ARCORE CORTE MANDELLI

Un angolo della Arcore storica,  ancora presente nel dedalo delle strade che hanno costituito con molta probabilità l’ossatura della viabilità più antica del Paese. Nei pressi di quello che era il Castello di Arcore di cui sono superstite le tracce nei toponimi, senza per altro essere nella possibilità di rinvenire un qualche avanzo architettonico che ne possa confermare la presenza. E’ sempre Tonino Sala a guidarci nella ricostruzione storica del sito, proponendo tra l’altro qualche indizio molto interessante per possibili approfondimenti. Cito la proprietà della corte, documentata nel Catasto Teresiano del Monastero di Sant’Orsola in Monza. Per il momento, l’invito come sempre a leggere con attenzione queste note, sempre interessanti e capaci ogni volta di aggiungere alle nostre conoscenze un “qualcosa” che non conoscevamo.
LA CURT DI MANDEI

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Il territorio di Arcore

Il territorio comunale occupa una superficie di poco più di 9 chilometri quadrati. Da nord a sud ha una lunghezza di circa 4900 m.; la larghezza da est a ovest è di circa 3700 m.

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L’altezza sul livello del mare, al confine con Camparada è di 230 m.; al confine con Concorezzo è 183 m.; al confine con Velasca è 200 m.; al confine con Biassono, misurata al piano del Lambro poco sotto il Molinetto, è di 174 m.

Il terrazzamento

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Il piano, lentamente degradante, borda il rilevo dei terrazzamenti mindeliani seguendo, sul lato sud-ovest le vie Monte Bianco, Col di Lana, Spazzate, Maiella, Gran Sasso; sul lato est le vie Monte Grappa, Abate d’Adda, Brianza, Toscana, Umbria, vicinale del Roccolo, Tiziano, Caravaggio, Varisco.

Le incisioni del territorio

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L’incisione più profonda è quella che segna, in pianura, il confine con Biassono ed è costituita dalla golena del fiume Lambro.
I margini del rilievo, erosi dai displuvi che hanno inciso gli zoccoli originari dei terrazzi, compongono un ventaglio di piccole valli che confluiscono nelle Molgorane e nei loro affluenti verso il piano. Gli antichi corsi d’acqua, oggi coperti; costituiscono il percorso di alcune vie del paese.
Il ramo di Usmate-Velate, nel quale confluisce lo scarico del Rio Laghettone, è il bordo ovest della via Gilera, dall’ingresso nord est del paese all’imbocco della via Tomaselli, fino a Largo Arienti.
Il ramo di Camparada, esce dalle colline al Campascieu, riceve il ramo di Lesmo proveniente dalla val Fazzola, prosegue per via Brianza, svolta in via Toscana, attraversa il prato di via Lombardia, e per via Moro giunge in via Edison e da qui in largo Arienti si unisce al ramo di Usmate Velate e alla roggia di scolo di via Abate d’Adda.
Da Largo Arienti prosegue per le vie Piave, Trento Trieste, Gorizia, Casati fino ad uscire dal confine sud ovest a Sant’ Alessandro di Villasanta.
L’incisione alle spalle della Palazzina (Valle dei Morti) attraversa il Parco comunale, ne esce al Ravanèl generando il Rio dei Morti, che zigzagando per la pianura finisce poi nel Lambro al Molinetto.

L’impianto viario

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L’impianto viario nella antica struttura del paese ricalca i bordi delle rogge e dei fossi che segnavano il territorio.

In ordine di tempo, le ultime vie, nate dalla copertura dei solchi delle rogge, sono state le vie Trento Trieste e Gorizia, mentre sono state ritracciate e allargate, coprendone gli alvei le vie Piave, Tomaselli, Edison, Gilera e Casati.

Dopo aver dato una scorsa al paesaggio, veniamo ora a parlare dell’argomento oggetto della chiacchierata.
Nel rilancio dell’agricoltura della seconda metà del Seicento, dopo le pestilenze, (1578-1630) il rigenerarsi di una popolazione e il formarsi di un nuovo ceto che investiva in beni di campagna, all’incrocio dell’antica strada del Castello con la strada del Roggiolo (attuali via Monte Grappa – via Abate d’Adda) si costruirono abitazioni contadine per i massari che avevano in conduzione i campi dei nuovi proprietari. In questa zona, ai margini del rilievo collinare esisteva già la cascina San Gregorio e accanto a questa sorsero le nuove abitazioni; una parallela alla via San Gregorio, naturale continuazione della strada del Castello, divisa in due tronconi (note oggi come Corte Castello e Corte Grande) l’altra proprio sull’angolo dell’incrocio (attuale Corte Mandelli).

Storia della costruzione


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Le mappe storiche del Catasto ci consentono di seguire l’evoluzione dell’edificio “Curt di Mandei”.

La compilazione del catasto teresiano oltre ad avere come principio una più equa distribuzione dei carichi fiscali aveva anche lo scopo di fissare la situazione come si trovava al momento della rilevazione assicurando che eventuali miglioramenti sia nelle colture che nei fabbricati sarebbero stati esenti da un aggiornamento del carico fiscale; stimolando quindi i proprietari ad investire “ad miglioranda”. Perciò nella seconda parte del Settecento si assiste alla messa a coltura di nuovi terreni sottratti alle brughiere e ai boschi e terrazzando i margini dei rilievi collinari. Naturalmente anche il patrimonio edilizio si adeguò all’aumento demografico successivo con ampliamenti e qualche nuova struttura. Ne è prova la crescita demografica che da una presenza di circa 950 anime nel 1737 arriva a circa 1600 alla fine del secolo.

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Come fosse la corte alle origini, almeno fino a oggi, non è dato sapere. La prima conformazione di cui abbiamo immagine è contenuta nel foglio 9 della mappa catastale del 1722 (Catasto Teresiano). Lo spazio, contraddistinto dalla parcella 362, è descritto come casa da massaro di pertiche una e tavole 7, appartenente alle monache di Sant’Orsola di Monza. (Questo ordine richiama il fatto della Monaca di Monza narrato dal Manzoni nel suo romanzo e ampliato dai ricercatori storici sui documenti del processo che ne seguì. Sono le stesse monache nel cui monastero venne portata suor Ottavia Ricci dopo che fu tratta dal Lambro e suor Benedetta Omati salvata  dal pozzo in quel di Velate dove il Giampaolo Osio l’aveva precipitata con l’intento di sopprimerla).
L’edificio è probabilmente ripartito in abitazione, stalla e cascina, senza escludere che all’inizio, in questi tipi di fabbricato, come usava, una parte fosse destinata al proprietario e una parte al massaro.
Le monache di Sant’Orsola di Monza sono le proprietarie, il come e il quando acquisirono il titolo non sono noti; si sa, però, che, oltre alla eventuale costituzione di dote di giovani donne che si monacavano, dote che passava in proprietà al convento, costumava che copiosi lasciti testamentari andassero ad impinguare le proprietà e i redditi dei monasteri.

Il fabbricato è impiantato in uno spazio aperto a levante (parcella 167- pertiche 2) con un brolo (orto) di proprietà dell’ Hospitale Maggiore di Milano e a mezzogiorno (parcella 154 – pertiche 11 e tavole 2) con un prato avitato di proprietà di Giacomo Busolo (è lo stesso spazio occupato oggi dai giardini privati ex Ravizza e dai giardini pubblici ex Enel).

Siamo nel 1855. Dopo un salto di 133 anni, l’evoluzione del luogo si può seguire confrontando le diverse mappe che possediamo:

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La struttura, ha quasi completamente cambiato forma: è stata allungata sulla via D’Adda e sono state aggiunte due ali, una sulla via Montegrappa e l’altra centrale, quasi a dividere la corte. E’ probabile che il portale ad arco all’ingresso, risalga proprio a questo periodo. L’immagine è poco chiara, però, siccome sulla successiva del 1873 non si notano variazioni è possibile riferirsi a quest’ultima.

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Ora siamo nel 1897. Dalla precedente variazione alla struttura primitiva sono passati una quarantina d’anni e la corte ha ora una nuova forma che rimane definitiva e che, grosso modo, è quella che ha ancora oggi dopo i restauri e la riqualificazione fatti a cura del Comune diventatone proprietario nei primi anni ottanta del secolo scorso.

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La “Cort di Mandei” è posta ad angolo delle vie Montegrappa-D’Adda. Per qualche tempo, tra le possibili collocazioni, si ritenne che ivi fosse ubicato il fantomatico “Castello” di Arcore, ma l’intervento di restauro e ristrutturazione dell’edificio, eseguito dopo il passaggio di proprietà al Comune, chiarì negativamente il dubbio; almeno così sembrerebbe vista la struttura delle fondamenta indagata con scavi e misurazioni operate dal geometra Biella sotto la sovrintendenza degli architetti Resh e Redaelli.

Nell’archivio comunale è custodito il documento dei rilievi; documento che contiene anche la prova, testimoniata dai ritrovamenti, della partecipazione della famiglia alla lotta partigiana, dell’orientamento antifascista e, forse, rivoluzionario, dei componenti il clan che abitava la corte:


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Armi: moschetti e bombe; il 25 aprile 1945 era passato da 29 anni, la lotta partigiana era finita da un pezzo, ma chi le aveva nascoste, in attesa del Sol dell’avvenire che non si decideva a sorgere, le aveva dimenticate ed era ormai passato ai quondam.

Sul come si pervenne al possesso di queste armi vi è un racconto, che si può trovare su Internet nel sito “scoprilabrianzatuttoattaccato”, dove si narra del “Ravanèl”, che riportiamo integralmente:

8 settembre 1943 – Badoglio annuncia l’armistizio con gli angloamericani. L’esercito si sbanda e i tedeschi occupano militarmente la parte d’Italia ancora libera. Tra i soldati non più comandati si scatena un fuggi fuggi generale e chi può cerca di filarsela per tornare alla propria casa.

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Nei giorni seguenti qualche centinaio di soldati in fuga, provenienti dal Parco di Monza, arrivano nei pressi dei boschi del Ravanèl, alcuni si presentano alla portineria chiedendo abiti civili, richiesta impossibile da soddisfare lì dove manca anche il necessario; altri scaricano nella Valle dei Morti armi, munizioni, alcune motocarrozzette (sidecar) e si disperdono. In breve tempo, delle armi e del materiale depositato, non rimane più niente. Salvatore afferma di aver visto molta gente prendere armi e tra questi anche alcuni arcoresi che sarebbero confluiti poi nelle bande partigiane. (la citazione di Giuseppe Centemero, Colombo Gabriele, ecc.… sarebbe da verificare; probabilmente è lì che i Mandelli raccolsero la loro modesta armeria, poi nascosta nel cortile; armeria che in parte ritornò alla luce al tempo della ristrutturazione della corte).

Veniamo ora a parlare della famiglia che nel tempo ha finito per dare il nome al luogo, cioè i Mandèi (Mandelli).

Il cognome Mandello, ad Arcore, è riportato per la prima volta il 25 febbraio 1581, sul primo “Libro d’gli matrimoni” della parrocchia iniziato nel 1566, nella trascrizione del matrimonio di germano figlio di dominico (detto bertinal). Inoltre, nello “Stato d’Anime” del 1588 è trascritta la consistenza totale dei Mandelli presenti sul territorio arcorese, sono divisi in tre famiglie, due delle quali sono mugnai residenti ai molini della Cha’ (parenti tra di loro), alle dipendenze dei Simonetta proprietari del S. Martino e di tutta la costa del Lambro arcorese.

Passa il tempo, si evolvono i clan; l’uso di trasferirsi alla scadenza dei contratti di affitto, o la ricerca di migliori condizioni di vita, o il licenziamento da parte dei proprietari dei fondi, sono motivi di alti e bassi delle presenze in paese. Anche il clan dei Mandello ne è soggetto, tanto che nello “Stato d’Anime” del 1737 il cognome è totalmente sparito.

Una nota di aggiornamento al documento nel 1745 recita: “si aggiungono li seguenti venuti di nuovo nell’anno 1745”:

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Questa la trascrizione:

Stallo delle Orsoline

40       Giacomo  Mandello Vedovo
Figli
18       Angiolo Maria
17       Domenico
16       Maria Maddalena
 Fratelli del sud.o Giacomo
35       Gioan Maria
35 ?    Teresa Crotta sua moglie
Figli di Giò Maria
1        Carlo Giuseppe
altro Fratello del sud.o Giacomo
26       Carlo Antonio
25       Rosa Crippa sua moglie
Madre dei soprascritti figli e vedova
80       Anna Maria Sirona
Figliastra di Anna Maria Sirona
68       Barbara

È un clan di 12 persone dal quale poi trarrà origine tutta o quasi la genia dei Mandelli arcoresi. Il luogo dove la famiglia si piazza, come si vede, è lo “Stallo delle Orsoline”, posto all’angolo delle vie Montegrappa – Abate D’Adda. che viene sgombrato dalla famiglia dei Balconi (una famiglia di 23 persone) che lo occupava. Il curato, aggiorna diligentemente la situazione, depenna i Balconi e inserisce i Mandelli. Il luogo nella prima annotazione (1737) era indicato non col nome del proprietario ma col nome di chi lo abitava, cioè “Stallo del Balcone” (Stallo: dal latino Stabulum, luogo di soggiorno, dimora).
Ed è da qui che ha inizio l’insediamento nella corte che nel tempo cambierà il termine di riconoscimento: non più “Stallo delle Orsoline” ma “Corte Mandelli”.

La madre del nuovo clan è Anna Maria Sirona, di anni 80, vedova. Non è indicato il nome del marito, quando arrivano ad Arcore il capostipite è già morto. Vive con figli, nuore e nipoti, con loro vive anche una figliastra: Barbara, di 68 anni; vista l’età di questa in rapporto con quella della Sirona è probabile che il Mandello, padre dei tre fratelli Giacomo, Gioan Maria e Carlo Antonio, rimasto vedovo con prole si sia risposato portando in dote la figlia avuta dal primo matrimonio.
Anna Maria Sirona: la cosa comincia a farsi complicata quando si cerca di rapportare l’età dei suoi figli con la sua: Giacomo ha 40’anni, Gioan Maria ne ha 35 e Carlo Antonio 26: almeno l’ultimo evidentemente incompatibile con l’età della Sirona. Si dovrebbe supporre che il clan sia ancora più complesso in quanto raggrupperebbe i discendenti da un capostipite anteriore al marito della Sirona. A meno che quella che viene definita figliastra sia l’effettiva madre e non la sorellastra. Salvo che si tratti di qualche grossolano errore nella trascrizione dei componenti.
Però … forse è meglio smettere di lambiccarsi il cervello in supposizioni e ipotesi che sarebbero comunque indimostrabili. D’altra parte non è possibile nemmeno fare ricerche perché non si saprebbe dove rivolgersi non essendo indicato da dove proviene la famiglia che si installa in paese.

Nel 1761 il clan è diventato di 23 persone, nel 1793 sono 29, nel 1822 sono 39: qualche famiglia è uscita dalla corte e vive in altri luoghi. Nel 1865 vi sono otto famiglie, nel 1882 le famiglie sono 12. Nel 1905 le famiglie Mandelli in paese sono 13 per un totale di 120 persone

Un’ultima nota va fatta per precisare che addossato alla “Corte”, che ora ha una apertura anche sulla via Abate d’Adda praticata nella parata sulla via durante il restauro e la ristrutturazione, nell’ultimo scorcio dell’800 era stato costruito un corpo di fabbrica con fronte a est completato con stalle a costituire un’altra area-cortile con accesso sulla via d’Adda. I due cortile sono comunicanti a ridosso del muro di recinzione dei giardini Ravizza.

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Il nuovo accesso, dalla via d’Adda                                                                     Il nuovo accesso, dal cortile
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Il passaggio al secondo cortile                                                                           Il secondo cortile
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L’accesso al secondo cortile da via d’Adda                                                  Interno del primo cortile

 

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