SULLE ORME DELLO SCIAGURATO EGIDIO (CAPITOLO 4)

SUOR BENEDETTA E’ GETTATA NEL “POZZONE”

Suor Benedetta, probabilmente sempre più inquieta, segue suo malgrado L’Osio. La notte e il percorso “discreto”, scelto volutamente,  fanno da sfondo all’epilogo, che la vicenda va costruendo. Tre miglia ci dice la monaca, è la distanza dell’ultimo tratto di strada per arrivare a Velate. La stessa, aggiunge nella sua deposizione: “arrivassimo in una campagna dove è un boschetto, quale detto Osìo disse che era una nevera che haveva fatto far suo fratello, et entrati dentro viddi una cosa come un pozzo nella quale gettai un sasso. Et non sentendo che arrivasse al fondo dissi questa non è una nevera, et così mi ritirai et esso venendomi a presso mi diede un buttone nella schena per gettarmi dentro, ma gratia del Signore non cadei, et fuggendo lontano esso Gio. Paolo Osio mi corse dietro et disse che voleva gettarmi dentro et io li risposi che non dovesse far questo, et che termini erano questi, et esso soggiunse ti voglio dare delle stilettate et pigliandomi per un brazzo mi tirò a presso a detto pozzo, et mi gettò dentro et nella caduta diedi su li sassi con la parte sinistra et rimasi talmente offesa che mi trovo in mal stato.

gettò nel pozzo
..et esso venendomi a presso mi diede un buttone nella schena per gettarmi dentro..

Et doppo che fui a basso sentei che fu gettato giù un sasso col quale restai colta nel genocchio destro che vi è rottura, et al cadere di quel sasso, et romore che fece m’accorsi che era grosso se ben non lo viddi, et stetti nel detto pozzo quale è molto profondo e non vi è acqua ma pietre et ossa, et ho sentito dire che è alto trentatre brazza”. Immediatamente, nella deposizione oltre ai toni drammatici descritti e vissuti dalla monaca, sottolineiamo alcuni particolari che ci sembrano d’importanza fondamentale nel definire la collocazione del pozzo, obiettivo a cui è rivolta quest’ultima parte della ricerca. La suora parla di campagna e boschetto, evidenziando un luogo privo di abitazioni, un altro passo della confessione è ugualmente esplicativo per descrivere il luogo, evidenzia come l’Osio, improvvisamente cerca d’indirizzarla a forza, con un “buttone”, una violenta spinta nel pozzo, dunque rilevando l’esistenza di una cavità senza protezioni, forse una “buca” a raso o al massimo contornata da un bordo poco elevato, che non necessita sforzi e manovre più complesse da parte dell’Osio, nell’atto di precipitare nel pozzo, suor Benedetta. Nel proseguo dell’indagine, nel pozzo descritto, viene ritrovata la testa della giovane conversa Caterina da Meda, soppressa dall’Osio l’anno precedente agli eventi appena narrati. Il pozzo divenuto noto come “il pozzo della monaca”, è stato da sempre creduto nel borgo di Velate.

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Il libro di Ignazio Cantù “Pei monti della Brianza e per le terre circonvicine”, dedicato a turisti d’altri tempi.

A tal proposito, riandiamo ad Ignazio Cantù, nel 1837 nella guida  “Pei monti della Brianza e per le terre circonvicine”, dedicata a turisti d’altri tempi, indica, sul percorso della via Militare tra Monza e Merate, l’esistenza del  “pozzo della monaca”. Nessuna indicazione più precisa ci soccorre. Questa la scarna descrizione:  “Gian Paolo Osio d’Usmate, seduttore dell’incauta Geltrude, gittò in un pozzo di Velate la monaca Benedetta Felicia Omati.” Ad inizio anni sessanta, Mazzucchelli, forte della consultazione degli atti del processo, che  come abbiamo visto, da anni erano top secret, fornisce nuove e dettagliate indicazioni. Tra le note, relative al pozzo,  ci informa dell’esito negativo delle sue ricerche in Velate. La memoria del pozzo è lontana e ormai persa. Oggi, possiamo trovare, ancora qualche attenzione per il pozzo, solo a livello locale.

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Velate La corte dei sacrista
(foto scoprilabrianzatuttoattaccato)

La tradizione situa il pozzo, nella centrale “Corte del sacrista” a ridosso della chiesa parrocchiale. Ipotesi, che al vero, si pone in forte contrasto con le indicazioni sortite dagli atti del processo citato. Riandiamo alla monaca. E’ nel pozzo, ferita e dolorante, l’Osio, ha gettato nell’anfratto, un masso, neanche tanto piccolo, che ha colpito suor Benedetta al ginocchio, aggiungendo un’ulteriore menomazione alla donna, che per sventura dell’Osio è comunque ancora viva.

SUOR BENEDETTA VIENE ESTRATTA DAL POZZO

Deve passare del tempo e della sofferenza, prima che la monaca possa essere soccorsa. Ancora suor Benedetta ci mette al corrente del suo recupero dal pozzo: “stetti dico tutto il rimanente di quella notte tutto il giorno seguente tutta la notte seguente, et sino a mezza mattina dì hieri che cridando aiuto fui sentita dalli huomini di quella terra, quali mi cavorno con una corda sendo desceso uno di loro perché io ero mezza morta et fui portata su una cadrega a casa del signor Albrigo dove sono stata sin a quel’hora che vostra signoria venne là con la carrozza, et facendomi levar del letto mi fece condurre in essa a questo luogo”.  E’ solo domenica quando la suora viene salvata. La chiesa vicina al pozzo è frequentata per la messa festiva e i partecipanti, nel corso della celebrazione, intendono grida d’aiuto giungere dal vicino pozzo, accorrono e trovano al suo interno la monaca, che viene liberata. Ancora una breve digressione, un successivo passo della deposizione di suor Benedetta, aggiunge una curiosità, alla vicenda, che non sembra portare conseguenza alcuna nel procedimento investigativo. La suora parla di una donna vestita di nero, non particolarmente anziana, presente nell’abitazione dell’Alberico Alberici, che  cerca d’indurla a modificare la sua confessione, vuole che sostenga d’essere finita nel pozzo per sua volontà e si offre infine d’ospitarla a casa sua. Si è voluto identificare questa figura come la madre dell’Osio che cerca di togliere dai guai il figlio, vediamo se tale ipotesi può configurarsi plausibile. Abbiamo informazione che la madre dell’Osio, sia nata nel 1524, notizia contenuta nel libro La Signora di Monza nella realtà (1924), dunque nel 1607 avrebbe la veneranda età di 83 anni, che non possiamo definire “non particolarmente anziana”.

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La chiesa di Santa Margherita in Monza, da una stampa d’epoca. In prossimità sorgeva la casa dell’Osio.

La stessa donna, Sofia Bernareggi, non viveva del resto a Velate ma abitava la medesima abitazione del Giovanni Paolo Osio, tanto che in una lettera del 20 Giugno 1608, chiede che siano dissequestrati i suoi beni, che identifica come “dote e legato” fattogli dal defunto marito e descrive le condizioni di estrema povertà in cui versa dopo i provvedimenti che erano stati presi contro il figlio e che avevano coinvolto anche i suoi interessi. In seguito tali beni gli saranno resi. Sappiamo, di contro, che  a Velate viveva il fratello maggiore dell’Osio, Teodoro e forse la “donna vestita di nero” poteva essere la moglie dello stesso. Il professor Magni è in grado di dare un nome alla moglie di Teodoro, ipotizza che possa essere Marcellina Osio che viene alla ribalta, attraverso un testamento, quando nel 1642 dona i suoi beni ad un nipote. Ritorniamo alle testimonianze degli uomini, che portano in salvo suor Benedetta e dei braccianti assoldati in Monza, che assecondano sul luogo del misfatto i rilievi degli investigatori. Esse ci forniscono preziose tracce per identificare la posizione del luogo, o più precisamente ci consentono di escludere, come plausibile, la collocazione fin qui accettata. Passiamo subito alla testimonianza di Ambrogio Cuppa di Velate, da lui apprendiamo: “Questa mattina io son stato a sentir la messa nella chiesa che è qui fuori della terra verso la strada che va a Monza, et so esser successo questo di vicino che stando nella detta chiesa mentre si diceva la messa che vi erano quasi tutti gli huomini della terra habbiamo sentito una voce di fuori che crìdava et dimandava agiuto per la qual cosa finita la messa siamo stati a notare da qual parte venesse quella voce, et accorgendosi che veneva da una parte dove è un boschetto, et in esso è un pozzo di altezza di trenta tre brazza che è stato misurato d’ordine del signor Trusso lontano da detta chiesa un tirro di mano incirca”

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…finita la messa siamo stati a notare da qual parte venesse quella voce, et accorgendosi che veneva da una parte dove è un boschetto, et in esso è un pozzo di altezza di trenta tre brazza

 La collocazione della chiesa è immediatamente chiara, il testimone si qualifica come componente degli uomini della terra, intesa come la terra di Velate,  di contro la chiesa è fuori della terra, dunque non a Velate, più precisamente “verso la strada che va a Monza”. La via riferita dal testimone è quella che si sviluppa verso Camparada e poi Lesmo  ed esclude l’alternativa possibile, quando in anni più recenti prenderà importanza la strada militare Monza-Lecco che lambisce il territorio di Velate, verso sud. Spulciando, fra  carte antiche si conferma che il luogo di Velate è legato a precise percorrenze stradali. Negli antichi statuti del contado milanese, Velate é citata tra le località cui spetta la manutenzione della “strata da Vimarcate”. Nessuna menzione per Monza. La strada per Monza, nominata negli atti del processo, non passava nelle immediate vicinanze di Velate, ma ci si raccordava attraverso un itinerario più lungo che una volta abbandonata Velate,  toccava Camparada e quindi Lesmo scendeva a Gerno, oltrepassava il Lambro a Canonica e quindi arrivare a Monza sulla destra del fiume.

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Il tracciato del percorso da Canonica a Velate ed una riproduzione d’epoca della via che da Lesmo, scendeva verso Gerno.

Il testimone segnala anche la distanza del pozzo dalla chiesa, un tirro di mano e la profondità del pozzo, che sembra veramente importante e prossima ai 18 metri. Nell’occasione finisce agli atti anche la voce di Paolo della Guardia, sindaco di Velate, come vedremo più avanti quando, in tale veste, partecipa alla fondazione della parrocchia. Cogliamo, nella sua testimonianza, un’asetticità che non aggiunge e toglie alcunché alla precedente deposizione. Proseguiamo con le testimonianze che rimarcano chiaramente come il pozzone sia fuori dal territorio di Velate. Interessante è quanto emerge, alcuni giorni dopo l’evento. Gli investigatori, giovedì 13 Dicembre, dopo aver disposto la perquisizione della casa dell’Osio alla ricerca, dei resti della conversa, Caterina da Meda, cosa che puntualmente avviene, si portano alle case della fabbrica di Monza, dove in sequenza sfilano interrogati prima i due operai che hanno operato lo scavo nella casa dell’Osio e a seguire il bracciante Bernardino Sarono, condotto a Velate giorni prima, per esplorare il pozzo. In precedenza lo stesso, ci aveva informato sulla distanza che separa Monza da Velate, ora aggiunge: “l’ultima volta che ci andai fu hoggi otto giorni che il signor fiscale Torniello mi ci condusse con Domenico detto il Pantoia perché guardassimo nel pozzo che sta fuori della terra da cinquanta brazza in una campagna”. Per inciso i due hanno recuperato la testa della conversa, confermando la sensazione che suor Benedetta, aveva esposto, durante la sua permanenza nel pozzo, quando nella sua deposizione dice: “et oltre li sassi vi sono anco dell’ossa che li vedevo benissimo di giorno et parvemi di vedere in un buso una cosa che pareva una creatura”. Dopo questo nuovo tassello, in cui si conferma che il pozzo sta fuori della terra di Velate e il Sarono stima questa distanza in circa 300 metri, seguiamo il notaio e il vicario che ritornano a Velate per altri accertamenti il giorno dopo, il 14 Dicembre.

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…mentre si era in cammino, prima di entrare nel borgo in un prato a sinistra della strada per la quale si procedeva alla volta del detto borgo, si vide e si trovò un pozzo senz’acqua…

 L’annotazione del notaio Francino, segnala: “L’ill e M.R. Signor Gerolamo Saracino___prese con se me notaio__ e si recò a Velate___identificare il pozzo___mentre si era in cammino, prima di entrare nel borgo in un prato a sinistra della strada per la quale si procedeva alla volta del detto borgo, si vide e si trovò un pozzo senz’acqua profondo trenta braccia___e largo sei braccia circa. Questo pozzo dista un tiro d’archibugio da Velate e quindici passi circa da una cappella che si trova in un luogo sopraelevato; lo stesso pozzo è circondato da querce e cespugli. Da alcune verifiche possiamo accertare che il “tiro d’archibugio” può essere stimato in circa 350 metri di distanza, tanti quanti erano consentiti dalla gittata dei proiettili di quest’arma, distanza che conferma quella sopra indicata dal Sarono. Per lo spazio, tra la chiesa e il pozzo, i quindici passi, considerando prossimo al metro e mezzo un passo, restituiscono una misura di poco meno di 25 metri. Il notaio ha preso nota di queste coordinate, che poi porrà agli atti, quando, sono sempre sue parole, ci dice che uomini di Velate sopraggiunsero in quel mentre. Quale occasione, più propizia per avere nuove informazioni. Ecco il dettaglio, per primo viene ascoltato il signor Alberico de Alberici che aveva ospitato la suora, non fa altro che confermare la deposizione dell’inizio del mese. Evidenziamo dalla sua deposizione il passo in cui ci rende edotti sulla denominazione del luogo “A questo pozzo propriamente, et comunemente si dice il pozzone per esser profondo e largo come vostra signoria ha visto” Subito dopo è Pietro Paolo Alberico, figlio diciottenne del precedente testimone ad aggiungere particolari che sottolineano la posizione defilata del luogo e circoscrivono con dettagli salienti l’area. “Io so che un giorno di domenica che pioveva et fu nel principio di questo mese doppo che fu detta la messa nella chiesa fuori di questa terra verso Monza et è quella là su  e mostra la Cappella di cui s’è detto (ostendens oratorium superius descriptum) fu trovata in questo pozzo una donna vestita da monaca, che sentendosi quella voce gl’huomini del comune andorno là et vedendola la cavorno fuori, et il signor padre la fece portare a casa nostraFissiamo ancora una volta l’attenzione sulle parole evidenziate. Si conferma la chiesa fuori da Velate, la posizione elevata su cui sorge la stessa, la presenza degli uomini di Velate, ed ultimo particolare che ci piace evidenziare è la “casa nostra” dunque conosciamo che Pietro Paolo vive con il genitore. Infine ribadisce, come il padre, la nomea del luogo “Questo pozzo per la sua larghezza et profondità si chiama il pozzone da tutti”. La convinzione che il luogo sia ben lontano dal centro del paese può essere ulteriormente accreditata da quanto aggiunge ancora nella sua deposizione suor Benedetta. E difficile pensare che, nella centrale “Corte del sacrista” la monaca, possa essere stata per quasi due giorni, queste le sue parole: “__stetti dico tutto il rimanente di quella notte tutto il giorno seguente, tutta la notte seguente, et sino a mezza mattina di hieri__” senza che nessuno la sentisse, come la monaca conferma più avanti: “__e dice: cridavo solamente aiuto di giorno, et non la notte temendo che non venesse la notte detto Osio sopra il pozzo et sentendomi cridare mi gettasse delli sassi in testa__”

IPOTESI E CONCLUSIONI

Abbiamo evidenziato attraverso queste testimonianze inconfutabili, la tesi sostenuta, la collocazione del pozzo è lontano dal centro di Velate. La zona in cui collocare l’oratorio è senz’altro un luogo defilato e appartato, dunque più adatto per collocarvi le scelleratezze che abbiamo visto compiere dall’Osio. Possiamo ora spingerci, con il rischio evidente di essere smentiti, nel formulare una possibile ubicazione. Tentiamo ora, forti delle indicazioni sortite, di farle convergerle verso un punto preciso. Dalle ricerche fin qui fatte, i possibili oratori e altri luoghi di culto assimilabili alle descrizioni che sortiscono dal processo, si riducono al solo Dosso di Velate.

chiesa del dosso
La chiesetta del Dosso
(foto scoprilabrianzatuttoattaccato)

Abbiamo avuto modo di descrivere ampiamente la storicità della chiesetta del Dosso, in uno dei post precedenti a cui rimandiamo per una esauriente e completa conoscenza. Poteva essere questa la chiesa che stiamo cercando? La posizione geografica è in linea con le descrizioni citate nel processo. L’ubicazione è poi effettivamente ai limiti del territorio di Velate. La storica appartenenza, alla pieve di Missaglia, conferma questa posizione di confine. L’indicata pertinenza della cappella alla discendenza dei nobili de Caxate, segna di fatto, con essa il limite estremo dei loro “beni religiosi”, verso Velate.  Le altre istituzioni religiose, poste sotto il patronato dei de Casate, tra cui i benedettini di Galgiana, erano collocate, in ogni caso, sul versante Casatese, dell’altura. Tale circostanza spiega la particolare devozione dei fedeli provenienti da quei luoghi, per la chiesetta del Dosso. Lo stesso nobile patronato ci spinge ad ipotizzare il motivo per cui gli uomini della terra, non fossero nella chiesa di Velate, ma al Dosso dove un officiante alle spese dei de Casate era presente in quella domenica di inizio Dicembre. Facciamo un passo all’indietro di qualche mese, ci attestiamo al Luglio del 1607. La comunità di Velate è stata eretta a parrocchia, con un atto ufficiale siglato da personalità che incontriamo, a vario titolo, al momento del ritrovamento della monaca nel pozzo. La recente investitura, non è ancora in grado di garantire la presenza stabile di un sacerdote, dai documenti sappiamo che la parrocchia sarà officiata da un sacerdote che vi  risiederà costantemente, solo a partire dal 1612 (DCA, Vimercate). In aggiunta, la stagione invernale “__domenica che pioveva” é d’intralcio agli spostamenti sia del sacerdote che deve presiedere, sia dei fedeli che devono assistere. Ecco che  gli uomini del luogo dirigono fuori dalla loro terra, dove forse un officiante al servizio dei De Casate, celebra la messa. Non è da scartare l’ipotesi, che un antico legato testamentario, potesse garantire l’ufficio settimanale nell’oratorio del Dosso. Possiamo aggiungere, con il solito beneficio d’inventario, che le abitazioni degli “uomini della terra” fossero anche più prossime al Dosso che non al centro di Velate. Tullio Dandolo, in anni successivi alla stesura del romanzo manzoniano, può accedere ai documenti ufficiali del processo, indica gli uomini di Velate, che traggono in salvo suor Benedetta, come vignaioli. Alberico de Alberici poteva, dunque  far parte di questo ambito, in cui l’attività degli “homini” era di curare le vigne che crescevano nella zona collinare del paese. Puntualmente un altro documento d’epoca, posteriore di qualche anno alla vicenda, ci conferma l’esistenza d’importanti terreni vitati,  nelle prossimità.

tamburina
La Tamburina, con le indicazioni tratte dal catasto Teresiano e una riproduzione dell’omonima cascina (dal sito del comune di Velate) prima della ristrutturazione in complesso residenziale.

Tra questi una è la Possesione della Tamburina,  che per inciso, viene alla ribalta per segnalare il passaggio di proprietà da un altro Albrizio, Giacomo, che vende alle  RR MM del monastero di S. Margherita, in un contesto di coincidenze curiose. La presenza, storica di un torchio di dimensioni importanti alla cascina del Dosso consolida ulteriormente la vocazione del luogo per le viti e il vino. L’identificazione dell’abitazione dell’Alberico de Alberici sarebbe di vero conforto per la ricerca. Ad ora la documentazione a disposizione, non ci permette di essere precisi. Abbiamo notizia di differenti componenti la dinastia degli Albrizzi-Alberici, ma nessuna ci riporta ai due citati negli atti del processo. Conosciamo che gravitano senz’altro verso il centro di Velate. Da un recente lavoro della professoressa Marica Forni, da quanto esposto dal professor Magni e dai dati del catasto teresiano abbiamo la certezza che nella zona dove oggi sorge il palazzo Belgioioso, era posta la dimora di Lucio Albrizio e discendenza. Il ramo legato all’altro Albrizio dove risiedeva ?

palazzo belgioioso
Velate Palazzo Belgioioso
(fotoscoprilabrianzatuttoattaccato)
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Velate Il Mongorietto entrata
(fotoscoprilabrianzatuttoattaccato)

Possiamo ipotizzare tra il Mongorio e il Mongorietto. E’ il professor Gianni Magni ad informarci che un restauro della cascina Mongorietto, aveva evidenziato alcuni particolari architettonici che ne sottolineavano un’origine di casa signorile. Tale circostanza poteva sostenere l’ipotesi che quella fosse stata l’abitazione del giureconsulto Albrizio degli Albrizi, padre del citato Alberico. Il catasto teresiano che altre volte è stato illuminante e risolutivo, questa volta da solo degli indizi. Siamo lontani cento anni quando il censo austriaco è stilato, ma legami residui col passato li possiamo ipotizzare. Dobbiamo segnalare una forte presenza della discendenza degli Albrizzi, oltre che nel centro di Velate, anche nella vicina Camparada, dove, oltre a boschi, arativi, vitati e altre tipologie di terreno possiedono due orti a ridosso delle abitazioni, dove oggi si può ancora identificare quello che fu il piccolo nucleo storico centrale dell’abitato, tale circostanza ci lascia supporre che parte della famiglia e discendenza qui risiedesse. Forse, anche cento anni prima, parte degli Albrizzi, gravitava su queste zone? E’ certo che Alberico de Alberici, abitava a Velate, ma questa scoperta ci spinge a credere che lui e quanti prossimi a lui, dirigessero le loro attenzioni verso queste parti, prossime al Dosso e al suo oratorio. Spendiamo ancora qualche parola sulla viabilità. Ritorniamo alla strada verso Monza. Abbiamo nel post precedente ampiamente comprovato  la percorrenza che da Monza raggiungeva Velate, ora non ci resta che motivare come l’ultimo tratto di questa strada non disegnasse lo stesso itinerario che oggi riteniamo scontato. La strada abbiamo visto, arrivava da Lesmo, a questo punto dirigeva sul centro di Camparada, la sequenza della cascina Valmora e Dosso di origine antica ci fanno sospettare che il cammino verso Velate dirigesse su questa percorrenza. Un cammino di costa è in linea con le scelte viabili del passato dove si preferivano cammini forse con più saliscendi e anche più lunghi, ma che garantivano una sicurezza evitando pantani e guadi difficili che caratterizzavano i percorsi al piano, specialmente in certe stagioni dell’anno. La stessa mappa teresiana non disegna con precisione una strada che doppia il Masciocco e va verso Velate, lasciando l’impressione che qui la strada finisse o che proseguisse, oltre l’abitato, senza essere un cammino precipuo. Abbiamo posto attenzione anche sul ripetuto “pozzone”. Tutta la zona è caratterizzata da cavità che possano essere assimilate al pozzo della monaca. Un terreno con fondo argilloso e dunque impermeabile alle acque, è proprio della geologia locale. Differenti informazioni segnalano luoghi usati per la caratteristica citata e noti come “la fopa” che nei pressi delle cascine servivano per raccogliere le acque meteoriche per gli usi non alimentari.

cascina dosso
Velate località il Dosso
(foto scoprilabrianzatuttoattaccato)

La località del Dosso, a detta degli abitanti del luogo, era provvista di due invasi simili sino ad anni recenti. L’ipotesi che una cavità con le qualità descritte nel processo fosse effettivamente presente, nel 1607, in prossimità del Dosso non è da scartare. L’inutilità comprovata, legata alla mancanza d’acqua può aver determinato in tempi prossimi agli eventi, una dismissione totale dell’anfratto e l’interramento della stesso per evitare altre situazioni come quella che abbiamo raccontato. Qualche altra indagine sul posto potrebbe essere di conforto, alla congettura. Questo ed altri interrogativi restano ancora aperti e ci spingono ad altre ricerche, nella speranze, un giorno, di venire in possesso di quei documenti che possano svelare definitivamente il luogo del “pozzone” è la vera identità della “cappella che si trova in un luogo sopraelevato”___ verso Monza, et è quella la su___”.

 FINE (forse)

LA POSSIBILITA’ DI RIPERCORRE L’ITINERARIO RACCONTATO, CON L’AUSILIO DELLA MAPPA PROPOSTA DI SEGUITO, AGGIUNGE UNA VALENZA TURISTICO CULTURALE ALLA RICERCA,CON L’AUGURIO CHE POSSA INTERESSARE CHI CI LEGGE.

(per una più completa fruizione utilizzare Wiew Larger Map)

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