SULLE ORME DELLO SCIAGURATO EGIDIO

INTRODUZIONE

Nel post precedente, dedicato alla chiesa del Dosso di Velate, all’interno del Parco dei Colli Briantei, nel descrivere le secolari vicende del luogo e dell’edificio, ho ipotizzato come lo stesso potesse identificarsi con l’area, nelle cui prossimità era situato il così detto “pozzone” in cui fu ritrovata suor Benedetta Omati, la religiosa legata alla vicende della Monaca di Monza. L’ipotesi, tutta da dimostrare, è la conclusione di quanto mi avvierò a descrivere, a partire da questo nuovo articolo.

LE GRAZIE MONZA (elaborazione) (foto scoprilabrianzatuttoattaccato)

Tutto ha inizio qualche anno fa, quando mi capitò tra le mani un volume dalle dimensioni pressoché simili ad un messale, ma il cui titolo, pur trattando di “religione”, ne descriveva una sua deriva. Il libro, “Il processo a Virginia Maria de Leyva monaca di Monza” mi avrebbe riservato delle sorprese. Oltre ad alcuni saggi, che svisceravano i più disparati aspetti della vicenda, fu la sezione dedicata agli atti del processo a catturare la mia curiosità. Il fluire delle deposizioni dei testimoni e degli indagati ricostruiva la vicenda tragica e torbida, nei fatti, ma allo stesso tempo, seguendo il filone che indagava il tentativo estremo di Gian Paolo Osio d’affrancarsi alla giustizia, si citavano luoghi molto prossimi a noi, che partendo da Monza raggiungevano Velate. Da questo aspetto, si secondario al fatto, ma particolarmente interessante nella sua dimensione territoriale locale, nacque l’idea di mettermi “sulle orme dello sciagurato Egidio”.

SULLE ORME DELLO SCIAGURATO EGIDIO, DALLA LETTERATURA ALLA STORIA

Iniziamo nel tracciare i contorni del personaggio e della vicenda. L’inarrivabile Gianni Brera, giornalista sportivo, alle porte degli anni settanta del secolo scorso vestiva l’Egidio Calloni, incline a mangiarsi gol già fatti, centravanti di un Milan poco stellare, dei panni dello “sciagurato Egidio” di manzoniana memoria. Il Manzoni aveva svelato l’esistenza d’Egidio, nel suo capolavoro, i “Promessi Sposi”, al capitolo X quando introduce la nota vicenda della “Monaca di Monza”.


“…. Quel lato del monastero era contiguo ad una casa abitata da un giovane, scellerato di professione, uno de tanti, che in què tempi, e co’ loro sgherri e con l’alleanza d’altri scellerati, potevano, fino a un certo segno, ridersi della forza pubblica e delle leggi. Egidio era il suo nome…..”
Dieci capitoli dopo, nel XX, forte delle sue malefatte, l’Egidio compie il suo destino e lega per sempre il suo nome a tanto epiteto.

“..Quello sciagurato Egidio, era uno de’ più stretti ed intimi colleghi di scelleratezze che avesse l’Innominato.”

Manzoni aveva appreso l’episodio dal canonico Ripamonti, che lo riportava nel VI libro della sua “Storia Patria”. L’avvenimento era riferito senza indicazioni di data e del censo dei protagonisti che appartenevano a potenti famiglie, ancora in auge quando il sacerdote narrava i fatti. Per sincerità, nel citato libro, l’indicazione del luogo non è poi tanto velata, tanto che, attraverso la descrizione “borgo antico e nobile, cui di città non manca che il nome; il Lambro ne bagna le mura; v’è un arciprete”, non era poi difficile riconoscere Monza.
Il Manzoni, prima dell’uscita dell’edizione definitiva dei “Promessi Sposi”, giunge ad identificare i personaggi. Per concessione dell’arcivescovo di Milano, Gaysruck, tra le metà e la fine degli anni quaranta dell’800, consulta l’incartamento del processo, che svela le generalità degli imputati.
Nel romanzo Suor Geltrude e Egidio rimangono tali, non così, nelle più crude pagine degli atti del processo, dove sono identificati con i veri nomi di Virginia Maria de Leyva e Gianpaolo Osio. Come abbiamo visto, sono gli atti ufficiali del processo, verso cui dirigiamo la nostra attenzione, a tenere banco.
La curia per tutelare una vicenda così delicata, per le implicazione che poteva generare, dispone il divieto alla consultazione dell’incartamento.
Negli anni a seguire, il cardinale Romilli fa un’eccezione per il conte Tullio Dandolo che può brevemente prendere visione degli atti e riportarli parzialmente  nel libro: La Signora di Monza e le streghe del Tirolo. Processi famosi del secolo decimosettimo per la prima volta cavati dalle filze originali, pubblicato nel 1855. Una curiosità ci colpisce, i citati Gaysruck e Romilli sono gli stessi alti prelati, che si sono interessati alle poco chiare vicende legate al culto, non propriamente fedele alla dottrina, che in quegli anni si praticava al Dosso di Velate. Una pura coincidenza, senz’altro, ma ricca di suggestione.
Fino al 1957 l’oblio. In quell’anno il cardinale di Milano, Montini, consente a Mario Mazzucchelli di consultare, trascrivere e pubblicare, ancora parzialmente, nel 1961 gli atti del processo nell’opera “La Monaca di Monza” (Milano Dall’Oglio)
Finalmente nel 1985 un corposo volume, edito da Garzanti, “Vita e processo di Suor Virginia Maria de Leyva, monaca di Monza”, esaurisce in un’opera completa e strutturata, l’intero contenuto degli atti.
A distanza di circa quindici anni, è ancora Giuseppe Farinelli, che aveva curato la parte relativa agli atti del processo nel testo citato, ad arricchire lo studio con approfondimenti importanti, dando alle stampe un nuovo volume dal titolo “La monaca di Monza nel tempo, nella vita e nel processo originale, rivisto e commentato”. Lo spaccato che esce è di una vitalità notevole. Si è in grado, con un po’ di fantasia e cognizione, di ricostruire i luoghi e gli eventi, che nel loro svolgimento coinvolgono trasversalmente  le diverse categorie sociali dell’epoca. Un excursus che contempla la nobiltà, il clero tutto, la giustizia nei suoi bracci secolare ed ecclesiale ed ancora un sottofondo d’umanità, che nella sua quotidianità è in grado di consegnarci un quadro della società della Brianza a cavallo fra 1500 e 1600. Ecco dunque presentarsi, davanti a noi, i personaggi che sul finire di quel 1607 sono chiamati, a vario titolo, a rispondere alla giustizia. La priora del convento di Santa Margherita, il fattore dello stesso, lo “scolare” di San Maurizio, il chirurgo Antonio Monti, il messo del vicario criminale detto il “Brianzolo”, gli abitanti di casa Valsasnetti che vivono nei pressi di San Gerardo, le suore che hanno tenuto bordone alla monaca di Monza, tra cui la professa Silvia Casati di Casatenuovo, ed ancora la Caterina Morona che gestisce il mulino, poi i monaci delle Grazie lo “spazza pozzi” che effettua il sopralluogo a Velate, gli abitanti e vignaioli delle stessa località, la “signora in nero”, che si presenta nell’abitazione del Signor Alberici dove è ricoverata la monaca dopo il ritrovamento nel pozzo, ed altri, ed altri ancora. Ci troviamo così coinvolti in un romanzesco susseguirsi di turbinosi eventi, che cercherò di restituire al meglio, accompagnando ed intercalando la narrazione, degna del miglior filone poliziesco, con la descrizione dei luoghi che via via si presenteranno nel corso dell’indagine e che segneranno, come abbiamo visto, il territorio su un solco che da Monza raggiungerà Velate.

ALLA PROSSIMA PUNTATA………….

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