“[…]Brusà sgenée o sginée o ginée … Costumanza ancora viva né colli briantei. L’ultima sera di gennajo giovanetti, ragazze e donne, fatto crocchio, e preparato una catastella di spini, di paglie, di granturcali e sim. o vero un fantoccio impagliato, li vengono accerchiando, e fattone falò cantano una lunghissima loro frottola (vedi più sotto) la quale va a finire nell’annunziare a chi gli ode lo spirar di gennajo. […]
Cantà sgenée o sginée o ginée […] Nel nostro contado spezialmente si può dire Gennajo matrimoniajo: perciò nelle lunghe serate di quel mese le contadinette raccolte nella stalla à loro lavori sogliono cantare a riprese ed a coro un’assai lunga frottola di genere erotico, e varia secondo la varia cultura delle cantrici, la quale però suol sempre incominciare così:

L’è chì sgenee de la bouna ventura,
E mi no son mariaa né impromettuda,
Domà che hoo el fazzolett de sugà i œucci,
De sugà i œucci i quai i hoo bagnati, ecc.ecc.

E se gennajo è innoltrato, incomincia all’invece per

El va sgenée de la bouna ventura, ecc.

La qual canzone suole poi terminare per

Da la lunna in sul pajee,
Bronchemm tucc el va sgenee,
el va, el va, el va sgenee.

[…]”

Interessante sarebbe il trovare la versione completa … facciamo girare, non si sa mai. Per quanto riguarda il verso musicale, pur conoscendolo, non sono in grado di trascriverne le note.

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