VELATE TRA LO SCIAGURATO EGIDIO E I BELGIOJOSO

Io accolgo a braccia aperte la verità e la accarezzo ogni volta che la trovo, non importa in quali mani sia, e a lei mi arrendo con letizia e le consegno le armi sconfitte non appena da lontano la vedo appropinquarsi. E, a patto che non lo si faccia con piglio troppo imperioso e supponente, presto volentieri il fianco alle critiche.

“Montaigne”

Nel Marzo del 2013,  concludevo la ricerca relativa alla fuga dello sciagurato Egidio e al tragico epilogo, segnato dal ritrovamento in un pozzo a Velate, di una delle due complici dell’Osio, la monaca Benedetta Omati, con queste parole: “Questo ed altri interrogativi restano ancora aperti e ci spingono ad altre ricerche, nella speranze, un giorno, di venire in possesso di quei documenti che possano svelare definitivamente il luogo del “pozzone” è la vera identità della “cappella che si trova in un luogo sopraelevato”…..verso Monza, et è quella la su….”.

A distanza di un anno e mezzo, le ricerche a cui accennavo, hanno sortito qualche novità che ora cercherò di proporre. Devo dire che a questo punto, la collocazione del pozzo, diventa quasi un pretesto per allargare il discorso e ricostruire quella che è stata nel passato Velate e poterne svelare alcuni aspetti inediti, che vogliono considerare il lasso di tempo che parte dagli ultimi decenni del cinquecento, per arrivare fin quasi alla fine dell’ottocento.

Si è partiti dal lavoro della professoressa Marica Forni, sul Pollack architetto dei Belgioioso, che grazie ai dati d’archivio proposti, nella stesura dello stesso e i rimandi ad altri, ci fornisce diversi interessanti spunti permettendoci di ampliare in direzioni insperate e con scoperte curiose la visione di una Velate tutta da raccontare. La rilettura del libro del professor Gianni Magni “Mille anni di vita e 400 di Parrocchia” è poi servita a riportare in evidenza aspetti che necessitavano una ulteriore disamina. L’altro importante testo su Velate, “Terre di Brianza” ha svolto la necessaria funzione di “guida”, ogni volta che questa fosse necessaria.

LIBRI 2

Ancora alcuni documenti reperiti presso “L’Archivio Diocesano” e quello di ”Stato” di Milano, hanno svelato o confermato, dove ce ne fosse bisogno, fatti e personaggi che i testi citati, avevano reso manifesti alla nostra attenzione. Spinti dunque, da una necessaria curiosità, abbiamo voluto approfondirne i contenuti. Gli spunti che ne sono sortiti, si sono a mano a mano dilatati, tanto da condurci alla decisione di dividere il lavoro in più parti. Al momento possiamo solo accennare ai contenuti, che in seguito saranno approfonditi. Non è stato semplice seguire un percorso lineare ed organico, privo di divagazioni, rimandi, ritorni, tanto che abbiamo pensato di lasciarci “campo aperto”, limitandoci ad usare un contenitore, descritto dal titolo “Velate tra sciagurato Egidio e i Belgiojoso” che ci permette la più ampia possibilità di manovra.

Faremo un percorso a ritroso, per un approccio il più corretto possibile, iniziando con i fatti, o meglio i documenti più recenti e via via, riandando a quel 1607, anno degli avvenimenti ripetutamente descritti, e risalendo ancora un poco più indietro nel tempo.

VELATE TRA I BELGIOJOSO E I GIULINI

Iniziamo scattando una prima “foto” di Velate tra gli anni ’30 e la fine dell’ottocento. L’istantanea è appunto la somma di quanto emerge dalle informazioni dei beni lasciati in eredità da Rinaldo di Belgiojoso, alle due fìglie Maria Beatrice Giulini, Maria Carolina Melzi e al nipote Massimiliano Giovanni Rinaldo Stampa nato dall’altra figlia, Maria Luigia, a quel tempo defunta. La divisione dei beni è del 15 ottobre 1828, precisamente cinque anni dopo la morte del Belgiojoso avvenuta il 15 settembre del 1823. La “provincia” di Velate estesa per 6263 pertiche, valutata 328.733 lire, è composta da beni compresi nella località omonima, in Usmate e in Arcore. Unitamente ad altre proprietà immobiliari e capitali viene assegnata a Maria Beatrice, moglie del conte Giorgio Giulini Della Porta,  sposato nel 1812. Ci giunge dunque un primo elenco di località, i cui toponimi si possono ancora oggi rilevare. Li elenchiamo: “la masseria della Brina, quella del Bettolino, il Mangiaferro, la Vega, il Masnino e il Malcantone, la campagna della Vega e il Ponte del Bussone, la campagna di Velate, la Peltrera, la Brugorella e il Ponte della Brina, la Valletta e la Brughiera superiore; la Novella Selvatica; la Carolina; il Vialone, la campagna di Velate e dell’Osio; la campagna della Fornace, quella della Rampina e la Valletta; la campagna dell’Aurelio Albrisi [Albrizi] e il campo della salina con osteria denominata del Sole; la campagne delle Monache, l’Onizzaio; la vigna del Mongorio e Mongorietto; il Boscone, il Bosco lungo, la Stanga ed il Bosone; il Boscaccio; il Pastrone, il triangolino e la Ripa del Pasturone; la valle Parravicini; ed il bosco del Pasturane; il campello de Tre Cantoni; il Boschetto del Pozzini; la Valle de Roveri e de Platani e la Vava [Tana?] del Lupo; il Piano della Camata,  la riva Rainoni e la valletta Riviera; le campagne ed il bosco Rinaldo e la Ripa Campagnani; la Boschina ed il Dossetto della Valle Fredda; il Bosco della Vega; li tre Ronchi ed il Boschetto della Cassinetta; la Brughiera di Carnate; la Camperia, la casa del Sagrista e la casa della Scola; la Corte grande”.(Nota) Arriviamo al 1857, quando l’ufficio del Catasto dispone una verifica diretta delle variazioni, che erano seguite, con incrementi di beni e differenti destinazioni d’uso di altri, alla proprietà dei Belgiojoso.

villa scaccabarozzi
Palazzo Belgiojoso

Nello stesso anno accertamenti analoghi sono fatti dalla Delegazione Censuaria del Comune di Velate. Questi interventi, documentati dalla denuncia datata 1 aprile 1857 presentata dalla proprietaria, Beatrice Giulini della Porta e certificata dal delegato censuario Gerolamo Mosca e da tre abitanti di Velate che firmano in calce il documento: Serafino Maggi, Ambrogio Fumagalli, Luigi Colombo, ci restituiscono un quadro che riporta a diverse località incontrate nell’elenco precedente e che ora grazie a più precisi riferimenti catastali possiamo riportare sulla mappa stilata in occasione del Catasto Lombardo-Veneto, seconda metà dell’ottocento, circa cento anni dopo il famoso Catasto Teresiano. L’elenco propone questi luoghi, accompagnati dalle relative annotazioni e dunque partiamo con il “quadrone del viale”; viene poi elencata una porzione lontana dalla residenza dei Belgioioso, definita genericamente “coltivo da vanga”; e ancora il bosco ceduo forte della Tamburina “alla Madonna” che sappiamo essere sostituito nel 1837 con il “coltivo da vanga”; la brughiera cespugliata del piano della Belgiojosa; nella medesima zona troviamo poi il “quadrone della Belgiojosa”, in posizione adiacente la strada; si continua con la brughiera boscata del piano della Selvatica;  per approdare al ronco e ronchetto del Foppone; a cui si aggiungono ancora il prato al Foppone con i ronchi laterali; troviamo poi la “Campagna armata?”, forse un refuso potrebbe essere “ca Mata”; si cita poi il piano della Bassanella; il Boscaccio; il Mangiaferro; ancora la masseria del Bettolino;  si parla dopo del campo della cascina Brina; e della vigna della cascina Brugorella; si cita il fondo del Masnino, dove oggi sorgono gli impianti sportivi di Velate; troviamo ancora i campi della Fornace, sulla strada verso Camparada; che si accompagnano con  la “campagna della fornace”;  si cita, lungo la strada del Mongorio, la campagna della Rampina; il “campo dell’onizzaio”; il ronco della Tamburina; e via con i campi Albrisi e salina; il ronco Rinaldo, lungo la Molgorana; ed infine il ronco della Vega.(Nota)

VELATE LOMBARDO VENETO CON TOPONIMI

Perdiamo un po’ di tempo e consultiamo la mappa, (cliccare sull’immagine per ingrandirla). Ci soffermiamo su alcuni toponimi che ci hanno incuriosito e di cui vorremmo saperne di più. Abbiamo incontrato la località identificata “alla Madonna” nel bosco della Tamburina, facendoci intendere che la Madonna è quella conosciuta oggi come “il Passin”, confermando la storicità del luogo. Si evidenziano poi altre curiosità. Si parla di campi e campagna della “Fornace”. Sulla strada che va verso Camparada, esisteva dunque una fornace, o più probabilmente era esistita e forse in quegli anni era già dismessa, non individuando nella zona edifici che potevano essere destinati a questo tipo di lavorazione. Non è da escludere che come accertato in altre località della zona, la fornace non aveva, come si può ipotizzare, la necessità di fabbricati particolari, tra cui  il forno per la cottura dei manufatti. In effetti poteva trattarsi di una zona in cui estrarre l’argilla necessaria, che veniva confezionata sul posto, producendo mattoni e quant’altro, che venivano poi solo lasciati asciugare al sole, determinando così una qualità detta “cruda”, con evidenti caratteristiche meccaniche e di durata, meno importanti.   Altra particolarità sono la “campagna dell’Aurelio Albrisi” (Albrizi) con il campo della salina, che nella seconda rilevazione sono indicati più genericamente come “campi Albrisi e salina”. Abbiamo colto nella mappa che proponiamo sopra, un invaso perfettamente circolare, alla cui prossimità possiamo ricondurre tale toponimo. Senz’altro la forma dell’invaso e la sua sistemazione si devono far risalire all’epoca degli importanti lavori di assetto idraulico, condotti dal Belgiojoso quando ad inizio ottocento, seguendo un disegno diremmo oggi lungimirante, aveva saputo con cognizione imbrigliare le acque del territorio, un problema, che conosciamo ancora presente in anni abbastanza recenti. La causa degli eventi dannosi, allagamenti più o meno rovinosi,  sono da ricondurre alla natura del terreno poco permeabile ed una morfologia in cui si alternano, a zone tutto sommato pianeggianti, forti pendii. Riandiamo al nostro toponimo “salina”, da un documento conservato nell’Archivio Diocesano di Milano, scopriamo piuttosto, che lo stesso è molto più antico. Era presente già nel lontano 1523 quando Erasmus de Marliano, investe (affitta) a Lorenzo da Sirtori detto Mozono, diverse proprietà in Velate, tra cui è citata una cascina con stalla. Ci concediamo una pausa per descrivere molto sommariamente i termini del contratto e le annotazione che emergono. Il canone, concordato per l’affitto dei beni, consiste essenzialmente in prodotti della terra e dell’allevamento di animali da cortile. Lo stesso è quantificato in otto moggi (modia, nel testo originale) di frumento per ogni cento pertiche possedute, in aggiunta una quantità di capponi e galline per ogni anno d’affitto ed ancora la divisione dei frutti da “brocha” tra i contraenti. Sono poi indicate delle precise scadenze temporali per onorare questi “pagamenti” e sono: San Martino, San Michele e la Pasqua. (Nota) Nell’atto abbiamo notizia di beni  in “enfiteusi”,(Nota)  di proprietà  della chiesa di Velate. Tra questi, anche se nel documento si parla di “ex bonis emphitheohius?” (forse emphyteusis), che lascerebbero intendere  una passata appartenenza alla chiesa, sono enumerati la casa, con esclusione della stalla e il terreno del “Mangiaferro”, che vedremo in seguito, essere oggetto delle rendite della chiesa di Velate. Questo contratto ci rimanda al professor Magni, nell’occasione in cui parla di una investitura livellaria, che  nello stesso anno, il cappellano Ambrogio Fiorentini fa ad Erasmo Marliano, riferendosi a quanto riportato da Eugenio Cazzani in “Storia di Vimercate”.  Non possiamo escludere che i due atti siano collegati fra loro. Il Marliani riceve i beni in enfiteusi dal prelato, titolare appunto della “cappellania” nella chiesa di Velate ed unitamente ad altri beni da lui posseduti, concorrono alla somma delle proprietà oggetto dell’investitura di Lorenzo da Sirtori.  Possiamo comunque concludere che quella parte dei beni provenienti dal capitale della cappellania, saranno ancora fonte di reddito, tramite l’istituto del livello, per la chiesa, negli anni a venire. Gli stessi, in seguito sollecitati dalle ripetute visite pastorali di San Carlo Borromeo, confluiranno nelle disponibilità della parrocchia e formeranno quel reddito, che servirà al sostentamento della  stessa, nel momento della sua “edificazione” nel 1607. Questo il tenore della relazione elaborata in una delle visite pastorali citate, a proposito dei beni, detenuti dall’Osio e dal Marliani: “In detta Chiesa ve ‘è una Cappella Clericata che amministra il Sig. Padre Gemiamo di Firenze, del reddito annuo di 50 libbre, sopra i beni posseduti tramite il Sig. Giampaolo Oslo e il Sig. Ludovico Mariani che in tutto sono pertiche, come si dice qui, oltre 100, delle quali sono da darsi da parte degli uomini, i quali beni, come si dice, non furono giustamente e correttamente affittati”.(Nota)  Torniamo all’atto dell’Archivio Diocesano, tra i luoghi citati compare appunto un terreno di circa 12 pertiche “ubi dicitur ad salino”, ancora circa 24 pertiche di “terre campi” chiamate “ad salinum de supra”, prossime al precedente e per finire “terre prati” dette “ad pratum del salino” di circa sei pertiche. Parliamo a questo punto dell’altro toponimo che avevamo citato in precedenza e che compare nella mappa allegata, si tratta di “terre campi” detti “ad mangiaferrum” per una estensione di 7 pertiche. Questa località, o meglio le sette pertiche, le troveremo ancora più avanti legate ad una ennesima vicenda tra le molte “non limpide” che coinvolgeranno la discendenza degli “Osio”. Chiusa la parentesi rimane la curiosità di saperne di più su tale presunta salina, fatto che ci determina ad ulteriori indagini. Torniamo al nostro invaso circolare, in cui ancora nella mappa del Nuovo Catasto dei terreni del 1897, in prossimità della cascina Tamburina questo specchio d’acqua è indicato. Alla sua destra scorgiamo l’invaso della Tamburina che dalla rilevazione cartografica precedente, non risultava presente. Continuiamo con questa “caccia al tesoro” per arrivare all’osteria denominata “del Sole” che al momento non sappiamo collocare. Tra i toponimi ritorna l’Osio con la campagna così denominata e poi si parla di quella della Rampina, una cascina che come vedremo, nella seconda metà dell’ottocento, non è più presente sulle mappe, ma che era ben evidenziata in quella Teresiana che proporremo più avanti. Ancora una volta, con questo possedimento, si materializza la presenza degli “Osio” a Velate.

UNA NUOVA IPOTESI SULLA COLLOCAZIONE DEL “POZZO DELLA MONACA”

Arriviamo a questo punto al toponimo che più ci interessa e che rivaluta alcune ipotesi della prima ora, circa la collocazione del “pozzo della Monaca”. Parliamo del ronco e del ronchetto del “Foppone” e più avanti del prato al “Foppone” che collochiamo a ridosso della odierna chiesa parrocchiale, più precisamente nell’avvallamento compreso tra la via che dirige verso la Brugorella e via Guido da Velate.

verso brugorella
L’avvallamento verso la Brugorella. Nelle prossimità era forse ubicato il ripetuto “pozzone”

Che lo stranoto “pozzone” del processo, possa avere a che fare con il “Foppone”? Non possiamo escluderlo. Vediamo di cosa si tratta: il professor Magni lega la zona e di conseguenza il nome, alle epidemie di peste, indicando il posto come luogo di sepoltura comune durante l’infuriare del morbo. Il luogo in dialetto è indicato come “Ul fuppon”, la storpiatura in pozzone ci potrebbe anche stare. Le mappe consultate, partendo da quella del nuovo catasto per passare a quella del Lombardo-Veneto anni cinquanta dell’ottocento, indicano sotto lo strapiombo dell’odierna chiesa verso Bernate, prima della Brugorella, l’esistenza dell’ennesima specchio d’acqua della zona. L’invaso che non è evidenziato nelle mappe del catasto Teresiano del 1721, dimostra la ripetuta presenza nella zona di cavità che potevano ricondursi a quelle descritte negli atti del processo. Le stesse descrizione che escono dalle testimonianza dello stesso, parlano di un luogo ben preciso, e non di una zona. Per completare l’informazione riportiamo le testimonianze dei due Albrizi, padre e figlio sulla dimensione della cavità. Il padre afferma: “A questo pozzo propriamente, et comunemente si dice il pozzone per esser profondo e largo come vostra signoria ha visto”, ed il figlio: “Questo pozzo per la sua larghezza et profondità si chiama il pozzone da tutti”.  Completiamo l’analisi della zona spostando ora l’attenzione sulla posizione della chiesa parrocchiale che secondo quanto proposto dal Magni aveva in passato un orientamento diverso dall’attuale. Nel testo citato, queste le parole del professore: “Effettivamente, dicono le cronache, la strada che scendeva dalla “contrada” di Velate, giunta all’imbocco dell’attuale Piazza Carabelli (Bar Giuan), anziché curvare a sinistra e proseguire verso la piazza per dirigersi verso Bernate o per curvare verso Est ad Usmate, continuava diritta verso l’attuale Corte dei Nobili o Corte Sacrista, giungendo e fermandosi sul sagrato della Chiesa di Santa Maria. ” (Nota) Abbiamo cercato le necessarie conferme, al momento possiamo dire che, sovrapponendo quello che offre la ripetuta mappa del Teresiano, quindi anno 1721, alla relazione della visita pastorale dell’arcivescovo Pozzobonelli del 1756, si evidenzia una posizione defilata dell’entrata all’edificio sacro, senza comunque presentare un orientamento opposto come indicato dal Magni.

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La riproduzione della chiesa di Velate dal Catasto Teresiano. In evidenza, la posizione del campanile e di conseguenza la zona dove si suppone fosse posta l’entrata, della chiesa

Il passo saliente della visita pastorale lo si ricava dalla descrizione del campanile, o meglio della sua posizione: “..ipsy Ecclesia parientiy adnexa, quadratam in formam, erigitur ad dexteram ingredientis Ecclesia”.(Nota) Addossata alla chiesa e alla destra dell’ingresso. Quindi mappa alla mano e contando sulla fedeltà del disegno riprodotto, ci troviamo a collocare (vedi il particolare della mappa) la porta d’ingresso su uno spigolo che si orienta tra il paese e la piazza odierna. Come vediamo i dubbi non sono fugati. Contributo dell’ultima ora, nell’archivio diocesano troviamo una lettera, catalogata nei quinterni 26-31 del volume VI degli “Scripta Vetera della Pieve di Vimercate”  intitolati: “1619-1631 – Carteggio vario composto da lettere scritte dal prevosto, dai canonici e dai parroci in prevalenza al visitatore regionario e al vicario generale.” Tra questa corrispondenza dei curati, che inviavano le loro missive alla Curia, una ci permette di aggiungere preziose informazioni alla nostra ricerca, è la lettera vergata dal curato di Velate, dal periodo e dalla firma  sul documento, di non facile interpretazione, sembrerebbe Giovanni Angelo Petrini che, anche a nome del popolo della località,  scrive per informare che da poco si è costruito il corpo della chiesa seguendo l’andamento del coro vecchio, che è posto ad occidente. Ora, aggiunge, anche il coro minaccia “ruina” e pur essendo consapevoli che l’orientamento ad occidente non è quello canonico per le “fabbriche ecclesiastiche”,  sottolinea di essere nell’impossibilità, per ragioni evidentemente legate alla conformazione del terreno e allo spazio disponibile, di costruire il coro in modo che sia disposto verso oriente.  Alla luce di questo chiede quindi l’autorizzazione a costruirlo anche se “mira” ad occidente. Proponiamo la riproduzione del documento che ci sembra sgomberi definitivamente il campo da possibili ipotesi sull’orientamento  della chiesa di Velate, che dunque fin da principio, nonostante i rifacimenti abbattimenti e riedificazioni ha da sempre conservato questa disposizione anomala, quindi con il coro rivolto verso occidente e in passato l’accesso posto sul lato a nord, verso il paese. Alla luce di quanto poi si riporta, a seguito della relazione, successiva alla visita del Cardinale Federico Visconti dell’anno 1686, conosciamo le dimensioni della chiesa: 30 cubiti di lunghezza e 11 di larghezza, che riportate in metri equivalgono a poco più di 16 metri per una larghezza di circa 6 metri.(Nota) 

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La richiesta per edificare nuovamente il coro, orientato ad occidente. Il documento risale all’arco temporale compreso tra il 1619 e il 1631 (ASDMi “Scripta Vetera” vol. VI q.26-31)

Puntigliosi nella nostra ricerca, procediamo nell’analizzare la topografia restituita dal catasto teresiano, quindi richiamandoci ad una mappa con dei riferimenti precisi ed ancora oggi identificabili. A questo punto possiamo, integrando lo stesso censimento con la parte così detta di “beni di seconda stazione”,(Nota) essere nell’opportunità d’attribuire ad ogni terreno ed abitazione un preciso proprietario e cosi facciamo. Cercheremo poi, riferendoci al documento, citato dalla Forni e conservato all’Archivio di Stato di Milano,(Nota), di risalire sino alla fine del cinquecento e di “svelare” o magari in qualche caso solo ipotizzare, quella che era la topografia della Velate del 1607.

REGISTRO
La prima pagina del regesto della documentazione degli atti della casata, relativi ai possedimenti in Velate e altrove

Filo conduttore saranno due episodi, tra loro uniti dalle differenti personalità che calcano entrambe le situazioni. Ci riferiamo in primis, alla costituzione della parrocchia di Velate che finalmente sostenuta dalla necessaria dote economica, può emanciparsi. Da questo episodio, sortirà la possibilità d’ipotizzare soluzioni ad alcuni quesiti lasciati aperti dal Magni nella sua storia di Velate.  Il secondo episodio è relativo al pozzo della monaca che a questo punto reclama una collocazione definitiva, che ora è forse più vicina, ma non può essere ancora certificata.

CONFINE VELASCA

Da qui partiamo e ritorniamo alla nostra mappa dove evidenziamo un primo particolare. Apprezziamo volgendo lo sguardo sulla strada che scende da Velate e dirige sulla Brugorella, (vedi la mappa qui sopra) un confine tratteggiato, che non segna la fine del territorio, come invece indica il tratteggio più importante, oltre il quale sono segnati distintamente altri territori comunali. La mappa è catalogata come “comune censuari Velate e Brugorella”, presumiamo che il tratteggio proposto separi le due località. Ribadisco siamo nel 1721, forse nel 1607 tale tratteggio segnava il confine della “terra di Velate”. Andiamo all’atto fondativo della parrocchia ed ecco una indicazione preziosa: ” praesentibus Joanne Briosco filio Francisci, Jacobo Briosco filio Josephi ambo habitantibus in Cassina Brugorella Communis Vallascha dictae plebs…”, di cosa si tratta, prima traduciamo: “essendo presenti Giovanni Briosco di Francesco, Giacomo Briosco di Giuseppe, entrambi abitanti in Cascina Brugorella del Comune di Velasca di detta pieve”, (Nota) risulta evidente che la Brugorella apparteneva al comune di Velasca, quindi quel confine tanto cercato poteva essere questo. Ancora nel citato censimento dei beni di seconda stazione, una volta censiti i beni immobili della parte centrale del paese, l’agrimensore scrive: “Seguono li fondi di seconda stazione in campagna fuori da essa “Terra”, dunque la “Terra” aveva una pertinenza precisa e limitata. Abbiamo scandagliato, come detto, la documentazione a disposizione e ci siamo convinti che il centro vitale di Velate, se così si può chiamare, ancora nel settecento fosse verso l’attuale palazzo Belgiojoso e spingesse le sue propaggini sino alla zona della chiesa. Con queste note abbiamo aperto un nuovo scenario, ora abbiamo un confine non lontano dall’altura in cui nel 1607 sorgeva una cappella, che poteva essere quella citata nel processo. Un’ulteriore possibilità, ma al momento tale rimane.

IL CATASTO TERESIANO E I BENI DI SECONDA STAZIONE

Passiamo ora alla mappa del 1721, con le integrazioni relative agli accennati beni di seconda stazione.(Nota) Ancora una volta l’invito ad ingrandire la mappa.

centro seconda stazione
Qualche commento: L’agrimensore incaricato nell’anno 1756, Antonio Arosio, inizia il censimento con queste parole: “ Si principia alla chiesa Parrocchiale di detto luogo e si prosiegue verso tramontana” (nord). Inizia con la lettera “A” ed indica: “Chiesa Parrocchiale di detto luogo col titolo della Beata Vergine Assunta” quindi: “Piazza avanti detta chiesa”. Indica ora un nuovo riferimento, si tratta del numero di mappale con cui descrive la prima abitazione incontrata, il numero è il “259” il cui proprietario viene così indicato: “Scuola del Santissimo nella Parrocchiale sudetta, Casa d’abitazione del cappellano”. Ci fermiamo un attimo e forniamo alcune importanti note sull’edificio. La ricostruzione da quanto contenuto nel regesto dei Serponti già citato, porta a questa vicenda: nel 1745, per la precisione il 29 Agosto,  il Marchese e il Conte Serponti effettuano un cambio di proprietà con la “Scuola del Santissimo”. Dunque cedono la costruzione al mappale 259, forse appartenuta all’Osio, in cambio di un’abitazione che indicano come “intero caseggiato nella corte comune con il fisico Cristoforo Rainone”, identificabile nel nucleo di case indicato con il numero 266, riconducibile alla zona dove oggi sorge la “Curt Granda”.

PAGINA REGISTRO
La pagina del regesto Serponti, in cui si descrive lo scambio di proprietà con la “Scuola del Santissimo” di Velate

La Scuola, a sua spese, sistemerà l’abitazione ricevuta per alloggiare il cappellano,  che aveva una rendita legata alla vicina chiesa. In effetti i beni passati ai Serponti sono di stima superiore in confronto a quelli ceduti, e dunque l’anno successivo, a Giugno, saldano con la Scuola la differenza relativa allo scambio avvenuto. Ritorniamo al censimento; di ogni proprietà sono indicate le pertinenze confinanti, che tralasciamo, per non tediare con un elenco sterile di nomi, che non potrebbero aggiungere interesse alla descrizione. Proseguendo la lettura del censimento, incontriamo con il numero di mappale 260, la proprietà dei fratelli Serponti indicati come Marchese Gio(vanni) Giorgio e il Conte Abbate Anselmo che, nota interessante, sono livellari (pagano un affitto) per questa abitazione, di proprietà parrocchiale, non è da escludere e forse risulta essere l’ipotesi più accreditata, che tale abitazione fosse appartenuta all’Osio, in considerazione della documentata esistenza sull’abitazione degli Osio, di un antico “livello” appannaggio della chiesa di Santa Maria di Velate ed ancora presente a metà del settecento. Una nuova breve pausa è necessaria. Abbiamo parlato di due abitazioni, quella al mappale 259 e quella 260, ipotizzando essere state nella disponibilità dell’Osio, in attesa di scovare gli atti notarili pertinenti, possiamo pensare che l’abitazione al 260 fosse la proprietà che il padre dei due fratelli acquisisce, ereditandola da una Marliani, e gravata del livello a favore della chiesa di Velate, di contro la 259, essere parte dell’edificio realizzato abusivamente dalla stesso Osio e di cui il Magni, ci informa essere conservata la trascrizione degli atti del processo, presso l’Archivio Parrocchiale di Velate, ma ritorneremo anche su questo argomento a suo tempo.  Continuiamo con una nuova abitazione sempre di proprietà parrocchiale la numero 261 dove è alloggiato il parroco, potrebbe essere la casa ceduta da Lucio Albrizio, in occasione della nota erezione della parrocchia. Non è comunque da escludere, allo stato attuale delle nostre conoscenze, che la casa oggetto della donazione, possa ricondurci a quella parte di stabile che era stata scambiata nel 1745 tra i Serponti e la Scuola, situata al mappale 266.

SECONDA STAZIONE
La pagina iniziale del censimento dei “beni di seconda stazione” di Velate -Catasto Teresiano-

Seguono altre abitazioni, i cui proprietari sono indicati nella  mappa proposta, sino a giungere al fabbricato indicato con il numero 265 dove il proprietario Lucio Albrizio, naturalmente solo discendente, del citato in precedenza, fa di questa dimora la sua abitazione. Identifichiamo in questo alloggio e più avanti aggiungeremo ulteriori indizi, il luogo dove nel Novembre del 1607, fu ospitata la monaca, dopo il suo salvataggio prima di essere tradotta a Monza. Rimandiamo invece, al testo “Giuseppe Pollack architetto di casa Belgiojoso” per i particolari che identificano questa costruzione come nucleo originale su cui si svilupperà in seguito il Palazzo Belgiojoso. Arriviamo al mappale 266 dove sono indicati sommariamente una serie di costruzioni, riusciamo unendo le pertinenze di orti e giardini ad indicare sulla mappa i diversi proprietari. I fratelli Serponti abitano la casa che si affaccia sul giardino indicato in mappa con il numero 157. Individuiamo l’abitazione principale di Cesare Rainone altro importante possidente dell’epoca, che si affaccia sull’orto indicato con il 158. Altra parte dell’edificio, che vediamo svolgersi verso la piazza sembra dello stesso proprietario ed è indicata come casa in “conto lavorerio”.
Terminiamo  l’excursus sul centro di Velate, con altre abitazioni, sempre indicate come “casa in conto lavorerio”, abitazioni che esplicavano la loro funzione sussidiaria nell’ospitare le persone preposte alla tenuta di terreni agricoli adiacenti. Tra queste identifichiamo, come proprietà Serponti le abitazioni prossime agli orti indicati ai mappali 160 e 161. Per completezza d’informazione riportiamo nella mappa successiva le altre abitazioni sparse nel territorio e i loro proprietari.

TOTALE PIU BRINA
Velate, dal catasto Teresiano, con indicati, i beni di “seconda stazione” fuori della Terra. La possibilità d’ingrandire la mappa per una più agevole lettura

Incontriamo differenti località ancora presenti oggi, anche se nella quasi totalità dei casi, profondamente modificate ed alcune non più esistenti.  Spendiamo una parola per quest’ultime, si tratta della “Cassina detta della Rampina , casa da massaro in conto lavorerio per il fisco, in nome ai soliti fratelli Serponti ed ultima la “Cassina detta la Brina” stesso accatastamento della precedente, proprietario Silva Don Paolo. Alcune di queste proprietà,  nell’arco di tempo intercorso tra il 1721, in cui avvenne il primo censimento e l’anno della rettifica, relativa ai beni di seconda stazione 1756,  erano passate di mano,  tra  questa l’appena citata “Brina”, che nel 1721 è di proprietà del Conte Brivio, od ancora la Valmora ed il Dosso, che nel primo censimento erano proprietà degli eredi di Ambrogio Casati.

LO STATO D’ANIME DI VELATE NEL 1605
Definita questa istantanea di Velate, ora fissiamo la nostra attenzione sullo stato d’anime di Velate relativo al 1605, siamo ormai a ridosso del fatidico 1607.  Dal documento, custodito presso l’Archivio Diocesano di Milano, emergono alcune interessanti considerazioni.(Nota) E’ il 20 Giugno del 1605 quando il curato di Usmate, Francesco Marchesi, a cui è stato affidato anche il territorio di Velate, da corso al suo censimento.

prima pagina stato d'anime 1605
La prima pagina dello “stato d’anime” di Velate anno 1605. A fianco la trascrizione del testo

Proponiamo lo stato d’anime completo con tutto il censito al link. Possiamo presumere che la successione dei luoghi visitati sia tale da poter individuare il percorso del curato, non sappiamo se fatto in un solo giorno. La riproduzione della mappa  del territorio, appena proposta sopra, ci serve da guida. Il sacerdote, si porta alla cascina Valmora, punto estremo della sua giurisdizione e da lì inizia la conta. Capofamiglia Domenico Brambilla, sotto il cui tetto vivono altre dodici persone, legate a vario titolo di parentela al Domenico,  con loro anche un “fameglio” (persona adottata che svolgeva poi servigi per la famiglia che lo ospitava). Il vicino Dosso è la tappa successiva, il curato si dirige quindi, verso est al Mongorio che chiama “Mongodio” scende alla Tamburina, è la volta della Rampina, ancora uno sforzo e raggiunge la Cassinetta, la vicina Vega è visitata di seguito. Nel censimento è ora la volta della Brugorella, quindi all’estremo confine con Velasca, arriva alla Brina.

BETTOLINO 1
Ingresso alla corte rustica del Bettolino

Il Bettolino non è molto lontano, forse il sacerdote ne approfitta e si ferma per il pranzo, non dopo aver registrato gli abitanti del posto, (l’osteria del Bettolino nota per la  storicità del luogo con funzioni di “ospizio” e ristoro, sarà argomento trattato in un prossimo post). A questo punto, il curato, fa ritorno verso il centro di Velate ed in successione indica la casa del sig. Teodoro Osio, poi varie proprietà dei Marliani, incontra quindi le abitazione del sig. Antono (riteniamo che questo nome, negli anni presi in considerazione, si presenti sotto grafie differenti, nelle versioni Antona, o più antiche de Antonis che incontreremo nel seguito di queste note). Richiamandoci a quanto documentato nel catasto teresiano relativo ai proprietari alloggianti in Velate, dove la casa dell’Osio risulta quella più prossima alla chiesa, il cammino si completa verso la zona dell’attuale palazzo Belgiojoso, dove il sacerdote, incontra e censisce le abitazioni degli Albrizi.
Ritenendo improbabili mutamenti radicali nella composizione della popolazione di Velate tra il 1605 anno del nostro censimento e il famigerato 1607,  possiamo evidenziare che, l’Alberico Alberici abita a Velate con la moglie Margherita ed un figlio Gio. Batta che ha 15 anni, non abbiamo traccia del Pietro Paolo che testimonia durante il ritrovamento della monaca, anche se qualche anno prima nel 1597, nel relativo stato d’anime, completava la famiglia dell’Alberico con altri due figli, una sorella Francesca ed un fratello più piccolo Iacopo, che cresciuto, ritornerà a segnare la vicenda della casata. Degli altri Alberici nessuna traccia, questo ci fa supporre che Lucio Alberici, senatore, a cui fanno capo alcune proprietà come il Mongorio, la Vega e la Brina, oltre ad una casa nel centro di Velate che verrà donata all’atto fondativo della parrocchia, non risiede a Velate, stessa cosa per il figlio di questo,  quel G. C. Signor Giovanni Battista Albrizio, che presiede a sua volta alla riunione.  Siamo in grado di fornire alcune note sull’importante personaggio Senatore Lucio Albrici. Fu senatore togato, in carica appunto nel Senato Milanese dal 1593 sino al 1609, anno della sua morte, quando subentra in sua vece, Gerolamo Parravicino, personaggio presumiamo di quella dinastia a cui gli Alberico, vendettero parte delle loro proprietà in Velate, a partire dal Mongorio e dal Mongorietto.

portico
Gli uomini di Velate, sotto il portico dell’abitazione del nobile Lucio Albrizio, partecipano alla fondazione della parrocchia.

Incontriamo, ancora nello “stato delle anime” datato 1605, i partecipanti alla stesura della richiesta di emancipazione della parrocchia, sono: Bartolomeo Brambilla della Cassinetta, Paolo della Guardia, che abita nel centro di Velate in una delle abitazioni di proprietà Antono, Giovanni Antonio figlio del precedente Brambilla, anch’esso residente alla Cassinetta, Giacomo Battista che vive alla Vega, Domenico Guarisco che abita al Dosso, Paolo Fumagalli che è pigionante di Nicolò Antono, nel centro di Velate, Protasio d’Acquate altro pigionante dell’Antono, Battista Brambati della Brina, Bernardo Guarisco della Rampina, Giovanni Burago ancora del Mongorio, Ludovico dal Corno che abita in una delle case del senatore Albrizio nel centro di Velate. In relazione ai testimoni del processo, aggiungiamo ai citati Della Guardia e Alberico de Alberici, il figlio di quest’ultimo Pietro Paolo ed Ambrogio da Crippa che abita al Mongorio. Nell’atto fondativo tra le personalità di Velate c’è Francesco del Caio console di detto luogo e del circondario, che non troviamo nello stato d’anime del 1605, è invece presente e risiede alla Rampina, come pigionante nel censimento delle anime del 1597.

Abbiamo nel corso di queste note trovato risposta a diversi quesiti che durante le nostre ricerche si erano affacciati. Stendiamo un primo parziale resoconto, su quanto accertato ed anche sui punti ancora in sospeso che potranno trovare risposte ulteriori e che contribuiranno ad aprire altri innumerevoli fronti, che sveleremo e svilupperemo nei prossimi post.

Partiamo dell’individuazione dell’abitazione di Alberico Alberici, dove si ospitò suor Benedetta. Collocata a quel mappale 265 che trova conferma grazie ad altri indizi che sortiscono dall’atto di cessione, dei fratelli Gio. Batta e Paolo Albrizi, figli di quel Giacomo di cui discorreremo più avanti, a favore di Giorgio Serponti.  Lo stabile,  è così descritto: “questo edificio è composto a piano terreno da una sala, una saletta e una cucina con un portico antistante “cum duobus columnis marmoreis “. Abbiamo anche pensato che la presenza del portico potesse ricondurci all’altro noto “ sotto il portico della dimora del Nobile Ill.mo Signor Senatore Lucio Albrizio, sita nel citato luogo di Velate”, andando all’atto fondativo della parrocchia. Ci siamo poi convinti di dover considerare due linee di discendenza degli Alberici. Per il momento ci accontentiamo di rimandarvi allo stato d’anime in cui si distinguono le abitazioni indicate di proprietà del sig. Alberico Alberici da quelle del Senator Alberici (Lucio). I due sono forse fratelli, anche se non lo possiamo affermare con sicurezza. Alberico discende di certo da quel Giureconsulto Giovanni Battista Alberici, nome che ritorna, in un figlio di Alberico e in altri nuovi nati della casata. Questa omonimia, come vedremo, sarà causa di dubbi, non sempre risolti, sui rapporti e passaggi di proprietà dei beni della famiglia. La discendenza, precursore dei grandi proprietari di Velate, che senz’altro nel cinquecento e quindi via via diminuendo la sua influenza, sino alla fine del seicento, ha preceduto l’epopea dei Serponti prima e dei Belgiojoso poi, ci stimolerà verso la soluzione di altri “sospesi”. Abbiamo parlato dell’abitazione donata e di quella sotto il cui portico si “edificò” la nascente parrocchia. Seguendo questo filone toccheremo quindi una nuova pagina della Velate del seicento, quella relativa alla Possessione della Tamburina,  che ci riserverà non poche sorprese.

Altro spunto verrà dalla discendenza degli Osio, che a sua volta andrà scomparendo dopo la seconda metà del seicento, ma ci permetterà attraverso le sue vicende di gettare nuova luce sulla scomparsa cascina Rampina.  Per ora abbiamo ipotizzare, essere state nelle disponibilità degli Osio, l’abitazione a ridosso della chiesa, e quella un poco più distante al mappale 260. Avremo tempo di disquisire ancora sulla costruzione abusiva, che sarà tema di una controversia legale tra gli Osio, la comunità e la chiesa, tanto da trascinarsi sino alla morte di Teodoro Osio.

Appuntamento dunque  con queste nuove pagine della storia di Velate. Auspicando possano essere fonte di nuove scoperte e d’interesse per chi ci continua a seguire, con passione.

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