LA CASCINA DEL BRUNO AD ARCORE ED IL SUO ORATORIO

L’iniziativa, che vede protagonisti il “Circolo degli amici del Bruno” e  il “Comitato di frazione”, impegnati nella raccolta di fondi, per il restauro della facciata dell’Oratorio della frazione, mi ha spinto a curiosare sul passato della cascina e della sua chiesa.
Il lavoro di ricerca, sortito dall’esame di più fonti, che a vario titolo si sono interessate, in tempi successivi al luogo, vuole dare voce ad una piccola storia locale, che desidera essere vitale. Con l’auspicio che queste note servano da stimolo all’obiettivo prefissato, non dalla sola comunità del Bruno, ma raggiungano, oltre alle istituzioni coinvolte, chi ha a cuore i segni di un passato la cui conservazione è valore irrinunciabile per una società che voglia pensare, il patrimonio di emergenze storiche e culturali e le sue espressioni, baluardo al progressivo declino, non solo culturale, da cui cerchiamo di prendere le distanze per una scelta di credibile civiltà.
cascina del Bruno anno 1974 enrico sala
Disegno dell’Oratorio e delle costruzioni limitrofe, realizzato da Enrico Sala nel 1974
(Dall’archivio Parrocchiale di Arcore)
Differenti contributi tutti ugualmente essenziali, sono stati di prezioso aiuto. L’architetto  Bonfanti, la cui tesi di Laurea è titolata al citato oratorio, tra i promotori dell’iniziativa di recupero e responsabile tecnico dello stesso, ha fornito preziose indicazioni per la ricerca. Un grazie al Sig. Ferrario che  ha messo a disposizione un documento originale, anche se non inedito, relativo alle migliorie proposte e realizzate dal “capomastro Arienti” per conto dei nobili D’Adda tenutari, tra l’altro della Cascina del Bruno, negli anni d’inizio novecento. La possibilità, accordata dal parroco di Arcore, per la consultazione della parte d’archivio pertinente, ha arricchito la ricerca. Il professor  Magni ha fornito una consulenza irrinunciabile per la corretta lettura e interpretazione dei documenti in latino, reperiti presso l’archivio diocesano di Milano.

LE ORIGINI, TRA STORIA E LEGGENDA

Come tutte le vicende che si rispettano anche la Cascina del Bruno affonda le sue radici, molto indietro nel tempo, fin dove la storia si fonde alla leggenda. Il secolo è il XIII, il luogo in cui ha inizio, è Oreno.

san francesco oreno
Chiesa del convento di San Francesco a Oreno
(foto scoprilabrianzatuttoattaccato)

Al Dosso del Brera, dove oggi sorge il convento francescano, un tempo poco lontano c’era un castello proprietà dei  “Valvassori di Oreno”, per ammantare di altro arcano la storia aggiungiamo le eresie che imperversavano in quegli anni, citiamo i Catari, ed ecco che il preposto di Vimercate tale Teobaldo, con legami di parentela ai Valvassori di Oreno, unitamente, al per ora fantomatico cavaliere del Bruno, invita i frati di San Francesco, dotandoli di un ricovero, affinché si adoperino per sradicare l’eresia, che minacciava la comunità. Probabilmente, anche il nobile cavaliere, che si favoleggia appartenesse ad un ordine cavalleresco,  interviene per debellare, pensiamo non certo con le buone l’eresia e gli eretici. Poi la ruota della storia, come spesso accade, cambia il senso della sua corsa ed ecco che il nostro cavaliere diventa a sua volta vittima, il suo castello atterrato e la fuga, dal Dosso del Brera, necessaria. Lui e la sua famiglia partono, al vero non vanno tanto lontano, decidono che un buon rifugio sia sulla strada che dirige verso Monza, prima di raggiungere La Santa, qui si fermano.

mappa del 1600 degli Scotti
Mappa schematica relativa alla Cascina del Bruno e i suoi dintorni, primo quarto del 1600.
Di proprietà della famiglia Gallarati-Scotti fu donata al ” Circolo Amici del Bruno” nel dicembre 2003

Ecco che il luogo di rifugio, grazie al noto ospite, fa proprio il nome dell’esule, la cascina del Bruno entra nella storia. La vicenda storica che ci riporta alla distruzione del castello è riconducibile alle contese che opposero, nel territorio di Milano, nel primo trentennio del ‘200, i nobili al popolo. Tra i castelli atterrati, figura anche quello di Oreno. Pensiamo di attribuire la distruzione a quel Marcellino Ardigotto, nominato podestà di Milano dai “populares”, che si era reso protagonista,  assieme all’arcivescovo di Milano Enrico da Settala, di reciproche scomuniche e bandi. A strascico di tali contrasti,  l’alto presule, in compagnia della nobiltà milanese aveva cercato riparo a Cantù, protetto dalle nobili famiglie della Brianza settentrionale. L’Ardigotto a capo del popolo, pensò bene di dirigere verso Vaprio d’Adda, dove l’arcivescovo aveva possedimenti e distruggerne il castello. In seguito la masnada si diresse verso Cantù e sulla strada fece piazza pulita di tutti i castelli di quei nobili che avevano parteggiato per l’arcivescovo. Nella conta figurano, Pirovano, Barzanò, Mergano e Verano, nonché Carugo e Giussano. Con stupore verifichiamo che nell’elenco non figura Oreno, ma ecco tra le righe di un suo scritto, che tratta il conflitto, il Dozio lancia un dubbio: “Quanto è facile dai copisti scambiare Voreno (Oreno) per Verano”. Ci accontentiamo, a questo punto, che tutta la vicenda dell’origine della cascina del Bruno, sia legata a questo esile filo, ma tant’è. Per la cronaca il conflitto si concluse con un nulla di fatto nel 1225,  per l’intervento dell’imperatore Federico II che condusse a miti consigli i belligeranti. Si racconta che dopo la caduta di Carugo, il  condottiero dei “populares” ebbe una titubanza nel proseguire verso Cantù, il cattivo presagio di una cometa apparsa nella notte dell’Assunta, che aveva oscurato la luna nella fase di plenilunio, lo fece desistere.

centuriazione romana resti
I resti della centuriazione Romana nei pressi della Cascina del Bruno.
L’andamento della stessa nord/nord est- sud/sud ovest è quello denominato “griglia C”

I fatti narrati, infarciti di molta leggenda, non fissano l’inizio dell’antropizzazione della zona. Una persistenza, ancora oggi evidente, di segni della centuriazione romana, attorno alla frazione del Bruno, ci convince che il  luogo, oggi al limitare del “Parco della Cavallera” e il suo sfruttamento agricolo, siano di data decisamente anteriore.

La località, la cui peculiarità era la prossimità alle campagne, coltivate, ma che di fatto la poneva in posizione defilata, dai centri urbani più prossimi, ha spesso determinato una “fluttuazione di appartenenza”, tra le differenti entità comunali che qui trovano i loro confini. Ancora in anni abbastanza recenti, 1982-83,  una petizione e un successivo referendum consuntivo hanno sancito il distacco da Vimercate, a cui la cascina e le vie limitrofe, appartenevano geograficamente, per passare  in via definitiva ad Arcore da cui dipendevano per i servizi essenziali. Più indietro, nell’anno 1699, troviamo una curiosa notizia su questa posizione di confine. La vigente, all’epoca tassa sull’imbottato, che per inciso consisteva nel versare un’imposta, in denaro o anche in natura, in occasione di San Martino, data fatidica anche per altre scadenze. Tale tassa è stata in vigore, in Lombardia, a partire dal ‘300 sino al ‘700 inoltrato. L’appaltatore alla riscossione di questa gabella,  alla data fatidica, si presentava in ogni abitazione e verificare quanto vino fosse imbottato, e non solo, ma quali e quanti tipi di cereali e legumi fossero in giacenza presso i “contribuenti”,  da questo inventario si esigeva un tributo. Nell’anno che abbiamo citato, 1699, l’incasso di tale tassa, per Agrate,  Concorezzo e delle stessa cascina del Bruno, spettava al conte Gian Battista De Capitani. Questo è il resoconto che ci è arrivato, da parte dell’incaricato alla riscossione: “ Cassina del Bruno: non si è andato per essere conventionato con il S. conte Padrone per istromento rogato dal notaio Ambrogio Agrate et paga quatro para polastri l’anno”    Dunque gli abitanti della cascina se la cavavano con  otto pollastri, le riserve dei prodotti citati erano, senz’altro modeste. Gli abitanti della località, che nel corso degli anni andranno via via aumentando, erano essenzialmente legati alle terre che coltivavano. Dalle documentazioni consultate, possiamo ricostruire, senza una  precisa continuità cronologica, l’andamento demografico della cascina. Da uno stato d’anime, che rintracciamo presso l’archivio diocesano di Milano relativo all’anno 1574, scopriamo che alla cascina del Bruno vivono 30 persone e 22 sono in età da comunione.  Divisi in  due nuclei famigliari, due sole persone raggiungono i trent’anni d’età, tutte le altre sono più giovani, i capifamiglia sono identificati come massari. Una delle abitazioni è indicata di proprietà del signor Bossi, che ritorna quando nel giugno del 1581 in occasione di una vista pastorale, conosciamo che una porta  dell’oratorio da nel suo giardino. Nel 1737, lo stato d’anime, che reperiamo nell’archivio parrocchiale di Arcore,  non è di facile decifrazione, con il beneficio d’inventario contiamo, oltre 110 persone.  Nello stato d’anime del 1761, che si legge abbastanza bene, il parroco Francesco Civalli, nel suo resoconto colloca la Cascina del Bruno tra i rioni della “Bassa”, conta otto famiglie, per un totale di circa 90 persone.

UN TRIANGOLO CURIOSO:

BERNABO’ VISCONTI, SANTA MARIA ALLA SCALA, L’ORATORIO DEL BRUNO

Ritorniamo alla nostra cascina,  o meglio al suo oratorio, attorno al quale è sopravvissuta la memoria antica della frazione, che purtroppo è andata sgretolandosi nella parte che interessa gli edifici civili.

Un curioso triangolo apre nuove considerazioni sulla genesi dell’oratorio e la sua primitiva dedica a Santa Margherita. L’origine del Bruno, legato al noto cavaliere e la consacrazione della chiesa a Santa Margherita, sono da considerare strettamente legate fra loro.

La dedicazione a Santa Margherita riconduce all’alto medioevo, quando la figura di San Giorgio molto vicino ai militari longobardi e franchi, è spesso affiancata  da Santa Margherita, nella raffigurazione leggendaria della vergine liberata dal Santo dopo aver sconfitto il drago. La stessa dedica alla santa, ritorna regolarmente nel panorama che Goffredo da Bussero nel “Liber Notitiae Sanctorum Mediolani”, traccia nel suo famoso elenco citando nella diocesi di Milano  diciannove chiese e venti altari intitolati a “Margarita aput Antiochiam” . Per corroborare la nostra tesi abbiamo notizie che molte chiese dedicate a Margherita siano legate come abbiamo visto alla presenza militare di cui l’eroico cavaliere faceva parte.

Uniamo ora un secondo aspetto. All’epoca di Carlo VI quando la Lombardia, legata all’Austria, conosce una stagione d’ammodernamento  e grazie al catasto voluto dagli occupanti, possiamo aggiungere  conoscenze alla nostra esposizione. Dal censo emerge che un ente ecclesiale, forte di estensioni non comuni di terreno, in prossimità della cascina del Bruno, è la “Beata Vergini della Scala di Milano”.

Sant'Alessandro e Santa Maria alla Scala
A sinstra la cascina Sant’Alessandro, a Villasanta, prima della ristrutturazione, all’epoca del catasto Teresiano apparteneva ai Padri Gesuiti di Brera
A destra una riproduzione della chiesa di Santa Maria della Scala a Milano

La citata chiesa , che fu abbattuta nel 1776 per fare posto all’erigendo futuro teatro alla Scala, dall’antica chiesa il nome è passato al teatro, in antico ebbe e fu sempre confermato nel tempo, il titolo di “Sacellum Imperiale” dunque privilegio del sovrano. Questo onore è documentato a partire da Bernabò Visconti,  che nel 1373 elesse a capitolo la chiesa sotto il patronato ducale, per arrivare ai tempi di Filippo IV in epoca spagnola e dunque nella metà del 1600. Aggiungiamo ancora un elemento, conosciamo Bernabò Visconti, come frequentatore e proprietario di terre nella vicina Usmate, dove spesso si recava a caccia, è spontaneo domandarsi se la dedica della chiesa di Usmate a Santa Margherita, sia solo una coincidenza, o apra ipotesi non ancora esplorate.

santa margherita bernabo visconti 2
Il dipinto della parrocchiale di Usmate con Santa Margherita a destra, a sinistra il monumento equestre di Barnabò Visconti, oggi al Castello Sforzesco di Milano.

Nella ricerca di conferme scopriamo ancora un altro luogo in cui la presenza di Bernabò si associa a Santa Margherita, è a Pandino, nel cremonese dove il Visconti ha un castello e la chiesa è dedicata alla santa.  L’ipotesi che ne esce dirige dunque verso una disponibilità, che aveva il Barnabò, diretta o mediata dai discendenti del cavaliere del Bruno sulla cascina e i suoi possedimenti, è che ad un certo punto diventano beneficio della chiesa della Beata Vergine alla Scala. Certo un’ipotesi,  cui la serie forse fortuita di coincidenze esposte, pone  sotto una differente luce, tale da  attribuire credibilità al concetto proposto.

Completiamo ora il quadro fornito dal catasto teresiano, che ricordiamo redatto in un momento di transizione tra due epoche, quando le grandi proprietà, ancora in possesso degli enti ecclesiastici, passano di mano, anche grazie alle leggi che impongono l’alienazione dei beni religiosi, situazione da cui ne trae profitto la grande proprietà fondiaria. Ecco l’elenco dei possessori dei terreni, in quell’occasione.

catasto teresiano con colori
La riproduzione del territorio in occasione del censo del 1721.
Con i differenti colori sono indicate le appartenenze delle proprietà più estese

Registriamo terreni della “cura di Oreno” una piccola estensione, posta di fronte al complesso abitativo della cascina, Superfici più estese sono in possesso delle monache di San Giuseppe, le cui vicende storiche sono per noi al momento sconosciute, ancora i Padri Gesuiti di Brera, che detenevano buona parte del territorio attorno a Sant’Alessandro, dove ancora oggi, sulla strada per raggiungere Villasanta, troviamo un edificio religioso. Questo influente ordine religioso era insediati in quel palazzo, in Milano in cui ha sede, oggi l’importante museo e altre note istituzioni culturali.  I gesuiti grazie alla volontà espressa da Carlo Borromeo avevano rilevato il complesso milanese, che allora era un monastero, per farne nel corso di circa duecento anni, il palazzo che oggi apprezziamo.

Tra gli altri proprietari, piccoli appezzamenti sono appannaggio di  Gerolamo Carcano  e Maria Vittoria Osia, che documenti dell’archivio parrocchiale di Arcore, a cui rimandiamo per l’approfondimento, ci fanno supporre, essere imparentati con Claudia e Ottavio della stessa discendenza che nel 1717 erano proprietari dell’edificio religioso. Nella lista troviamo poi il Marchese Gabriele Recalcati. Proprietario di beni in Villasanta,  dove risiede, vanta terreni anche alla cascina del Bruno e li consegna in affitto, a Giuseppe Vismara. E’ altrimenti già esteso e lo sarà senz’altro negli anni a seguire, sia il possedimento del Conte Scotti e sopratutto quello dei Conti d’Adda, che troveremo sempre più presenti grazie alla citata alienazione di beni ecclesiali. Due entità che partendo, una da Arcore, l’altra da Vimercate, vengono a contatto sui terreni della Cascina del Bruno, determinandone e influenzando le vicende della stessa.

TRA L’ARCHIVIO DIOCESANO E QUELLO PARROCCHIALE

Possiamo supporre che dai  tempi del Cavaliere del Bruno esistesse un edificio religioso, segnalato in seguito il Dozio,  in una sua descrizione, relativa alle antiche chiese di Arcore di quel periodo, quando cita la chiesa campestre dedicata a Santa Margherita, che tra l’altro, sempre a detta del Dozio, nel 1570 è in stato d’abbandono, e pericolante.

oratorio frontale 2
L’oratorio della cascina del Bruno
(foto scoprilabrianzatuttoattaccato)

In epoca Borromaica, l’oratorio di santa Margherita è visitato due volte, la prima nel giugno del 1581, Carlo Borromeo è arcivescovo di Milano. La relazione ci fornisce differenti aspetti dell’oratorio li elenchiamo nell’ordine con cui sono riportati, sappiamo che la porta principale dell’oratorio era rivolta verso il giardino di quel Bossi che avevamo trovato nello stato delle anime del 1574. Sempre da questa visita conosciamo le dimensioni modeste, circa cinque metri di lunghezza e una larghezza di tre metri. L’altare addossato alla parete non sembra perfettamente in ordine, è posto sotto un tetto d’assi, ma si richiede di aggiungere una volta di copertura che lo contenga. Sulla parete è dipinta un’immagine di Cristo crocefisso. Una finestra è rivolta a nord. Il tetto è sorretto da travi. La messa è celebrata una volta alla settimana, a cura del parroco di Arcore.

La relazione si conclude dicendo che il proprietario Marco Antonio Bossi abbia ottenuto dal Papa il permesso per celebrare la messa nell’oratorio, ma non è in grado di produrre la documentazione.

Un quarto di secolo dopo, una nuova visita pastorale si compie, è l’anno 1606, è la volta di Federico Borromeo,  La nuova visita rimanda alla prescrizione, della precedente in cui si faceva obbligo di edificare una volta che potesse contenere l’altare, pena il divieto di celebrare la messa. L’ordinanza sempre essere stata messa in atto solo parzialmente, l’altare è ora posta sotto una copertura provvisoria, ma la cappella per contenerla non è stata fatta. Lo stesso altare è addossato alla parete occidentale, sollevato dal pavimento con una predella e protetto da un cancello in legno. Il relatore sottolinea le dimensioni estremamente ridotte dell’edificio. La messa è celebrata sempre una sola volta alla settimana a cura del parroco di Arcore e grazie alla volontà di un “domino Hieronymo Crippa”. Tra le suppellettili necessarie alla celebrazione, sembra che manchi la più importante, il calice, tanto che il parroco di Arcore lo porta appresso per dire messa. Il soffitto si presenta con una travatura a vista. Sopra il tetto, due colonne in mattoni sostengono una piccola campana. Il pavimento è in laterizio, una finestra guarda verso sud. Per la ricorrenza della festa, il giorno dedicato a Santa Margherita, la messa è cantata, sempre per grazia del Signor Hieronymo, di cui accennavamo, e di “Pompeius” che provvedono anche alla celebrazione delle altre messe della giornata.

Ritorniamo nell’archivio parrocchiale di Arcore, dove troviamo documentata  l’esistenza dell’Oratorio, nell’atto  notarile citato,  del 22 settembre 1717.

istrumento divisione proprietà Osio 1717
Istrumento divisione proprietà Francesco Osio alla Cascina del Bruno anno 1717
Il documento è conservato presso l’archivio Parrocchiale di Arcore

Si tratta di una divisone di proprietà, rimandiamo all’approfondimento, chi volesse, con pazienza e curiosità conoscere uno spaccato della Brianza d’inizio ‘700.  Nel documento l’oratorio è citato un paio di volte, quando si parla della divisione della casa e le sue pertinenze, ecco la descrizione dell’agrimensore Gerardo Besana da Gradi (Agrate), chiamato a stimare e assegnare le proprietà “Al simile si dice della porta grande verso strada, appresso all’oratorio che serve d’ingresso  a detto giardino, che dovrà essere anch’essa tutta ad uso solo di questa parte A, ma l’oratorio che si trova in un angolo di questa parte di giardino con sua campanella si lascia commune ad ambe le parti”

Arriviamo al 1762, in questa data per dare seguito alle volontà testamentarie del prete mercenario Giuseppe Pedotti, che legami avesse questo prete con la cascina del Bruno, non è dato saperlo,  tramite la mediazione del vescovo Giuseppe Gallarati, suo esecutore testamentario,  si fa dote, in perpetuo, alla chiesa di un lascito per la celebrazione della messa festiva e dell’insegnamento della dottrina. Gli abitanti del Bruno e delle cascine limitrofe potranno assistere alla messa festiva nel loro oratorio e non raggiungere la lontana chiesa parrocchiale.  Di tale legato sarà garante il conte Gio Batta Gallarati Scotti e i discendenti primogeniti della casata.  La figura del vescovo Gallarati che resse con tale titolo la città di Lodi, ci rimanda a quei possedimenti di Santa Maria alla Scala, che erano prossimi alla cascina. Il prelato fu prima canonico e poi arcidiacono, di tale istituzione religiosa, come possiamo vedere una serie di legami e rimandi che uniscono indissolubilmente i personaggi e le vicende attorno alle quali si aggregarono e consolidarono fortune fondiarie non indifferenti.  A distanza di anni appellandosi ad una legge dello stato datata 1880, i Gallarati Scotti chiedono di essere affrancati da tale impegno, e versano quanto dovuto all’ufficio del registro di Vimercate. Le mutate leggi hanno svilito e reso nulle l’esigibilità da parte della chiesa di questi antichi diritti. Lo stato unitario, che è andato affermandosi, ha dunque espropriato di tali beni la Chiesa e permette con forme di condono ante  litteram, a chi deve onorare i legati, come appunto gli Scotti, di liberarsene. Abbiamo notizia che la querelle si trascina ancora per anni, in effetti  la quota  continua ad essere pagata, tanto che ancora nel 1934 l’amministratore  dei Gallarati-Scotti, nel versare la somma relativa agli ultimi due anni, chiede, al parroco,  se l’onere non sia stato affrancato nel 1910.

TRA DECADENZA E SPLENDORE

Nel 1805 in un elenco stilato dal parroco di Arcore Giuseppe Vismara, è citato tra gli oratori quello del signor Caronno dedicato alla B.V. del Rosario. I tempi si fanno difficili la crisi agraria, che investe la Brianza e la Lombardia in genere, è manifesta, la possibile conseguente svalutazione in atto, determina da parte del parroco e dei “fabriceri” della Chiesa di Arcore attraverso un documento datato 1840, una richiesta, che può apparire curiosa, rivolta al Conte Costanzo Scotti, titolare del legato con l’oratorio, per la messa settimanale. Si chiede di aumentare l’elemosina per la Messa festiva, e passare dalle 5 alle 6 Lire, giustificando che i celebranti non si accontentano più di “una tenue mercede”.

chiesa portale bn 2
Ingresso dell’Oratorio con la dedicazione, la foto risale agli anni ’90 prima del restauro.
(foto dall’Archivio Parrocchiale di Arcore)

Sette anni dopo nel 1847, l’edificio è nuovamente segnalato a mal partito. Abbiamo letto con attenzione le carte dell’archivio parrocchiale, cerchiamo ora di ricostruire quanto avvenne in quell’occasione, tra  a questo punto dobbiamo dire la  presunta proprietaria, dell’oratorio signora Osculati, vedova Caronno e la parrocchia di Arcore. Una breve corrispondenza epistolare ci riconduce all’Agosto del 1847, la Osculati scrive al parroco e alla fabbriceria, indicando che per appianare le distanze tra le parti sul prezzo del locale ad uso oratorio, si vuole affidare ad un perito e a tale valutazione attenersi, fa poi riferimento ad una “offerta” e si dice disponibile a sborsare una cifra proporzionale a quanto faranno gli altri comproprietari, chiude dicendo che si accollerà, sempre per l’offerta citata, la parte del minore, che senza la perizia non avrebbe autorizzazione della Pretura, alla spesa. Dopo i convenevoli di commiato in un post scritto, informa che allega anche i disegni del nuovo oratorio.  Solerti parroco e fabbriceria il giorno dopo rispondono che l’oratorio è in una situazione di degrado conclamato, sottolineano che lo stesso è di “ragione comunale” e informano di benefattori che a loro spese ridaranno lustro al luogo di culto. Concludono rifiutando la possibilità che un nuovo oratorio sia eretto, vista la penuria dei mezzi di cui dispongono. Andando al regesto dell’archivio e ad un sommario dei documenti relativi all’oratorio, ci rendiamo conto che il nostro stesso imbarazzo, nel decifrare lo scambio epistolare, è stato anche quello degli estensori del passato.  La difficoltà di dare un senso alle lettere, in relazione alla donazione che nel 1887 Maddalena Osculati farà alla parrocchia, ha trovato infine, una sua plausibile spiegazione.  Maddalena Osculati cita nella sua lettera un locale ad uso oratorio, come in effetti testimoniano le dimensioni che troviamo indicate, a proposito dell’Oratorio nel 1571, cinque metri per tre metri, dunque dopo la completa riedificazione che viene sancita dalla documentazione prodotta durante la visita pastorale dell’arcivescovo Romilli nel 1856 quando fornisce, tra l’altro, le dimensioni del rinnovato oratorio, che passa ad una larghezza di circa 5 metri ed una lunghezza di 9 e fissa la data di termine dei lavori al 1850. Ecco dunque nel 1887 spuntare l’antico documento del 1717 di divisioni dei beni degli antenati “Osio” , che comprova la proprietà della Osculati, del famoso locale che nel frattempo si era trasformato in un  edificio religioso di dimensioni accettabili e senz’altro superiori alla proprietà che ancora la signora certificava come sua. L’intervento della fabbriceria parrocchiale aveva avuto successo «Con Elemosine di Benefattori e Contadini», come leggiamo in un disegno in pianta del rinnovato oratorio, lo stesso ritorna ad essere celebrato.

pianta chiesa
Questa riproduzione è stata rinvenuta nell’Archivio Parrocchiale di Arcore.
Si suppone possa essere prossima agli anni della ricostruzione avvenuta nel 1847.

A ottobre dello stesso anno una richiesta del parroco di Arcore don Brambilla, al Vicario Generale di Vimercate affinché il luogo possa essere benedetto, ci conferma che l’edificio religioso è nuovamente disponibile, questo il tono della richiesta del parroco  “Essendosi ricostrutto nel distretto Parrocchiale di Arcore un Oratorio dedicato alla B.V. del S.S. Rosario, il sotto parroco supplica V. S. Illustrissima a concedergli la facoltà  di benedirlo”.

E’ forse questo il momento in cui l’Oratorio assume la dedica alla Madonna del Rosario, in effetti è questa l’iscrizione che si legge sul frontone dell’edificio, accompagnato dall’anno di erezione, in caratteri romani.

Don Giussani che ha retto la parrocchia di Arcore, dal 1960 al 1991 si trova, non conosciamo le ragioni,  a sottolineare e vergare di suo pugno un foglio, in cui appunta alcune note, sulla dedica dell’Oratorio. Nello scritto, privo di date, leggiamo che a parere del parroco, la titolazione alla Vergine del Rosario,  nel 1847, fu arbitraria non suffragata da autorizzazioni o documenti, a tal proposito ricorda che la patrona della frazione è Santa Margherita e che viene da sempre festeggiata la prima domenica di Luglio. Annota in ogni caso la demarcazione di due edifici che hanno conservato la loro unica continuità attraverso il luogo su cui sono sorti, un piccolo oratorio dedicato a Santa Margherita prima e la nuova chiesa dedicata alla Beata Vergine del Rosario a fare data del 1847. Di fatto con questo scritto il parroco ribadisce il concetto che nel 1856 era stato riportato nel corso della visita pastorale del Vescovo Romilli, dove si ricordava che l’oratorio aveva la sua festa il cinque luglio. Le carte conservate presso l’Archivio Diocesano, ci confermano anche in occasione della visita pastorale del Cardinal Ferrari di fine ‘800, la dedica a Santa Margherita, ribadendo la coesistenza di una dedicazione ufficiale, indicata nei documenti della curia, con un’altra  ufficiosa a nome della Madonna del Rosario.  Ritornando alla visita del 1856,  tra le altre osservazioni dell’alto prelato, scopriamo che il tabernacolo posto sull’altare è “utilizzato” solo in occasione della “festa” il 5 Luglio, quando al suo interno viene custodita l’eucaristia, che servirà per la mensa dei fedeli, facendoci intendere l’eccezionalità dell’avvenimento, quando  per il resto dell’anno il tabernacolo resta privo del prezioso simbolo.

La riproduzione in pianta dell’oratorio, di cui abbiamo detto, mostra sul lato destro il particolare della piccola campana posta nel minuscolo alloggiamento,  ancora oggi  visibile, rimanda ad una convinzione, sui poteri taumaturgici della campana stessa, che non a torto, gli abitanti della cascina avevano. Era uso, in occasione dell’avvicinarsi di un temporale, inviare un incaricato affinché suonasse la campana, l’esito positivo era certo, subito le nuvole si diradavano. Una pratica che troviamo ripetuta e consueta per i contadini di tutta la Brianza, e che faceva parte di quelle usanze che diffusamente la chiesa aveva cercato di ricondurre ad una pratica che fosse dettata solo da sentimenti di fede e scevra da una superstizione che era invece radicata. I benefattori che contribuirono alla riedificazione dell’oratorio, posero la loro attenzione anche verso la campana, che doveva chiamare a raccolta i fedeli, ma che evidentemente avrebbe avuto anche altre funzioni, al di fuori dell’ambito religioso, tanto che, in occasione del centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia, celebrato nel 2011, il Circolo degli amici del Bruno, e l’Assessorato alla cultura, del comune di Arcore, hanno apposto una targa, sul muro esterno dell’oratorio, per ricordare l’evento del 1861 con i rintocchi di quella campana, che probabilmente aveva salutato centocinquanta anni prima il compimento dell’unità nazionale.

la campana
La campana realizzata nel 1849 dalla fonderia Giorgio Pruneri di Grosio
(foto scoprilabrianzatuttoattaccato)

La targa ricorda il “fonditore” della campana e l’anno della sua fusione. La scelta della fabbriceria era caduta su una fonderia di Grosio, in Valtellina. Il suo promotore, Giorgio Pruneri, dopo alcuni anni di attività in compagnia dei Soletti, famiglia storica di “fonditori”, nel 1822 inizia una sua attività, dieci anni dopo è in grado di operare con una sua fonderia in Grosio, da quel momento l’attività dei Pruneri continuerà sino al 1915. Dopo una interruzione, fino al 1946, l’attività proseguì sino al 1956. L’anno di fusione della campana è il 1849.  L’indicazione sulla stessa,  “opus Pruneri” ne firma la paternità. La scelta di rivolgersi al Pruneri, fu senz’altro dettata dalla volontà di avere una campana di qualità. La fonderia in questione è ricordata per l’innovazione portata dal suo fondatore, nel realizzare studiando opportuni profili, campane che con pesi più leggeri erano in grado di riprodurre suoni dai toni profondi, che normalmente diffondevano solo campane dalla struttura più possente e pesante. La fama della fonderia permise alla stessa di realizzare, dall’inizio dell’attività al 1861,  ben 1236 campane. Grazie al lavoro dello storico Gabriele Antonioli, che ci ha permesso di conoscere le notizie riportate, sulla fonderia Pruneri, scopriamo che molte campane prodotte dalla stessa, riportavano oltre all’indicazione della fonderia, una dedicazione. Non sappiamo se la campana del Bruno ne avesse una, o se il tempo ne ha cancellato le tracce.

donazione osculati
Atto donazione dell’oratorio del Bruno da parte della Signora Osculati
(documento dell’Archivio Parrocchiale di Arcore)

Giungiamo ad un’altra data da ricordare è il 1887, quando la signora Maddalena Osculati, che era vedova di quel signor Caronno citato ad inizio 1800 e che ancora deteneva la proprietà dell’oratorio, dona lo stesso alla parrocchia di Sant’Eustorgio

L’atto è redatto dal notaio Giovanni Zberg, alla presenza delle controparti, Maddalena Osculati e la Fabbriceria della Parrocchia di Arcore, curioso il luogo in cui si ritrovano, a Monza presso il caffé Gallizia, che sorgeva in prossimità dell’Arengario, all’inizio di via Vittorio Emanuele, è il tredici Ottobre del 1887, un giovedì. Nell’atto si citano le pertinenze donate, l’oratorio e la sacrestia costruita in un secondo tempo nell’orto della signora Osculati, il fabbricato è valutato per lire 300, probabilmente un valore più basso di quello commerciale,  visto che era stato sistemato a totale spesa della fabbriceria,  che ora doveva accollarsi le spese legali che sarebbero state proporzionali al valore dichiarato. Nel citare l’orto abbiamo trovato a distanza di qualche tempo, una nuova missiva della signora in cui ribadisce la sua piena volontà nella donazione avvenuta e ricorda che aveva acconsentito a murare la porta che dalla chiesa conduceva al suo orto, e che ne lei ne i suoi eredi avrebbero mai  avuto pretese su tale passaggio, con questo gesto auspicava che alla sua morte fosse recitato un Pater, Ave e Requiem per la sua anima. Per tornare alle cose prosaiche, nell’atto notarile si fa menzione che le spese saranno a carico della parte “donataria”, la Fabbriceria. Dobbiamo dire che il solerte notaio, avrà il suo daffare, per farsi saldare il conto, qualche anno dopo è ancora intento ad inviare missive alla Fabbriceria per riscuotere il dovuto.

LA STAGIONE DEI NOBILI D’ADDA

 E’ ora la volta dei nobili d’Adda, che ascendono agli onori della cronaca, proprietari dei terreni e dei fabbricati, attorno a cui per più di due secoli graviterà, nel bene e nel male la vita degli abitanti della cascina. Nel 1906 abbiamo notizia che una statua della Madonna del Rosario, datata settecento,  che si dice «intagliata in duro legno, da un fattore di Casa D’Adda», approda all’oratorio, provenendo da Sant’Eustorgio. Pensiamo che la dotazione di tale statua sia la conseguenza di quanto disposto dal cardinal Ferrari, che nella sua visita del 1899 aveva dato disposizione affinché il simulacro vestito della Madonna fosse sostituito con una statua in legno o in marmo. Una statua che diventa subito oggetto di forte venerazione sia da parte della gente della cascina che di quella di Arcore, tanto da attirare alla processione in suo onore, malati desiderosi di un intervento mistico. La statua originale non ebbe a quanto pare molte occasioni per essere portata in corteo, lo stato in cui versava, definito “troppo corroso”, nonostante il legno di qualità in cui era intagliata, spinse i fabbriceri di Arcore a spostare la statua nel cortile della Cascina Visconta, posta sulla strada che da Arcore raggiunge Oreno, e dotare la chiesa del Bruno di un nuovo simulacro in legno della Vergine del Rosario.

Prima di spingerci alle vicende della chiesa relative al resto del secolo scorso, ci soffermiamo sulla nobile famiglia dei d’Adda, che abbiamo ripetutamente introdotto. Per il solo comune di Arcore, una parte cospicua, che rappresentava un terzo e più dei terreni agrari, a fare data dalla metà del 1800, era nelle mani dei nobili d’Adda. Un altro dato che più ancora sottolinea il controllo della famiglia sul territorio, li colloca come i primi proprietari della pieve di Vimercate. Era evidente l’assoluto peso sociale ed economico, che ricoprivano.

Il pretesto, per ricordare la loro presenza alla cascina del Bruno, è una relazione che l’arcorese capomastro Arienti, che opera per gli stessi, presenta nell’anno 1911, alla commissione della Società agraria della Lombardia.

relazione arienti
Frontespizio della relazione del capomastro Arienti
(Documento per gentile concessione del signor Fulvio Ferrario)

La società ha indetto un concorso per  premiare chi si fosse messo in luce, nel realizzare opere che concorrano al benessere  dei lavoratori della terra. L’Arienti premiato in una analoga selezione di qualche anno prima, è ancora in prima linea con nuove e innovative iniziative che saranno di sicura utilità, per lo sviluppo sia sociale che economico di Arcore e della regione tutta. Nel proseguo dell’introduzione, sottolinea con calore che le abitazioni dei coloni nel “tenimento” di Arcore, proprietà dei d’Adda, “non erano già miserande catapecchie” , ma difettavano di aria e luce e alcune erano forse troppo umide e quindi non adatte ad una salubre vita del colono e soprattutto dei bachi da seta.

Quello dei bachi da seta sembra più volte essere centrale all’analisi del capomastro nel giustificare taluni interventi e migliorie, ecco quello che riporta a proposito di un sistema di ricambio d’aria, realizzato in una delle cascine ristrutturate, “Con questi economici espedienti si ottiene nei locali una continua aerazione, indispensabile pei bachi, e per di più spontanea; sottratta perciò ai capricci del colono, che non sempre sa distinguere  il caldo dall’afa tanto micidiale per i bachi”. In ogni caso bachi o non bachi anche le condizioni dei coloni ne traggono giovamento.

La stessa cascina del Bruno, descritto come “bel cascinale”, trova la sua criticità nelle stalle che si trovano ad essere “impossibili” da qui la decisione di abbatterle e costruirne di nuove. La curiosità a questo punto è di vedere se tali manufatti, più o meno rimaneggiati sono giunti a noi. Possiamo ipotizzare che la costruzione che oggi chiude a sud lo spazio dell’oratorio, profondamente rimaneggiata e trasformata in edilizia civile, fosse ad inizio 1900 lo stabile dedicato alle stalle, sul retro il numero delle finestre e l’aspetto del muro che in corrispondenza di tali aperture evidenzia la presenza originale delle porte è di conforto all’identificazione dei primitivi ricoveri per le bestie. In una foto del 1984 di Carlo Bestetti si evidenzia l’origine del fabbricato.

stalle casina del bruno 3
In alto, lo stabile che oggi possiamo vedere, nel riquadro la parte del progetto dell’Arienti. Sotto, la stessa costruzione, nel 1984, l’immagine ci riconduce all’aspetto originale delle stalle.

Possiamo  ancora apprezzare, nella relazione, attraverso una descrizione dettagliata e tecnica l’intervento pratico e scoprire al contempo altre informazioni curiose, come la paga in paese di un muratore e di un garzone dello stesso, il costo della sabbia, dei mattoni e così via. L’agente dei d’Adda conclude dicendo che l’investimento si dimostra importante, ogni stalla costerà 1500 lire e considerato che i coloni pagano un affitto di 25 lire l’anno,  la resa di capitale è modesta, ma le stalle sono un accessorio indispensabile al fondo, dunque è valsa la pena costruirle.  Un‘altra curiosità nasce dalla lettura del documento, è la descrizione dei cascinotti che in quell’occasione sono edificati nelle campagne arcoresi per  aggiungere spazio alla coltura dei bachi, sono 12 quelli costruiti,  possono garantire una produzione di bozzoli di circa 100 kilogrammi, sono affittati a 20 lire l’anno e sono uno spazio vitale per il colono che può dormire nella sua abitazione e non esserne sfrattato come accadeva sovente durante i mesi dell’allevamento, quando lo spazio vitale era tutto per i bachi e i contadini si accontentavano, se andava bene, del fienile.

cascinotto 2
Tra la cascina del Bruno e la Cavallera, un esempio di un cascinotto, come quelli descritti nella relazione del geometra Arienti.
(foto scoprilabrianzatuttoattaccato)

Abbiamo cercato nei dintorni dell’abitato, se qualcuno di questi cascinotti fosse sopravvissuto, ne abbiamo trovati alcuni, molti ormai cadenti ma con una struttura in mattoni ancora leggibile che può ricondurci a quegli anni.

pietà
Uno scorcio del portico della prima corte a destra in via Galvani con il dipinto della deposizione del Cristo.
(foto scoprilabrianzatuttoattaccato)

Ancora per quella stagione della vita dei coloni impegnati nei duri lavori della campagna, abbiamo voluto rintracciare qualche altro segno, del poco che resta di quegli anni. All’interno di una corte, un angolo in abbandono, ma allo stesso tempo testimone del passato, è impreziosito da una pittura murale che rappresenta la deposizione dalla croce di Gesù morto, nelle braccia di Maria. Una tipica pittura popolare, importante, non per la valenza artistica intrinseca, ma per il  valore rappresentativo e simbolico, di un’espressione intima di chi l’ha voluto e frequentato.

LA NUOVA STAGIONE DELL’ORATORIO

Ritorniamo alle vicende che hanno interessato l’oratorio nel ‘900 sino a giungere agli anni più recenti. Nell’archivio parrocchiale,  una fattura datata  1931, ci da notizia di alcuni interventi conservativi attuati, tra cui la tinteggiatura della chiesa e alcuni semplici ritocchi estetici. Tra questi la ritintura della cornice del plafone, sia della chiese che dell’altare, con il relativo rosone. Ancora una rifinitura, con del color bronzo alla cornice della Madonna, la tinteggiatura della porta e per finire la dipintura di un “falso altare”. Verso la metà del secolo sotto l’impulso della comunità si istituisce il comitato “Pro nuova chiesa del Bruno” che tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60 porta a termine l’impresa di dotarsi di una nuova e moderna chiesa. La vecchia e ultra secolare chiesetta è lasciata all’abbandono tanto che ad inizio del 1980 l’amministazione comunale di Arcore da notizia al parroco, affinché provveda alla demolizione dello stabile ritenuto pericolante.

catasto 1897
Le corti alla cascina del Bruno dal censo del 1897

L’intervento successivo della Soprintendenza ai beni artistici ed architettonici, evita lo scempio. Negli stessi anni importanti interventi sia da parte del comune di Arcore per le parti competenti, sia dei privati per le loro porzioni, operano sul complesso abitativo, composto dalle cinque corti che nel tempo si erano consolidate, come documentate nel catasto del 1897.

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Una serie di immagini riprese nel 1982 ci danno l’idea delle corti e il loro aspetto, che non era cambiato molto da quella data di fine ‘800. La necessità di bonificare situazioni ormai degradate, ha prodotto, come in altri casi simili, un’azione che non ha tenuto conto, se non limitatamente, di preservare le storicità, architettoniche e culturali che contenevano. Il degrado, dell’oratorio continua fino al 1993-94, quando un provvidenziale intervento, ad opera del comune di Arcore, nuovo proprietario dell’oratorio, dopo la donazione parrocchiale, salva la struttura fortemente compromessa. La necessità di costruire una nuova copertura per sostituire quella non più recuperabile, mette in luce il particolare costruttivo del tetto.  Il rivestimento era costituito da una falsa volta a botte appesa con dei tiranti alla copertura esterna. Tale caratteristica è ancora in parte apprezzabile all’interno dell’edificio, nella parte superiore tra le pareti e l’innalzamento posto a sorreggere la nuova travatura lignea, ed ancora attraverso la documentazione fotografica, che pensiamo prodotta in occasione del restauro e che proponiamo nella galleria d’immagini.

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La sequenza delle immagini mostra una situazione di deterioramento che negli anni dell’abbandono ha prodotto notevoli danni anche all’interno dell’oratorio. L’occasione del rifacimento del tetto è servita per attuare altri lavori di pulitura e recupero conservativo all’ambiente dell’oratorio.  La cura degli “Amici del Bruno” e del Comitato di frazione, ha in questi anni, continuato nei limiti delle disponibilità, a tenere in vita l’edificio con iniziative e manifestazioni lodevoli. Una nuova esigenza,  si è ora manifestata, le parti che necessitano d’intervento sono molte, la scelta di fissare un obiettivo prioritario è stata necessaria. L’attenzione si concentra dunque verso la facciata dell’edificio, il cui restauro diventa l’obiettivo primario.

l'oratorio allo specchio
L’oratorio allo “specchio”
(foto scoprilabrianzatuttoattaccato)

Il contributo minimo di questo “scorrere”, vuole dunque essere d’auspicio, affinché in tempi ragionevoli si possa finalmente mettere mano e restituire un aspetto dignitoso alla facciata del plurisecolare oratorio.

GALLERIA TITOLO

 GALLERIA L'ORATORIO  GALLERIA L'INTERNO  GALLERIA LE CORTI
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